Il festival a casa del boss


Autore: Pietro Nardiello
Casa editrice: Phoebus Edizioni
Anno: 2012
Genere: Saggio

Recensione di Valeria Catalano (pubblicata sull'Osservatorio sulla camorra e sull'illegalità, 8 giugno 2012)



«S
ul trattore c’è il papà di don Peppe». Gennaro Diana ara la terra che
lo Stato ha confiscato ad Antonio Diana, boss della fazione Bidognetti. L’immagine
sintetizza perfettamente l’«utopia concreta»
che ha animato in questi anni, il giornalista Pietro Nardiello, ideatore e promotore del Festival dell’Impegno Civile. Affrancare i luoghi
confiscati dalla macchia della criminalità organizzata e riportarli a nuova vita. Minare attraverso l’arte, la musica, il teatro e la riflessione
collettiva ciò che nelle nostre terre è simbolo
inviolabile del potere camorristico. E se l’iniziativa, nata nel 2008, raggiunge la sua quinta edizione, vuol dire che da quella prima semina
qualcosa è nato.
Il Festival a casa del boss, Phoebus edizioni,
ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione della rassegna in luoghi dormitorio,
dove anche il disordine urbanistico e l’abusivismo sono specchio dello strapotere del crimine organizzato. I diritti d’autore saranno devoluti in beneficenza all’associazione «(R)esistenza Anticamorra», coordinata da Ciro Corona,
per la realizzazione a Scampia di un ristorante
pizzeria sociale dove lavoreranno giovani del
territorio, minori in attesa di giudizio e condannati a scontare pene alternative al carcere.
Nardiello, dunque, ci racconta la genesi del Festival. Dall’idea, ai primi passi, all’incontro con
Valerio Taglione e Mauro Baldascino. Con loro
concretizzerà il progetto, primo in Italia, di fare spettacolo e informazione proprio a «casa
del boss». Non pochi gli ostacoli burocratici ed
economici da superare. Primi fra tutti, però,
l’indifferenza delle istituzioni e la diffidenza
dei cittadini. Il volume è arricchito dalle interviste ad alcuni dei protagonisti delle diverse
edizioni del Festival. Si parte con il giudice Raffaello Magi per passare poi a Peppe Barra e al
procuratore Federico Cafiero de Raho, alla professoressa Antonietta Rozera. E ancora Isaia Sales, che nell’intervista di Vito Faenza, elabora
un’interessante riflessione sul rapporto ambiguo tra mafie e religione cattolica. «Il successo
delle mafie», dice Sales, «ha rappresentato e
rappresenta anche un insuccesso della Chiesa
Cattolica. Dico questo perché sono convinto
che, senza una Chiesa realmente e cristianamente anti mafiosa, in tutti i suoi rappresentanti e credenti, la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga». Poche pagine dopo, fanno da contraltare a Sales, le parole
di Don Aniello Manganiello, (intervistato da
Armida Parisi), che ripercorre la sua esperienza di parroco a Scampia e direttore del Centro
«Don Guanella» nello stesso quartiere. Con la
malavita, lui, non è mai sceso a patti, ha anzi
cercato e cerca di combatterla quotidianamente a suon di "pane e Vangelo". «Mi sono accorto arrivando a Scampia», dice, «degli immensi
bisogni materiali della gente. Era necessario innanzitutto risolvere i problemi di queste persone. Io questo ho provato a fare, cercare di aiutarli a riempire la pancia e poi sono passato a
parlare di Gesù».
Il libro-racconto dell’odissea pre-festival
non poteva che concludersi poi, con un’intervista, seppure immaginaria, alla persona cui questa rassegna è dedicata. Don Peppe Diana. Assassinato dalla camorra per il suo impegno antimafia, a Casal di Principe, il 19 marzo 1994. A
casa del boss, si riflette di tutto questo, e soprattutto «si fa», si agisce per una nuova realtà
possibile. Certo, la speranza è che a raccontare
quest’impegno, siano d’ora in poi non solo i
protagonisti, ma anche chi riceve la pratica della legalità e decide

