Vita segreta di Maria Capasso


Autore: Salvatore Piscicelli
Casa editrice: E/O
Anno: 2012

Genere: Romanzo

Recensione di Francesco Durante (pubblicata su
«Il Corriere del Mezzogiorno», 23 Settembre 2012)


gattordo

Maria Capasso è – come dire? – un personaggio da romanzo del Settecento, però calato in uno scenario contemporaneo. E Vita segreta di Maria Capasso, il nuovo romanzo del regista napoletano Salvatore Piscicelli (non nuovo a incursioni nella letteratura, dopo i racconti di Baby Gang NEL 1992 e il romanzo d’esordio La neve a Napoli del 1996), è una sorta di Pamela o Moll Flanders in salsa napoletan-camorristica. Racconta infatti i progressi economici, gli avanzamenti in società, le conquiste di una donna che, partita praticamente da zero, o comunque da una condizione molto prossima all’indigenza (e del tutto estranea alla dimensione criminale), sa farsi via via una posizione, sa sistemare le cose per sé e per i figli, sa trovare i modo di vivere più che agiatamente e insomma sa diventare protagonista in un mondo che aveva deciso per lei tutt’altro ruolo. Ovviamente, perché tutto questo possa accadere, Maria deve saltare il fossato dell’onestà, infrangere tutti i tabù di una educazione, quella che ha ricevuto, improntata alla modestia e al contentarsi del poco che si ha. Ma che senso ha attenersi a quelle vecchie regole in una città come Napoli, dove tutti giocano sporco, e dove gli armadi delle persone più stimate e rispettate sono pieni di scheletri?

Maria dunque incomincia la sua ascesa. Tradisce il marito operaio, gravemente ammalato, e poi – in un crescendo di drammatica determinazione – si fa coinvolgere dal suo amante in un traffico di droga e piano piano arriverà poi all’omicidio. Tutto quello che farà, lo farà «bene» e, quel che più conta, «a fin di bene». Non è in effetti una vera pulsione criminale a muoverla: è piuttosto la necessità di combattere, di non farsi travolgere, e la capacità di cogliere al volo le occasioni che le si presentano.

Piscicelli sembra volerci far capire quanto sia labile, a Napoli, il confine tra il bene e il male. E, anche, quanto sia singolare il caso di una persona che, rifiutando di acconciarsi a un destino per lei predeterminato in modo immutabile, lotta con successo per fare il salto, infilandosi in un «ascensore sociale» che è molto, ma molto diverso da quelli che un tempo soltanto un’istruzione superiore era in grado di garantire. Il racconto, reso in prima persona con la voce di Maria e modulato nei termini di una oggettività dettagliata e partecipe, riesce a sostenere efficacemente questo assunto. Fino alla solenne dichiarazione finale, quando Maria ci chiede come possiamo pensare di giudicarla, se poi il mondo è così ingiusto da tollerare che ogni giorno migliaia di persone muoiono per fame. Questo, magari, è davvero troppo. Meglio tornare al particolare, a lei che, in fondo, è riuscita a «ritagliarsi la sua piccola fetta» alla faccia di quelli che «s’ingrassano sempre di più sulla miseria della povera gente». Una sola cosa. Peraltro, è certa. Che quella «piccola fetta», adesso, Maria Capasso la difenderà con le unghie e coi denti: «e guai a chi me la tocca».