Cacciatori di mafiosi


Autore: Andrea Galli
Casa editrice: Rizzoli
Anno: 2012
Genere: Inchiesta

Recensione di Francesco Cevasco (pubblicata sul
«Corriere della Sera» , 7 giugno 2012)



malasettaQuel giorno Giuseppina Pesce, minuta, spalle strette, quel giorno Giuseppina parlò di nuovo. Giuseppina era - è - la cugina di Ciccio Pesce. Ma da quel giorno non è più cugina, non è più parente non è più sangue del nostro sangue perché ha deciso di parlare, di raccontare quello che sa di suo cugino e dei suoi complici di malavita. 'Ndrangheta, Calabria, Rosarno. Un posto dove ci sono quindicimila abitanti e duecentocinquanta affiliati alla 'ndrangheta. Un numero da moltiplicare per cinque, la media dei componenti una famiglia da queste parti. Un totale spaventoso: un cittadino su dodici appartiene alle cosche. Giuseppina parla con i magistrati perché spera che questo possa servire a dare un futuro ai suoi figli e che non sia un futuro di malavita: a quattordici anni impari a spaccare le gambe a chi non paga il pizzo, a diciotto anni sei già capace di uccidere un uomo, una donna, un bambino perché così ha deciso il tuo capocosca, a ventidue sei in galera, magari sotto il 41 bis che non ti fanno nemmeno vedere la mamma. Giuseppina parla anche in tribunale. E intanto a uno dei suoi figli, un bambino, succede questo: lo zio, il fratello di Giuseppina, gli guarda l'indice della mano destra. «Bravo, sparerai bene», gli dice l'uomo tutto fiero. Il bambino è felice: «Così potrò fare il carabiniere». Allora lo zio lo massacra di botte. Questo racconto non nasce a caso. Sbuca fuori da un libro:Cacciatori di mafiosi. Racconta le vere storie di chi per mestiere si brucia la vita a rincorrere i latitanti più pericolosi e feroci d'Italia. Come Ciccio Pesce. Lo ha scritto Andrea Galli, 38 anni, giornalista al «Corriere della Sera». Galli è un tipo strano che per raccontare la vita dei barboni dorme con loro nei vagoni abbandonati alla stazione centrale di Milano, per esempio. E che per raccontare la vita dei cacciatori di mafiosi passa le notti ad aspettare il passo falso della preda. E poi sa anche scrivere bene, ma questo è un altro discorso. I suoi cacciatori di mafiosi non sono Rambo. Non sono vendicatori solitari. Non sono bei maledetti da film. Non sono l'Al Pacino di «Cruising», che s'innamora della sua maledizione. «Piuttosto, terminato il turno di lavoro (che a volte dura anche 51 giorni di seguito) passano al supermercato a comprare il latte per i bambini, litigano con la moglie perché non ci sono mai e a quarant'anni si portano addosso la stanchezza dei vecchi». È gente che gira con macchine scassate che se vuoi tenere su il finestrino devi piazzare il bastoncino di un ghiacciolo tra vetro e portiera. «Credo che stiano ancora aspettando i soldi del governo per ripararlo», scrive Galli. Gente che quando arresta il boss, quando lo porta via in manette dopo averlo tirato fuori dal suo buco si mette in faccia il mephisto, il passamontagna che ti rende irriconoscibile, ma quando va nelle aule bunker a testimoniare lo fa a volto scoperto. E questo vuol dire, come spiega il comandante del Ros che ha arrestato il superlatitante Ciccio Pesce (il cugino di Giuseppina): «I mafiosi sono nelle gabbie, ti sentono declinare le generalità, ti osservano, ti scolpiscono nel cervello». E magari mandano in giro un pizzino con le istruzioni per farti fuori. E succede come a «uno di loro, la sua storia è in questo libro, che ha lasciato la polizia, ora fa il camionista, sotto falso nome in un altro Paese. Ha smesso perché non aveva scelta. Avesse insistito lo avrebbero spedito al Creatore. Ma ancora oggi, lo dice lui stesso, ha le debolezze di un tempo: credere ai sogni e voler essere un poliziotto». Come Ciccio Pesce altri boss cadono nelle pazienti ragnatele dei cacciatori: Domenico Raccuglia, boss di Cosa Nostra, Zani Caushi, signore della mafia slava, Antonio Iovine, boss dei Casalesi, gli Aquino-Coluccio, clan della 'ndrangheta. «Lavori difficili - spiega Galli - perché è più facile nascondersi che prendere chi si nasconde. I cacciatori di mafiosi, le squadre segrete somigliano a una tribù, ognuna con la sua riserva di caccia. Quando acchiappano la preda non pensano al servizio che hanno reso allo Stato. Pensano: ti ho preso, bastardo. E poi con lui, il bastardo, sono gentilissimi, più che con le loro mogli. Sanno che basta una parola sbagliata e gli avvocati dei bastardi sono pronti a fartela pagare...».