festival

«Sul trattore c’è il papà di don Peppe». Gennaro Diana ara la terra che lo Stato ha confiscato ad Antonio Diana, boss della fazione Bidognetti. L’immagine sintetizza perfettamente l’«utopia concreta» che ha animato in questi anni, il giornalista Pietro Nardiello, ideatore e promotore del Festival dell’Impegno Civile. Affrancare i luoghi confiscati dalla macchia della criminalità organizzata e riportarli a nuova vita. Minare attraverso l’arte, la musica, il teatro e la riflessione collettiva ciò che nelle nostre terre è simbolo inviolabile del potere camorristico. E se l’iniziativa, nata nel 2008, raggiunge la sua quinta edizione, vuol dire che da quella prima semina qualcosa è nato.

Il Festival a casa del boss, Phoebus edizioni, ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione della rassegna in luoghi dormitorio, dove anche il disordine urbanistico e l’abusivismo sono specchio dello strapotere del crimine organizzato. I diritti d’autore saranno devoluti in beneficenza all’associazione «(R)esistenza Anticamorra», coordinata da Ciro Corona, per la realizzazione a Scampia di un ristorante pizzeria sociale dove lavoreranno giovani del territorio, minori in attesa di giudizio e condannati a scontare pene alternative al carcere. Nardiello, dunque, ci racconta la genesi del Festival. Dall’idea, ai primi passi, all’incontro con Valerio Taglione e Mauro Baldascino. Con loro concretizzerà il progetto, primo in Italia, di fare spettacolo e informazione proprio a «casa del boss». Non pochi gli ostacoli burocratici ed economici da superare. Primi fra tutti, però, l’indifferenza delle istituzioni e la diffidenza dei cittadini. Il volume è arricchito dalle interviste ad alcuni dei protagonisti delle diverse edizioni del Festival. Si parte con il giudice Raffaello Magi per passare poi a Peppe Barra e al procuratore Federico Cafiero de Raho, alla professoressa Antonietta Rozera. E ancora Isaia Sales, che nell’intervista di Vito Faenza, elabora un’interessante riflessione sul rapporto ambiguo tra mafie e religione cattolica. «Il successo delle mafie», dice Sales, «ha rappresentato e rappresenta anche un insuccesso della Chiesa Cattolica. Dico questo perché sono convinto che, senza una Chiesa realmente e cristianamente anti mafiosa, in tutti i suoi rappresentanti e credenti, la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga». Poche pagine dopo, fanno da contraltare a Sales, le parole di Don Aniello Manganiello, (intervistato da Armida Parisi), che ripercorre la sua esperienza di parroco a Scampia e direttore del Centro «Don Guanella» nello stesso quartiere. Con la malavita, lui, non è mai sceso a patti, ha anzi cercato e cerca di combatterla quotidianamente a suon di "pane e Vangelo". «Mi sono accorto arrivando a Scampia», dice, «degli immensi bisogni materiali della gente. Era necessario innanzitutto risolvere i problemi di queste persone. Io questo ho provato a fare, cercare di aiutarli a riempire la pancia e poi sono passato a parlare di Gesù». Il libro-racconto dell’odissea pre-festival non poteva che concludersi poi, con un’intervista, seppure immaginaria, alla persona cui questa rassegna è dedicata. Don Peppe Diana. Assassinato dalla camorra per il suo impegno antimafia, a Casal di Principe, il 19 marzo 1994. A casa del boss, si riflette di tutto questo, e soprattutto «si fa», si agisce per una nuova realtà possibile. Certo, la speranza è che a raccontare quest’impegno, siano d’ora in poi non solo i protagonisti, ma anche chi riceve la pratica della legalità e decide di farne il faro del proprio cammino.