I Gattopardi


Autore: Raffaele Cantone
Casa editrice: Arnoldo Mondadori Editore
Anno: 2010

Genere: Saggio

Recensione di Fiorina Izzo

 

gattordo

Edito dalla Mondadori (2010) nella collana “Strade blu”, il secondo lavoro editoriale del magistrato napoletano Raffaele Cantone è dedicato a coloro che (magistrati, forze dell’ordine, giornalisti, con «comportamenti coerenti», quotidianamente cercano di «arginare mafie e illegalità». Il volume punta ad investigare «uomini d’onore e colletti bianchi: le metamorfosi delle mafie nell’Italia di oggi». Grazie al supporto delle proprie inchieste giudiziarie, cerca di ricostruire i legami e gli affari del “Sistema”criminale italiano. Si viene a delineare così una organizzazione criminale pluriramificata, che ha esteso le proprie radici nell’intera Penisola, in special modo nell’ultimo ventennio. Non più le grandi e storiche famiglie criminali della camorra o della ‘ndrangheta hanno il potere di gestione diretta dei cattivi affari. O meglio non solo loro. Per una migliore organizzazione, essi usufruiscono dell’aiuto dei cosiddetti “insospettabili”: sono infatti  medici, architetti, commercialisti a formare i ranghi delle nuove famiglie e sono proprio loro i veri “gattopardi”, «una leva di giovani laureati, capaci, flessibili ma educati al rispetto dei codici d’onore», che ormai sono diventati una componente importante delle mafie. Si forma così una nuova classe di uomini d’onore che viene inglobata nel sistema di potere che ruota attorno ai clan. Tutto inizia – spiega Cantone – per volere di Bernardo Provenzano al quale quindi si deve questa nuova strategia, in grado di  trasformare «la zona grigia degli affari e della corruzione in un buco nero che rischia di inghiottire le migliori risorse umane e materiali del Sud». Numerosi gli spunti cronachistici presenti nel volume e base di partenza della narrazione, utili a delineare la realtà criminale campana, nonché a sottolineare le analogie e le differenze con le associazioni malavitose delle altre regioni; il tutto grazie al “dialogo” e all’esperienza del giornalista Di Feo. Ne deriva un quadro pressoché omogeneo, in quanto l’oppressione delle organizzazioni criminali è onnipresente nella società, interferendo nell’economia, nella burocrazia e nelle attività amministrative. È una questione criminale più che morale – sottolinea Cantone – dal momento che «dalla convivenza si è passati alla connivenza, dall’omertà alla complicità, grazie all’accettazione di un modello mafioso che anche quando non assume rilevanza penale alimenta la palude in cui rischia di affondare il Sud». Il Nord, dunque, come il Meridione e forse per «convenienza» e «ingordigia». Le cosche, ormai, hanno il potere d’intervento ovunque e così i tentacoli malavitosi si estendono in ogni settore, dagli affari alla politica, dalla sanità alla «colonizzazione dei municipi», sino alle istituzioni varie (dalla magistratura alle forze dell’ordine) e a quello che è tutt’oggi considerato lo sport più amato, il calcio che, trascina dietro di sé un business miliardario. Per non parlare poi dell’emergenza rifiuti «uno dei principali elementi su cui si sono costruite fortune imprenditoriali e politiche a livello regionale e nazionale».

Allo stadio attuale, secondo Cantone e Di Feo, la criminalità non ha più bisogno di minacciare: « oggi offre servizi apprezzati e competitivi. Dove la legge non funziona, dove le banche non danno credito, dove gli enti locali non hanno efficienza, i boss garantiscono soluzioni concrete: sentenze inappellabili, prestiti a tassi ridotti, pratiche approvate in tempi rapidi ».

La mancanza di fiducia nello stato comporta, molto probabilmente, un’omologazione mafiosa: pensare, agire e parlare proprio come i malavitosi. Soluzione ideale sarebbe per l’appunto ridare fiducia nello Stato e nel potere pubblico, ricostruendo in toto una sana società. Nell’attesa però si assiste ad una metamorfosi delle mafie – affermano gli autori - : «i clan cambiano volto: conquistano potere riducendo la violenza, ammazzano di meno per contare di più. Modificano regole antiche per entrare in ambienti che finora avevano rifiutato la mano tesa dai padrini». Quale allora, se il male è ovunque, la possibilità per un futuro migliore? Si può guardare oltre e cosa si deve fare per ciò? Sperando che non sia affatto un’utopia immaginare una società senza l’illegalità, bisogna prendere atto che il problema non va eliminato semplicemente con la repressione, «sbattendo in cella i boss e buttando via la chiave», perché così facendo si ignora la realtà vera della mafia, la quale trova forza preminente nell’«organizzazione» e nel «controllo del territorio». Appare assodato che la malavita trova terreno fertile laddove c’è degrado economico e sociale, però sembra impossibile che il “fenomeno” si argini del tutto inasprendo le pene dei mafiosi, è questa infatti una strada «poco proficua, perché a furia di aumentarle si giunge a tetti sproporzionati». I criminali sono accusati di associazione a delinquere e ciò testimonia come non si sia riusciti ad individuare i responsabili di molti crimini, «chi abbia ordinato o favorito i più gravi fatti criminali» ed è importante, ricordarsi della funzione rieducativa della pena sancita dalla Costituzione: «La sola repressione rischia di amplificare una situazione di emarginazione e una sorta di esaltazione del ruolo criminale, esibito dalla cerchia del detenuto perché questi sono i valori della società in cui vive. Il figlio non si vergogna di avere il padre in cella ma ne fa quasi una patente di autorevolezza mafiosa». Problema grave è la lentezza e l’inefficienza della macchina burocratica e bisogna partire da questo “risanamento” per rendere maggiormente efficace la lotta alla mafia, usufruendo altresì di vari strumenti (intercettazioni, pentimento di affiliati, confische di beni). In conclusione, la mafia esiste e bisogna avere il coraggio di guardare – suggeriscono Cantone e Di Feo – il suo nuovo volto, il quale però incute paura e timore in tutti.