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Salvatore Di Giacomo, Abbascio Puorto, a cura di Fiorenza Esposito


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Abbascio Puorto è una traduzione inedita di Salvatore Di Giacomo di un dramma in lingua italiana di Goffredo Cognetti. Nel 1887 Cognetti scrisse A basso Porto, un’opera teatrale in tre atti rappresentata per la prima volta al Teatro Gerbino di Torino il 23 gennaio del 1888. Tale opera fu in seguito pubblicata nel volume che l’autore curò personalmente raccogliendo l’intera sua produzione teatrale (vol. II, Livorno, S. Belforte & C., 1930; l’opera è edita insieme ad A Santa Lucia). Il dramma di Cognetti è presto tradotto in dialetto napoletano dal già celebre Salvatore Di Giacomo e prende così il titolo di Abbascio Puorto. L’opera tradotta è portata sulle scene per la prima volta negli anni Ottanta dell’Ottocento e successivamente replicata svariate volte, riscuotendo sempre un grande successo. La descrizione realistica della Napoli ottocentesca ha forse spinto Di Giacomo a tradurre l’opera di Cognetti. Si tratta, infatti, di un dramma sulla bassa camorra, d’impronta appunto realistica, il quale fotografa da vicino la Napoli dei quartieri popolari, dei bassi e che, quindi, acquista paradossalmente maggiore efficacia ed incidenza proprio nella sua versione dialettale. Il dialetto dispone, infatti, di un’immediatezza e di una concretezza che non sono del tutto reperibili nella lingua ufficiale.

Oggetto del dramma Abbascio Puorto è una storia di passione e dolore intrecciata ad una realtà camorristica. La protagonista è Maria, una donna che sacrifica se stessa per salvare i figli dal sogno di vendetta di un suo vecchio amante, Ciccillo. La vicenda è ambientata a Napoli, nel quartiere di Aquaquilia a Basso Porto. Il rivale della protagonista, ormai divenuto una spia dei camorristi, porta sulle spalle il peso di un’intricata vicenda conclusasi con la morte della moglie Rosella ed il suo arresto. Avendo attribuito la responsabilità delle sue sventure a Maria, Ciccillo per vendicarsi riesce a far diventare il figlio di lei, Luigillo, un camorrista e a persuadere la figlia, Sesella, di essere innamorato di lei. Intanto nel quartiere si stanno verificando continui arresti di camorristi, per cui s’inizia a sospettare dell’esistenza di una spia. La vicenda subisce poi una profonda svolta perché di fronte alla possibilità che Sesella fugga con Ciccillo, Maria racconta tutta la sua storia alla figlia e le confessa, inoltre, che la spia dei camorristi è proprio Ciccillo. La giovane riferisce tutto ai camorristi che si riuniscono e decretano la morte dell’uomo. Si decide che sia proprio il figlio di Maria ad ucciderlo, ma alla fine la donna, per evitare che il figlio vada in galera, infligge lei stessa un colpo mortale al suo vecchio amante, che muore sotto l’arco su cui campeggia il quadro della Madonna. L’opera si conclude con l’arresto di Maria di fronte ad una folla che festosa applaude.

All’interno dell’opera è possibile rintracciare un’energica presenza della camorra che già ad apertura del dramma compare in maniera implicita attraverso il racconto di due donne. Quest’ultime descrivono in modo efficace la realtà che tutti gli abitanti del quartiere sono costretti a vivere, subendo ogni giorno un infiammato clima di violenza e paura. La quarta scena del secondo atto è una delle più importanti giacché in essa compare direttamente, senza la mediazione di alcuna narrazione, questa dirompente malavita. Si assiste, infatti, ad una riunione dei camorristi che risulta particolarmente interessante in quanto simula il tribunale segreto della camorra tipico dell’Ottocento.

Di Giacomo non si è limitato ad una pedissequa traduzione. Rispetto al testo di partenza di Cognetti, infatti, egli amplia o anche sintetizza diversi particolari, giungendo finanche a maneggiare la storia in modo differente dal punto di vista dell’andamento narrativo. In merito al testo può, infine, risultare utile ricordare che Cognetti, in un volume del suo teatro, sottolinea la piena paternità del dramma in italiano, negando dunque la collaborazione messa in luce da Levi con scrittori napoletani (e il riferimento a Di Giacomo è facilmente intuibile). Inoltre Cognetti sottolinea come, dopo la circolazione del dramma in napoletano, abbia effettuato una propria ufficiale versione in vernacolo, proibendo alle compagnie di mettere in scena quella già esistente. I manoscritti non autografi, che tramandano l’opera, sono da far risalire alla traduzione effettuata da Salvatore Di Giacomo. Abbondano, inoltre, gli articoli di giornale anche di critici autorevoli come Roberto Bracco, che recensendo la rappresentazione di Abbascio Puorto confermano questo dato. Insomma il rapporto tra Di Giacomo e Cognetti a un certo punto si incrinò. Tra i due c’era stata, in realtà, una proficua collaborazione negli anni, come testimonia la genesi del dramma Mala vita. Da una novella del 1888, Il voto, nasce, nello stesso anno, il dramma che poi assumerà il titolo di 'O voto, il quale Di Giacomo realizzò proprio in collaborazione con Cognetti.


Edizione di riferimento

Il testo è tradito dal manoscritto non autografo Racc. Cennerazzo C 718, datato 18 marzo 1903 (Biblioteca Nazionale di Napoli “Vittorio Emanuele III”- Sezione Lucchesi-Palli), qui integralmente trascritto seguendo fedelmente la grafia dello scrivente.


Altre edizioni

Di Abbascio Puorto è stato rinvenuto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli “Vittorio Emanuele III”, oltre al manoscritto di riferimento, anche il manoscritto, non autografo, Racc. Notarianno ms. 2, sec XIX (1888) (Sezione Manoscritti e Rari).


Rappresentazioni

Il dramma è messo per la prima volta in scena al Teatro Nuovo di Napoli il 13-14 ottobre del 1888. L’opera ottiene un grande successo, tanto da essere replicata ancora il 15, il 16, il 17, il 24 e il 25 ottobre e ancora nei mesi e negli anni seguenti. Abbascio Puorto è, infatti, riproposto sempre al Teatro Nuovo dalla compagnia Molinari il 28 ottobre, il 4 novembre e il 9 dicembre del 1910.