Legami d'amore


Autore: Maria Rosa Nuvoletta

Città e Casa editrice: Fanucci Editore
Anno: 2009
Genere: Romanzo


Recensione di Bernardina Moriconi


legami d'amore

Opera prima di Maria Rosa Nuvoletta, Legami d’amore esce nel 2009 per i tipi della Fanucci. Il romanzo è ambientato tra gli  anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo sullo sfondo di due città italiane: Firenze, la capitale artistica, ma anche emblema, nei secoli, di quel fervore artigiano che l'aveva resa un modello di operatività già nei secoli bui, e la Napoli che proprio in quei tempi, tralignando dalla sua ricca tradizione di storia e cultura, vedeva l’addensarsi sul territorio di organizzazioni criminali che inficiavano ogni possibile via di sana crescita economica e di progresso.

Le vicissitudini della famiglia Cortese, che vive a Firenze impegnata nel commercio in biancheria ricamata, cominciano nel novembre 1966, con la terribile alluvione dell'Arno che tracimando travolge e trascina via con sé detriti e vite umane. Il fango non risparmia l’abitazione e la stessa attività lavorativa dei coniugi Cortese, che decidono di trasferirsi a Napoli, città natale di Armando, dove vive il grosso della stessa famiglia Cortese.

“Dal fiume al mare”. Ma anche dal fango dell’Arno alla melma di una città dal cuore sporco, che a ridosso di un fittizio boom economico vede il proliferare di organizzazioni malavitose che, in combutta col potere politico ed economico, si spartiscono il territorio.

È in questa realtà che si stabiliscono i quattro, cui si è aggiunta la piccola Sonia, figlia di una parrucchiera amica di Giovanna, travolta dall’acqua durante l'alluvione nella sua bottega. Dal momento della scoperta del tragico evento, la bambina per lo shock ha perso la parola e, non avendo altri parenti cui essere affidata, i Cortese decidono di condurla con sé.

Il ramo napoletano della famiglia presso cui i cinque si trasferiscono è dedito ad affari sporchi. Armando, un po' costretto dalle circostanze, un po' abbagliato dal potere e dal facile guadagno, entra nell'organizzazione familiare. Anzi, in poco tempo diventa l'uomo di fiducia del temuto bosso di quartiere, Enricuccio Caruso, suo amico d'infanzia.

Le losche attività di don Armando non sono ben viste dalla moglie, donna però debole e incapace di opporsi all'uomo di casa. Ancora più critici i figli, Barbara e Vito, che non condividono valori e affari di una famiglia cui, pur nel trascorrere degli anni, si sentono sostanzialmente estranei: d'altro canto anche i parenti napoletani – cugini e zii – percepiscono come diversi da sé i due giovani “furastieri”, impegnati per di più in attività ritenute insulse e improduttive, come lo studio universitario, la contestazione giovanile e i movimenti femministi degli anni Settanta.

<<Che gli manca a tua figlia, che sta sempre storta?>> si sfogava don Armando con la moglie. <<Non ha amore, non ha grazia, non ha umiltà. E’ una presuntuosa. La deve finire di fare la politica e i cortei di femministe, o sennò qualche giorno di questi… E tuo figlio, sempre chiuso dentro a una stanza a sentì ‘a musica a tutto volume, sempre sopra i libri! Ma che legge dalla mattina alla sera? Me stanno mettenn’ ‘o scuorno ‘nfaccia, essa e chillu scostumato del fratello /…/>>.

La situazione precipita quando, a dieci anni esatti dall'alluvione che li ha stappati alla tranquilla routine fiorentina, ancora nel mese di novembre, don Armando, anche allo scopo di metter un freno a chiacchiere e illazioni su questo suo figlio così diverso dagli altri rampolli di casa Cortese, stabilisce che è giunto il momento che Vito abbia la sua iniziazione camorristica. Il ragazzo, confuso e sostanzialmente inconsapevole, partecipa a un agguato in cui, oltre alla vittime predestinata, viene eliminato, in quanto scomodo testimone, anche il figlioletto della vittima.

Il giovane, sconvolto dagli eventi, scappa via dalla scena del delitto, palesando una sostanziale debolezza che può rivelarsi pericolosa per la famiglia. Ad aggravare la situazione è la scoperta dell’omosessualità di Vito, condizione che costituisce un marchio d’infamia indelebile nel contorto sistema di valori camorristici.

A Vito non resta che fuggire via, cercando di far perdere le proprie tracce, essendo ben consapevole di essere ormai condannato dalla sua stessa famiglia, una famiglia – come lascia scritto in una lettera alla sorella – dedita alla guerra anche in tempo di pace:

Quanto male, sorella mia. Che freddo, che gelo.

Che c’entriamo tu e io con questa gente?

Che sangue è questo che ci scorre nelle vene?

Cosa ci facciamo noi qui?

Rinnegare, restare, scappare, pregare, bestemmiare?

Come faccio a vivere con questa cosa dentro?

Come faccio a respirare, a guardare il mare, a sentire gli odori senza avvertire il fetore, a mangiare senza provare disgusto, ad amare senza detestare, a parlare senza ammutolire come Sonia, a camminare senza indugiare, a sorridere senza lasciar scorrere il pianto?

