Il coltello e il mercato. La camorra prima e dopo l'unità d'Italia


Autore:
Marcella Marmo
Casa editrice: L'ancora del Mediterraneo
Anno: 2011
Genere: Saggistica



Recensione di Luigi Musella (pubblicata su «Il Mattino»)




il coltello e il mercato

«Una classe infetta e rotta a ogni maniera di crimine ha usato una intollerabile pressione sulle diverse classi pacifiche della Capitale estendendo la sua venefica influenza sugli stabilimenti carcerari e sul contrabbando. Questa triste genia conosciuta dal volgo sotto il nome di camorra si compone di un’associazione di uomini perversi ed iniqui, che, forti della propria forza fisica, taglieggiano l’universale imponendo inique tasse, quasi a prezzo della pace comprata, a coloro che per viltà di carattere e per sottrarsi alle minacce di sangue pagano loro una mercede». Con queste parole il prefetto di polizia De Blasio parlava del fenomeno camorrista, il 22 novembre 1860, al luogotenente Farini. Si trattava, forse del primo tentativo di descrizione di un’associazione criminale che avrebbe poi caratterizzato la realtà napoletana nel corso dell’Ottocento e del Novecento.

Ed è appunto della camorra dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento che Marcella Marmo cerca di darci un affresco con Il coltello e il mercato. La camorra prima e dopo l’Unità d’Italia (l’Ancora del mediterraneo, pagg. 336, euro 20). Cosa non facile, soprattutto in un periodo dove sono i libri sulla camorra dei nostri giorni a prevalere. Il lavoro, comunque, risulta interessante proprio perché si sforza, attraverso casi specifici, di evidenziare le relazioni del fenomeno con la politica, l’economia, la società. La contestualizzazione, d’altra parte, è importante, perché la camorra non può essere compresa solo come storia di eventi criminali rintracciabili prevalentemente nelle fonti giudiziarie. La questione è appunto questione di storia sociale.

La Marmo ci racconta allora di quando Liborio Romano prese la decisione di contrattare con il leader dell’organizzazione camorristica l’inserimento a pieno titolo di un buon numero dei loro uomini nella nuova Guardia urbana e l’impegno di Silvio Spaventa nel carcar di reprimere il fenomeno nel febbraio del 1861, ma poi approfondisce le biografie. Gaetano Coppola, per esempio, aveva esordito con il mestiere di saponaio, ma si sapeva che faceva parte di una combriccola di ladri. Pasquale De Felice fu un «ladro-camorrista-negoziante-contrabbandiere». La possibilità di conciliare negozi e camorra e arrivare a una tranquilla vecchiaia pur subendo una repressione intensa si segnala nel caso di Salvatore De Crescenzo, «il re della banda, il Lacenaire dei camorristi», la cui fama arriva ai napoletani veraci fino ad oggi, già filtrata anche dalla memoria del teatro di quartiere a cavallo dei due secoli, dove un ciclo di Tore Criscienzo affiancò i millenari paladini del ciclo francese.





Recensione di Viviana Reda



il coltello e il mercato

Lo giri e rigiri tra le mani perché ha qualcosa di familiare. Sarà la costina gialla, saranno le warholiane lame affilate di un violaceo tenue. La copertina de Il coltello e il mercato (edizioni L'Ancora del Mediterraneo, pagg. 336, euro 20,00) di Marcella Marmo ricorda quella del best seller di Roberto Saviano, "Gomorra". Casualità o abile strategia di marketing? Il libro, del marzo 2011, ha avuto notevole eco anche per questo particolare.

Ma il gioco delle copertine non deve trarre in inganno. Tra l'opera di Saviano e quella della Marmo corre oltre un secolo e mezzo di storia. Dove lo scrittore più famoso e sotto scorta d'Italia racconta la Camorra, o meglio il Sistema, degli ultimi anni, la Marmo scava a fondo nella storia. L'autrice ricostruisce una storia della Camorra, o meglio "onorata società", che comincia a farsi conoscere già con l'Unità d'Italia (1860), fino ad arrivare ai primi del Novecento.

In realtà, come svela l'autrice già dalle prima pagine, quella della malavita organizzata è una storia anche precedente all'impresa delle camice rosse. Le "Memorie politiche" del prefetto di polizia Liborio Romano, che governò l'interregno nell'estate del 1860, motiva la "decisione di inserire camorristi e picciotti nella Guardia di polizia come esito obbligato della mobilitazione sanfedista e del saccheggio plebeo. Che era memoria indelebile del 1799, ma presente anche nel maggio 1848".

Le forme embrionali della Camorra parlano di un'organizzazione delinquenziale specializzata nel fenomeno estorsivo, ma uno scritto del 1863, firmato dall'italosvizzero Marc Monnier, apre un interessante quadro su un fenomeno malavitoso molto più ampio, accompagnato da una dettagliata inchiesta folcloristico-sociologica.

Eloquente è l'esordio di Monnier alle prese con le "mani sulla città". Il racconto della meraviglia che assaliva il cuore dello straniero o dell'italiano che faceva tappa a Napoli. Il barcaiolo, il facchino, il cocchiere, segretamente, ma sotto gli occhi del turista, elargivano l'obolo a quell'esattore "meglio vestito degli altri plebei". Alla domanda: chi mai fosse? La risposta era univoca: il camorrista. Se la curiosità incalzava, a domanda seguiva altra: chi fossero i camorristi? La risposta si perdeva in "notizie confuse".

