Vieni via con me


Autore: Roberto Saviano
Casa editrice: Feltrinelli
Anno: 2010
Genere: Racconto televisivo

Recensione di Marcello Sabbatino



vieni via con me

Roberto Saviano affronta, nella prefazione, il nodo del racconto televisivo: «Sulla pagina tutto ciò che scrivi è spazio di immaginazione, tutto ciò che racconti può essere vissuto, pensato e rielaborato nella testa e nell’anima del lettore» (p. 9). In televisione, invece, «le parole non sono scritte, le parole si devono vedere» e la narrazione risulta essere efficace nella misura in cui «con onestà la trasformi in un racconto» (pp. 9-10). Nel passaggio dalla parola scritta alla parola vista tutto cambia. Infatti nel racconto televisivo  «gli articoli sono le luci dello studio, gli aggettivi sono i filmati, i verbi sono i movimenti di scena, le frasi sono le inquadrature, la punteggiatura sono gli ospiti» (p. 10). Racconto scritto e racconto televisivo sono due generi diversi e, per certi aspetti, contrari. Conciliarli è certamente difficile ma possibile, come dimostra la raccolta dei racconti televisivi di Saviano, Vieni via con me, il cui titolo si riferisce esplicitamente all’omonima trasmissione condotta dall’autore stesso e da Fabio Fazio.

La raccolta è articolata in otto capitoli, che raccontano otto storie diverse, muovendosi tra le bellezze e le brutture, il paradiso e l’inferno dell’Italia all’inizio del XXI secolo, tra mille ferite e qualche speranza. Nel capitolo La ’ndrangheta al Nord, lo scrittore mostra la vastezza del problema, non circoscritto più al solo Sud, ma esteso ad altre regioni del Nord. «La Lombardia – si legge - è la regione con il più alto tasso di investimenti criminali d’Europa» (p. 67). I milanesi hanno creduto, e alcuni lo credono ancora oggi, che nei loro territori la malavita organizzata non esiste, è lontana. Invece l’organizzazione criminale del territorio lombardo assomiglia sempre più a quello del Mezzogiorno. Carmelo Novella, detto compare Nuzzo, è il capo della ’ndrangheta lombarda che ha un «progetto rivoluzionario» (p. 68): distaccarsi dalla casa madre calabrese e diventare indipendente, creando un organo chiamato proprio «la Lombardia». Ma il suo progetto finisce nel sangue, Nuzzo stesso viene ucciso.

Quando si parla di criminalità organizzata, osserva Saviano, arriva quasi sempre una sorta di malinconia accompagnata da una sfiducia profonda in ogni possibilità di miglioramento. Il problema delle mafie è attorno a noi, per cui quando si afferma «Tanto si ammazzano tra loro», oppure quando «un telegiornale manipola l’informazione», si sta aiutando i clan. Tuttavia, accanto al male, «c’è un esercito di persone che combatte quotidianamente le organizzazioni criminali, non solo con i mitra o con la bilancia della giustizia, ma facendo bene il proprio mestiere» (pp. 76-77).

Una sorta di rabbia arriva anche quando si affronta, nel capitolo quinto, il problema dei rifiuti a Napoli. Molti ragazzi napoletani non hanno mai avuto la possibilità di vedere la loro città libera dai rifiuti. Questa situazione, che va avanti da ben sedici lunghi anni, non può più essere definita una semplice «emergenza», vale a dire un episodio, un momento eccezionale. Sarebbe più giusto chiamarla catastrofe. L’Everest con i suoi 8.848 metri d’altezza è ben poca cosa rispetto a quella che potrebbe essere la montagna più alta del Pianeta, la montagna dei rifiuti e veleni gestiti dalla malavita. Una «montagna tossica» alta ben 15.600 metri, con una larga base di circa 3 ettari. La questione di fondo è che dal business illegale dei rifiuti guadagnano tutti: in primo luogo le organizzazioni criminali, seguite dalla politica e dalle imprese. Il governo, secondo la denuncia di Saviano, considera ancora possibile togliere i rifiuti dalle strade aprendo nuove discariche, così facendo, però, si tampona solo momentaneamente il problema, non lo si risolve.

            La rabbia e l’amarezza possono e devono lasciare il posto alla gioia e alla speranza quando si pensa alla lotta, condotta da Piergiorgio Welby in nome dei diritti irrinunciabili dell’uomo (cfr. cap. IV. Piero e Mina), o alla difesa della Costituzione di Pietro Calamandrei (cfr. cap. VIII. La democrazia venduta e il piroscafo della Costituzione). Da decantare è anche l’azione di Giacomo Panizza, sacerdote del Nord che, dopo essere stato trasferito da Brescia in Calabria, sfida apertamente i Torcasio, uno dei clan di spicco della ‘ndrangheta (cfr. cap. VI. La meravigliosa abilità del Sud). Vivere e lavorare nello stabile confiscato significa dare all’Italia intera un messaggio: «se si può recuperare la casa dei boss, forse si può recuperare la società» (p. 117). Don Giacomo, racconta Saviano, ha capito  perfettamente la grande ricchezza e potenzialità del Sud: «non basta arrivare e fare semplicemente bene le cose. Devi arrivare e trasformarle». Trasformarle però non cercando talenti in altre parti del mondo, ma con quelli che già si hanno.

Sono questi esempi di coraggio che bisognerebbe emulare. Soltanto facendo cose semplici, si ha la possibilità di salvare e, perché no?, migliorare il mondo. A questo proposito Saviano cita una famosa frase di Tolstoj: «Non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco, quindi non si può combattere il male con il male» (p. 77) . Solo operando il bene, come dimostrano le storie di Welby, Calamandrei e Panizza, si può  dare un contributo per creare un’Italia diversa e migliore.