Novantadue. L'anno che cambiò l'Italia


Autori: Vari

Curatore: Marcello Ravveduto
Casa editrice: Castelvecchi
Anno: 2012
Genere: Saggio

Recensione di Luigi Mosca (pubblicata sull'Osservatorio sulla camorra e sull'illegalità, 8 giugno 2012)



«S
ul trattore c’è il papà di don Peppe». Gennaro Diana ara la terra che
lo Stato ha confiscato ad Antonio Diana, boss della fazione Bidognetti. L’immagine
sintetizza perfettamente l’«utopia concreta»
che ha animato in questi anni, il giornalista Pietro Nardiello, ideatore e promotore del Festival dell’Impegno Civile. Affrancare i luoghi
confiscati dalla macchia della criminalità organizzata e riportarli a nuova vita. Minare attraverso l’arte, la musica, il teatro e la riflessione
collettiva ciò che nelle nostre terre è simbolo
inviolabile del potere camorristico. E se l’iniziativa, nata nel 2008, raggiunge la sua quinta edizione, vuol dire che da quella prima semina
qualcosa è nato.
Il Festival a casa del boss, Phoebus edizioni,
ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione della rassegna in luoghi dormitorio,
dove anche il disordine urbanistico e l’abusivismo sono specchio dello strapotere del crimine organizzato. I diritti d’autore saranno devoluti in beneficenza all’associazione «(R)esistenza Anticamorra», coordinata da Ciro Corona,
per la realizzazione a Scampia di un ristorante
pizzeria sociale dove lavoreranno giovani del
territorio, minori in attesa di giudizio e condannati a scontare pene alternative al carcere.
Nardiello, dunque, ci racconta la genesi del Festival. Dall’idea, ai primi passi, all’incontro con
Valerio Taglione e Mauro Baldascino. Con loro
concretizzerà il progetto, primo in Italia, di fare spettacolo e informazione proprio a «casa
del boss». Non pochi gli ostacoli burocratici ed
economici da superare. Primi fra tutti, però,
l’indifferenza delle istituzioni e la diffidenza
dei cittadini. Il volume è arricchito dalle interviste ad alcuni dei protagonisti delle diverse
edizioni del Festival. Si parte con il giudice Raffaello Magi per passare poi a Peppe Barra e al
procuratore Federico Cafiero de Raho, alla professoressa Antonietta Rozera. E ancora Isaia Sales, che nell’intervista di Vito Faenza, elabora
un’interessante riflessione sul rapporto ambiguo tra mafie e religione cattolica. «Il successo
delle mafie», dice Sales, «ha rappresentato e
rappresenta anche un insuccesso della Chiesa
Cattolica. Dico questo perché sono convinto
che, senza una Chiesa realmente e cristianamente anti mafiosa, in tutti i suoi rappresentanti e credenti, la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga». Poche pagine dopo, fanno da contraltare a Sales, le parole
di Don Aniello Manganiello, (intervistato da
Armida Parisi), che ripercorre la sua esperienza di parroco a Scampia e direttore del Centro
«Don Guanella» nello stesso quartiere. Con la
malavita, lui, non è mai sceso a patti, ha anzi
cercato e cerca di combatterla quotidianamente a suon di "pane e Vangelo". «Mi sono accorto arrivando a Scampia», dice, «degli immensi
bisogni materiali della gente. Era necessario innanzitutto risolvere i problemi di queste persone. Io questo ho provato a fare, cercare di aiutarli a riempire la pancia e poi sono passato a
parlare di Gesù».
Il libro-racconto dell’odissea pre-festival
non poteva che concludersi poi, con un’intervista, seppure immaginaria, alla persona cui questa rassegna è dedicata. Don Peppe Diana. Assassinato dalla camorra per il suo impegno antimafia, a Casal di Principe, il 19 marzo 1994. A
casa del boss, si riflette di tutto questo, e soprattutto «si fa», si agisce per una nuova realtà
possibile. Certo, la speranza è che a raccontare
quest’impegno, siano d’ora in poi non solo i
protagonisti, ma anche chi riceve la pratica della legalità e decide