Ma la longa manus della camorra non si estendeva, fiera, solo verso il ricevimento dell'obolo. Scritti e documenti dell'epoca (come le suddette Memorie di Liborio Romano) testimoniano una cogestione dell'ordine pubblico tra polizia e camorra. Questa cogestione, spiega la Marmo, fece sì che i camorristi "in coccarda tricolore" accompagnassero l'arrivo di Garibaldi e la gestione della dittatura.  Una situazione di breve durata, perché nel dicembre del 1860 partirono i primi blitz contro i camorristi, guidati da Silvio Spaventa.

Lo scandalo della camorra "in coccarda tricolore", nonostante i 150 dall'evento, sembra storia inquietantemente contemporanea: una "vocazione intrinesca della politica a includere la camorra nei sistemi di controllo sociale e nei suoi stessi giochi manipolatori, ovvero la capacità di assumere una rappresentanza populista della plebe, particolarmente evidente  [...] dalla grande caniguntura politica". Le prime, rudimentali forme di quello che Saviano ci ha fatto oggi conoscere con il nome de " 'O Sistema".

Un sistema già perfettamente codificato: con le sue classi, le sue regole, i suoi segni. E' anche stabilito il diritto di punire ed è stilata una lista di reati che possono dar luogo a queste pene.La "Memoria sulla Consorteria dei Camorristi" di Silvio Spaventa analizza il fenomeno e ne racconta le basi. Spaventa ammette di non riuscire a spiegare la causa della parola: "camorristi", ma ne individua lo scopo: "praticare la vita nell'ozio mediante estorsione e scrocco". Traccia la piramide gerarchica, costruita su tre ruoli, dalla base: Picciotti d'onore, Picciotti di sgarro, Camorrista. Non si può accedere a una classe senza prima essere passati per la precedente. Per entrare nella Consorteria, sono richiesti una serie di requisiti morali: non essere nè ladro nè spia; non essere stato pedereasta passivo; non far prostituire moglie e sorella. Il formulario delle pene prevede: la sospensione temporanea, lo sfregio, la morte. I principali reati consistono nella mancanza di rispetto verso i compagni, i capi e le loro famiglie; la consegna infedele del barattolo; l'attentato all'onore delle donne dei soci; accettare da estranei commissioni per uccidere, sfregiare, rubare. Quello che stupisce Spaventa è una caratteristica che mai si sarebbe aspettato di trovare in questa "malvagia razza": i camorristi "debbono adoperarsi a soccorrere i bisognosi di qualunque classe o ceto, e a mantenere il buon ordine". Ieri come oggi, la chiave del potere è la paura. I mezzi del camorrista sono troppo potenti e temuti per mettere in discussione il suo volere e "la sua parola è precetto".

Nella sua impegnativa ricostruzione, Marcella Marmo dedica un ampio capitolo all'Ospedale degli Incurabili. Ancora un caso di una Camorra già con l'occhio al futuro, capace di insinuarsi in "spazi sociali più tranquilli che non le carceri e i territori estorsivi".

La Marmo riscopre anche dimenticate figure di "boss" ante litteram. E ce ne regala le biografie, ricostruite a partire dai rapporti dell'epoca.

Facciamo così la conoscenza di Pasquale De Felice, detto "Pazzaglione", ladro-camorrista-negoziante-contrabbandiere. Un uomo capace di accumulare un'immensa fortuna esercitando il suo dominio nella zona del Mercato e con il contrabbando, senza tralasciare l'usura, il pizzo ai cocchieri e l'attività di paciere, favorendo, a detta dell'ispettore di Portici, chi più pagava. De Felice finirà arrestato il 4 luglio del 1878.

Sorte migliore arride a Raffaele Della Corte, facchino capocamorrista attivo a cavallo tra gli anni 50 e 60 dell'Ottocento. Seminale esempio di "repulisti" dall'area criminale. Le fortune da lui accumulate lo fecero negoziante, vent'anni dopo, tra Cagliari, Iglesias e Napoli. Mentre la possibilità di conciliare commercio e camorra trova in Salvatore De Crescenzo, "il re della banda, il Lacenaire dei camorristi", il suo più fervido esponente. E ancora, Antonio Lubrano, soprannominato "Porta di Massa", camorrista contrabbandiere platealmente ammazzato, nell'autunno del 1862, mentre veniva condotto nel camerone della Vicaria.

E il coltello del titolo e della copertina?

Simbolo di potere ed estensione fallica di una società basata sull'onore maschile che fonde potere sociale con virtù militare. Strumento di offesa, strumento di sfregio. L'abilità da schermidore con piccola lama è un vero e proprio biglietto da visita. I camorristi dimostrano eccezionale bravura nel maneggiare e affondare il coltello. Hanno anche una canzone, un canto di guerra:

Noi non siamo cravunari (carbonari)

Nemmen siam realisti

Ma facimmo i Camorristi

Facimmo in c... a chilli e chisti