Quando finisce il mai


Autore: Arturo Buongiovanni
Città e Casa editrice: Roma, Donzelli
Anno: 2011
Genere: Romanzo


Recensione di Marcello Sabbatino


quando finisce il male

Tutto accadde in una  notte, una terribile ed indimenticabile notte d’autunno. Era il 23 settembre 1985, quando due killer spararono al giornalista Giancarlo Siani, togliendo la vita ad un giovane di appena 26 anni, che aveva la sola colpa di amare il giornalismo e di raccontare, in modo realistico e disincantato, ciò che accadeva nella sua città, Torre Annunziata.

Attorno a questa vicenda, passata alla storia come il caso Siani, è costruito il secondo romanzo dell’avvocato penalista Arturo Buongiovanni, Quando finisce il mai. Il camorrista Ferdinando, protagonista del primo romanzo-verità di Buongiovanni, Intendo rispondere (Roma, Donzelli, 2008), appare ora nelle vesti di un collaboratore di giustizia.  I suoi drammi, i suoi pensieri, i suoi mutevoli stati d’animo sono ininterrottamente analizzati dallo scrittore. Era stato uno spietato killer, soprannominat  ۥo Curt. Ora è «un infame», un traditore nei confronti del clan di Nuvoletta e di Valentino a cui era stato legato durante la sua attività criminale. Come tutti i pentiti è tenuto al sicuro nel castello di Colleferro. In questo strano carcere tutti, compreso il nostro pentito, cercano di lasciarsi il passato alle spalle, di imparare dagli errori fatti per creare un futuro migliore. Ciò che sperano più di ogni altra cosa è di ricominciare, o forse di trovare la volontà e la forza di ricominciare. Chiuso nella sua cella, a Paliano, Ferdinando passa la maggior parte del tempo a pensare alla dolce moglie Anita, che ha conosciuto e ama dai tempi del liceo, e ai due figlioletti Luca e Andrea, visti pochissime volte a causa prima della latitanza e poi del carcere.

Le peripezie, però, non sono terminate. Invitato come testimone ad un processo, nel quale bisognava elencare i colpevoli di omicidi e rapine varie e, soprattutto, della morte di Siani, dopo aver visto cadere il suo alibi, viene incolpato proprio dell’omicidio del giornalista torrese e condannato all’ergastolo. Rispondeva, inoltre, perfettamente all’identikit dell’omicida: gruppo sanguigno 0, fumatore di merit e alto al di sotto della media. È in questo momento che un nuovo eroe, guarda caso con lo stesso nome dell’autore, entra in scena: l’avvocato penalista Buongiovanni. Lo scrittore ha inserito brillantemente  il suo alter ego nell’opera. Un personaggio che lo rispecchia in tutto e per tutto: nel lavoro, nel carisma, nell’ostinazione a far emergere la verità e col desiderio di punire i reali colpevoli. L’avvocato-personaggio decide di accettare un caso difficile da ribaltare, quasi certamente perso in partenza: la falsità di un alibi è praticamente un’ammissione di colpevolezza. È convinto, comunque, dell’innocenza del suo assistito e ha tutte le intenzioni di dimostrarla anche in aula. Ferdinando, nonostante la pesantissima condanna ricevuta, gode ancora della stima dei «buoni» del racconto, come il giudice D’Alterio, l’ispettore Auricchio e l’avvocato Buongiovanni, tutti convinti della sua non colpevolezza.

Motivazioni diverse aiutano i due protagonisti a battersi. Ferdinando vede, ormai, come unica ragione di vita il suo nucleo familiare, che, sebbene lontano da lui fisicamente, sente vicino o, sarebbe meglio dire, dentro al cuore.  Buongiovanni conosce bene i limiti e le carenze della giustizia italiana e spinto dalla sua professionalità deve impedire un’ingiustizia, cioè che un innocente, Ferdinando, vada in galera, mentre i veri colpevoli rimangano a piede libero.

Il titolo dell’opera trova la sua spiegazione a metà del percorso narrativo, dove si legge: «Quindi: ergastolo. Fine pena: mai. Né fra dieci, venti o trent’anni. Mai!» (p. 157), e nell’ultima parte del romanzo quando, grazie ad una brillante difesa messa a punto in ogni dettaglio dall’avvocato Buongiovanni, cadono tutte le accuse a carico di Ferdinando, che quella notte non si trovava sul luogo del delitto. Così «finisce il mai», vale a dire l’ergastolo, a cui Ferdinando era stato ingiustamente condannato.

Lo scrittore racconta in modo avvincente una storia triste e amara, ma vera, e il lettore si trova a ripercorrere uno dei processi che più ha scosso l’opinione pubblica e ha ispirato i romanzi Canone a tre voci (2002) di Goffredo Buccini, L’Abusivo (2009) di Antonio Franchini e i film E io ti seguo (2003) di Maurizio Fiume e Fortapàsc (2009) di Marco Risi. Letteratura e cinematografia contribuiscono a rafforzare l’immagine di Siani, divenuto il simbolo del giornalismo in prima linea, che va alla ricerca della verità. Roberto Saviano, dunque, ha ragione: se si fa bene il proprio mestiere, come Siani, si fa realmente indietreggiare la criminalità.