Come si riscatta tutto questo?

Di chi siamo figli, di cosa siamo fatti?

Come faremo a continuare a essere diversi da loro, portando lo stesso nome e lo stesso terribile destino?

Come farò a non odiare me stesso per non avere il coraggio?

Come farò ad amare Andrea senza sentirmi complice del Male, a esserti fratello senza averti protetta, a essere figlio senza maledire tutta la mia stirpe?

Ti lascio sola ad affrontare ciò che non sai. Ti lascio a comprendere l’incomprensibile. A vivere nel terrore.

Ti lascio in guerra in tempo di pace.

Il romanzo inizia appunto con l’arrivo di Barbara a Firenze alla ricerca del fratello di cui si sono perdute le tracce. Le vicende precedenti vengono quindi ricostruite mediante flashback. Solo alla fine si scopre che la voce narrante è quella di Sara, cresciuta nel suo silenzio forzato, scambiato per una forma di ritardo mentale dalla grezza mentalità del ramo partenopeo dei Cortese. Proprio ciò le permette non solo di sopravvivere, alla fine, alla progressiva ecatombe che colpirà il resto della sua famiglia acquisita, ma soprattutto di denunciare poi, in una sorta di memoriale, gli sconvolgenti eventi cui è stata per dieci anni muta e insospettata testimone.

Un romanzo, questo della Nuvoletta, forte e delicato al tempo stesso. Soprattutto non facile, perché i “legami d’amore” cui rinvia il titolo, sono anche e soprattutto quella dell’autrice nei confronti della sua stessa famiglia. Una famiglia verso la quale, salvando i vincoli d’affetto filiale, Maria Rosa (da sempre impegnata in attività culturali e nel sociale) si pone in modo problematico: e ciò trapela in più pagine del romanzo che non vuole essere autobiografico, ma nel quale non mancano elementi di riferimento a un proprio vissuto, come il ricordo di un periodo fiorentino della sua infanzia. Ciò contribuisce a spiegare la gestazione lunga di quest’opera, il cui primo abbozzo risale a un Master di Scrittura creativa frequentato qualche anno prima presso il Suor Orsola Benincasa, come chiarisce la stessa autrice in una breve nota introduttiva.

La giovane e impetuosa protagonista, in cui forse un po’ Maria Rosa si riconosce, mentre partecipa alle battaglie femministe, deve combattere una guerra molto più dura e implacabile nel seno stesso della sua famiglia, in quelle pareti domestiche in cui si celebrano riti lontanissimi dal suo modo di essere e di sentire: si leggano le pagine in cui è descritto un truculento cenone natalizio o quelle dedicate a una visita presso un allibito ginecologo che deve attestare la sua  intatta verginità.

È un mondo di valori alterati e capovolti in modo a volte paradossale quello che viene fuori dalle pagine di quest’opera: un mondo in cui è totalmente inaccettabile che una giovane si fidanzi conchi è imparentato a uno sbirro e dove i genitori rimproverano i figli per il tempo buttato sui libri piuttosto che stare per strada  perché, ribadiscono, “Miez’ a’ via s’impara qualcosa, no dentro a casa”.

Eppure la Nuvoletta, pur nella drammaticità degli eventi che si susseguono, non arriva a quelle punte di espressionismo evidente in molti testi  -soprattutto teatrali - che trattano analoghi temi. La tecnica del racconto a posteriori fatto dalla giovane e coraggiosa Sonia permette di interporre una distanza cronologica e affettiva ai fatti narrati, che ne escono come decantati e assumono il gusto sfumato e attutito dei ricordi:

Io muta.

La parola non ha mai abbandonato la mia vita, è sempre stata la protagonista delle mie giornate.

Qualsiasi cosa, detta o fatta davanti alla muta, non verrà mai riportata a nessuno.

Ci si fida della muta, ci si lascia andare. Gesti, confidenze, ammiccamenti, telefonate…

/…/

La muta  osserva.

Ascolta.

Collega.

Scopre.

Tutto le si rivela pian piano.

E la muta agisce.

Scrive.

Decine di pagine.

Dal fango all’inchiostro.

/…/

E la sua voce diventa solenne perché non ha mai parlato.

La voce di tutti quelli che hanno soffocato il proprio dolore. Di quelli che nessuno ha mai pensato potessero esistere.

La voce dell’amore che convive con l’odio, della paura che ha coraggio, della morte che fa rinascere.

La voce di un giardino ricavato dal fango.

Di due cigni in un fango rosso.

La muta, non più muta, ora porta dentro i loro sogni, le loro vite spezzate, la solitudine di quelli che non li avranno accanto, i loro figli che non nasceranno.

Io, non più muta, ora porto la morte dentro.

Quella dei miei fratelli, che una sera sono venuti a prendermi e mi hanno portato via…

Non vi ho mai ringraziati per avermi salvato la vita.

Non vi ho mai dedicato una poesia.

Non vi ho mai dipinti in un quadro.

Ho solo messo il vostro nome su una lapide.

E non ho trovato  un modo migliore di questo per salutarvi.