malasetta

Conviene rileggere il 1992, per capire il 2012. D’altronde venti anni sono passati davvero troppo in fretta, soprattutto per chi in quell’anno fatidico era appena adolescente. A questa generazione appartengono gran parte degli autori di «Novantadue. L’anno che cambiò l’Italia», edito di recente da Castelvecchi (190 pagine, 14.90 euro). È (in parte) lo stesso collettivo, coordinato da Marcello Ravveduto, che due anni fa lanciò la provocazione di «Strozzateci tutti», antologia di storie di mafia e soprattutto di antimafia. Ricorderete come si innescò quel primo racconto corale: fu l’allora premier Silvio Berlusconi a dichiarare, parola più parola meno, che chi scrive storie di mafia fa fare brutta figura all’Italia, e perciò, metaforicamente, «andrebbe strozzato». Oggi che non è più Berlusconi al centro della scena, sono in tanti a sottolineare le inquietanti analogie tra quel terribile 1992 e il nostro angoscioso 2012. Gli autori di questa raccolta sono ben sedici, tra studiosi, scrittori e giornalisti, e insieme riescono a indurre nei lettori una precisa sensazione: in venti anni, a quanto pare, abbiamo compiuto un lungo giro per tornare, in realtà, al punto di partenza. È lo stesso Ravveduto che lascia intravedere questa chiave di lettura, intitolando l’introduzione al principe di Salina: cioè al personaggio simbolo dell’Italia immutabile. È facile ricordare come anche in quel ’92, ormai piuttosto lontano, i nostri conti pubblici fossero sull’«orlo del baratro» (parole dell’allora premier Giuliano Amato, rievocate nel libro). Anche all’epoca, la Lega agitava lo spettro della secessione del Nord: in questo volume, però, Monica Zornetta racconta anche le frequentazioni capitoline di Umberto Bossi e dei suoi compagni, un’assiduità con i salotti romani che affonda le radici proprio in quell’epoca. E ovviamente il ’92 è anche l’anno delle bufere giudiziarie: in questa opera corale, spetta a Carmen Pellegrino cimentarsi nella lettura di Tangentopoli e dei suoi derivati. Venti anni fa come oggi, l’intero sistema politico era, o sembrava, sulla soglia del disfacimento, e d’altra parte la serie di analogie tra i due momenti storici potrebbe continuare, includendo anche i timori attuali di un eventuale ritorno dello stragismo mafioso. Tuttavia è nel costume e nelle abitudini culturali degli italiani che le cose sono davvero cambiate. Tocca ad Alessandro Chetta, redattore web del Corriere del Mezzogiorno, il compito di «narrare la narrazione», ripercorrendo l’evoluzione del panorama dei media. Così, venti anni fa, all’indomani dell’omicidio di Salvo Lima, e di fronte all’ostinazione di alcuni esponenti della Dc siciliana nel negare l’esistenza della mafia, il settimanale Cuore titolava «Lima come John Lennon, ucciso da un fan impazzito». Quante di queste spietate freddure appaiono ogni giorno su spinoza.it, oggi? E tuttavia quante riescono a sopravvivere nella memoria? L’abilità degli autori di questo volume consiste anche nel mettere a fuoco i dettagli, in un affresco molto complesso da comporre: le dirette dal Palazzo di Giustizia di Milano, con il timido cronista Paolo Brosio teleguidato dal dispotico Emilio Fede. Oppure il tormentone pop «Hanno ucciso l’Uomo ragno», dedicato a Giovanni Falcone secondo una leggenda metropolitana. Sicuramente preziosa, del resto, è la ricostruzione dell’affaire Enimont, affidata alla penna "televisiva" di Giorgio Mottola: inevitabile leggere in filigrana, nella tragica parabola di Raul Gardini, l’incontro-scontro tra capitalismo e politica, un nodo ancora irrisolto in Italia. In ultimo, ma non certo per ordine di importanza, ci sono le vittime della criminalità organizzata. Non si può metterle tutte sullo stesso piano, e d’altronde questo volume non vuole elaborare giudizi definitivi. Manuela Iatì racconta le storie di Lodovico Ligato e Nino Scopelliti, Serena Giunta ripercorre la vicenda di Rita Atria, Amalia De Simone ricorda l’omicidio di Sebastiano Corrado (tutte vittime, in qualche modo, di quel Novantadue). Ci sono ovviamente le stragi di Capaci e di via D’Amelio, raccontate da Francesco Piccinini con il significativo titolo «Non è dato sapere». Con una dettagliata cronologia e una nutrita bibliografia, oltre che con un denso indice analitico, il volume si propone, a conti fatti, come una piccola ma utile «enciclopedia del ’92»: un valore che va oltre dunque, insomma, la semplice narrazione, e non a caso Ravveduto, giovane storico con radici a Pagani, la presenta come un’operazione di  "publichi - story", condotta al di fuori delle mura accademiche.