La camorra e l'antiracket


Autore: Nino Daniele, Antonio Di Florio, Tano Grasso
Casa editrice: Felici Editore
Anno: 2012
Genere: Saggio

Recensione di Marco Demarco (pubblicata sull'Osservatorio sulla camorra e sull'illegalità, 8 giugno 2012)



«S
ul trattore c’è il papà di don Peppe». Gennaro Diana ara la terra che
lo Stato ha confiscato ad Antonio Diana, boss della fazione Bidognetti. L’immagine
sintetizza perfettamente l’«utopia concreta»
che ha animato in questi anni, il giornalista Pietro Nardiello, ideatore e promotore del Festival dell’Impegno Civile. Affrancare i luoghi
confiscati dalla macchia della criminalità organizzata e riportarli a nuova vita. Minare attraverso l’arte, la musica, il teatro e la riflessione
collettiva ciò che nelle nostre terre è simbolo
inviolabile del potere camorristico. E se l’iniziativa, nata nel 2008, raggiunge la sua quinta edizione, vuol dire che da quella prima semina
qualcosa è nato.
Il Festival a casa del boss, Phoebus edizioni,
ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione della rassegna in luoghi dormitorio,
dove anche il disordine urbanistico e l’abusivismo sono specchio dello strapotere del crimine organizzato. I diritti d’autore saranno devoluti in beneficenza all’associazione «(R)esistenza Anticamorra», coordinata da Ciro Corona,
per la realizzazione a Scampia di un ristorante
pizzeria sociale dove lavoreranno giovani del
territorio, minori in attesa di giudizio e condannati a scontare pene alternative al carcere.
Nardiello, dunque, ci racconta la genesi del Festival. Dall’idea, ai primi passi, all’incontro con
Valerio Taglione e Mauro Baldascino. Con loro
concretizzerà il progetto, primo in Italia, di fare spettacolo e informazione proprio a «casa
del boss». Non pochi gli ostacoli burocratici ed
economici da superare. Primi fra tutti, però,
l’indifferenza delle istituzioni e la diffidenza
dei cittadini. Il volume è arricchito dalle interviste ad alcuni dei protagonisti delle diverse
edizioni del Festival. Si parte con il giudice Raffaello Magi per passare poi a Peppe Barra e al
procuratore Federico Cafiero de Raho, alla professoressa Antonietta Rozera. E ancora Isaia Sales, che nell’intervista di Vito Faenza, elabora
un’interessante riflessione sul rapporto ambiguo tra mafie e religione cattolica. «Il successo
delle mafie», dice Sales, «ha rappresentato e
rappresenta anche un insuccesso della Chiesa
Cattolica. Dico questo perché sono convinto
che, senza una Chiesa realmente e cristianamente anti mafiosa, in tutti i suoi rappresentanti e credenti, la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga». Poche pagine dopo, fanno da contraltare a Sales, le parole
di Don Aniello Manganiello, (intervistato da
Armida Parisi), che ripercorre la sua esperienza di parroco a Scampia e direttore del Centro
«Don Guanella» nello stesso quartiere. Con la
malavita, lui, non è mai sceso a patti, ha anzi
cercato e cerca di combatterla quotidianamente a suon di "pane e Vangelo". «Mi sono accorto arrivando a Scampia», dice, «degli immensi
bisogni materiali della gente. Era necessario innanzitutto risolvere i problemi di queste persone. Io questo ho provato a fare, cercare di aiutarli a riempire la pancia e poi sono passato a
parlare di Gesù».
Il libro-racconto dell’odissea pre-festival
non poteva che concludersi poi, con un’intervista, seppure immaginaria, alla persona cui questa rassegna è dedicata. Don Peppe Diana. Assassinato dalla camorra per il suo impegno antimafia, a Casal di Principe, il 19 marzo 1994. A
casa del boss, si riflette di tutto questo, e soprattutto «si fa», si agisce per una nuova realtà
possibile. Certo, la speranza è che a raccontare
quest’impegno, siano d’ora in poi non solo i
protagonisti, ma anche chi riceve la pratica della legalità e decide

Sul momento non avevo capito nulla. Mi erano sembrati scoppi di petardi...». Comincia così, con un equivoco, il racconto di una straordinaria storia di camorra in cui, una volta tanto, a vincere sono i buoni, i cittadini che si ribellano, e a soccombere i cattivi, gli affiliati ai clan. Non erano petardi, naturalmente. Sul marciapide di fronte all’ingresso del Comune giaceva un ragazzo con la testa fracassata dai proiettili. Quel ragazzo, ora, è su una sedia a rotelle, si è salvato perché gli hanno conservato una parte del cranio cucita all’interno del corpo. «La camorra e l’antiracket» (Felici Editore, 211 pagine) racconta la stessa storia da due punti vista. La prima è quella dell’ex sindaco di Ercolano, Nino Daniele: è lui, intellettuale e politico, a confondere i colpi di pistola con i botti; la seconda è quella dell’ex comandante della locale tenenza dei carabinieri, Antonio Di Florio. Non due semplici testimoni, dunque, ma i principali attori di quella riscossa civica che tra gli addetti ai lavori è già diventata un «caso» nazionale. Ma attenzione: tra gli addetti ai lavori; giacché ancora oggi, nonostante «Gomorra» di Saviano, nonostante il film di Garrone e nonostante le marce e le navi antimafia, chi «libera» un lungomare dalle auto è mille volte più noto e più acclamato di chi libera una città dall’assedio dei clan. Questo libro, ben scritto, non retorico, documentato e plurale, perché racconta di una moltitudine di cittadini eroi, colma dunque un vuoto e merita quanta più diffusione è possibile. Quando Nino Daniele e Antonio Di Florio iniziano il loro lavoro a Ercolano (è questa la città liberata), il comune degli scavi e delle ville vesuviane è dilaniato dallo scontro tra i due principali clan locali, Ascione e Birra: droga e soprattutto estorsioni, con commercianti vessati dall’una o dall’altra cosca a seconda della loro collocazione geografica. E chi è nel mezzo paga due volte. Nell’appendice alla parte scritta da Di Florio la lista degli omicidi occupa sei pagine. Tra il 2003 e il 2009 ci sono stati sessanta omicidi, un massacro. Nino Daniele si insedia nell’aprile 2005. È un sindaco «forestiero», così lo definiscono gli avversari in campagna elettorale, che però viene eletto con il 76% delle preferenze. Della città, dice «conosco poco o niente», ma questo non lo scoraggia. Quando sparano al ragazzo sotto le finestre del Comune, prima si abbandona sulla sua sedia di sindaco come un «sacco floscio», poi capisce che era venuto il momento di trasformare in azione concreta tutto quello che aveva letto sui libri a proposito del Sud e della camorra, dagli scritti di Pasquale Villari a quelli di Francesco Barbagallo. Si tuffa nel lavoro e comincia con non spegnere più le luci del suo ufficio. Il giovane tenente salernitano Di Florio, classe 1973, arriva invece in città nel 2004. E si perde cercando la sua caserma. Difficile credere, per lui, che fosse davvero nello stabile che gli indicavano: un palazzetto fatiscente di quattro piani all’interno di un parco residenziale, dove i ragazzini giocavano a calcio e ogni tanto gli gridavamo: «Brigadie’, ce lo prende il pallone?». A colpirlo più di ogni altra cosa è la prossimità della camorra: tanto vicina da apparire quotidiana, abituale. «Non riuscivo a capire come fosse possibile che la morte di un uomo potesse diventare spettacolo», scrive il militare raccontando di padri che, di fronte all’ennesimo morto ammazzato in terra, prendono in braccio i figli per permettere loro di vedere meglio la scena. Gli alleati del sindaco e del carabiniere saranno i commercianti. Ma non sarà impresa facile convincerli a diventare parte attiva di questo processo di cambiamento, denunciando i loro aguzzini. I primi risultati arriveranno dopo mesi di passeggiate antiracket, sindaco e tenente per i vicoli dei clan, per dimostrare che lo Stato non arretra: non una sfida ai clan, ma un messaggio a cittadini per bene e vittime della camorra, un modo per dire «fidatevi, noi ci siamo». A loro si unirà dopo poco Tano Grasso (che firma il corposo e istruttivo glossario antiracket allegato al volume), che porterà all’iniziativa l’esperienza e il contributo della Federazione antiracket italiana. Grazie a lui Ercolano arriva alla ribalta nazionale, in prima serata Rai. Per la prima volta il grande pubblico conosce la storia di Raffaella Ottaviano, la pioniera dell’antiracket. Uno dopo l’altro si fanno avanti decine e decine di commercianti. Nel 2010 al Tribunale di Napoli inizia un processo sulla camorra a Ercolano che vede 41 imputati e 42 parti lese, testimoni, spiega Daniele, «che hanno collaborato denunciando gli uomini del racket, emissari e mandanti». Non sono mancati i momenti difficili: scritte sui muri e minacce contro il sindaco, un piano, sventato dall’arresto di colui che avrebbe dovuto eseguirlo, per uccidere Di Florio. Mentre Daniele ricorda: «Ho vissuto momenti di amara solitudine. Abbandonato e indebolito dal mio stesso partito. Proprio mentre sentivo che avrei avuto bisogno di sostegno e di autorevolezza mi si toglieva forza e peso politico». Il suo partito era ed è il Pd. Il movimento antiracket ha comunque retto a tutto. Quella di Ercolano è stata una rivoluzione lenta, senza santi né eroi mediatici, senza proclami. Un impegno antimafia partito sia dal basso sia dall’alto; sia dai cittadini sia dallo Stato. E forse è proprio qui la cifra distintiva di questa storia. La coglie in pieno Tano Grasso nel suo glossario anti racket che chiude il libro. Ecco quel che scrive alla voce Ercolano: «Per molti aspetti mi ricorda l’esperienza di Capo d’Orlando. Se oggi, giustamente, si parla di un "modello Ercolano" è perché, come accaduto agli inizi degli anni Novanta in Sicilia, una serie di straordinarie coincidenze ha reso possibile una concreta iniziativa di liberazione del territorio». La prima di queste coincidenze: «La costituzione di un’associazione antiracket sotto l’appassionata direzione di Raffaella Ottaviano». La seconda: «Il ruolo decisivo di un sindaco, raro nel panorama dei amministratori campani, che ha saputo farsi carico in prima persona del sostegno e dell’attiva partecipazione». La terza: «L’attività delle forze dell’ordine che hanno espresso una notevole professionalità nelle strade e nel contatto con gli operatori economici. Nonché la direzione dell’autorià giudiziaria che, con rigore e con tempismo, è intervenuta nell’attività di repressione e nell’avvio dell’azione penale».