Nel nome dello zio


Autore: Stefano Piedimonte
Casa editrice: Guanda
Anno: 2012

Genere: Romanzo

Clicca qui per la recensione di Francesco Durante (
«Corriere del Mezzogiorno», 17 Settembre 2012)

Clicca qui per la recensione di Natascia Festa («Corriere del Mezzogiorno», 13 Settembre 2012)



Recensione di Roberto Saviano pubblicata su Facebook:

Guanda ha pubblicato il romanzo di un autore napoletano, Stefano Piedimonte. Ho iniziato a leggerlo spinto quasi dal mestiere di dover osservare le pubblicazioni che raccontano di certi temi e di certe zone. Ma presto il dovere critico è sv...anito e le pagine mi hanno annodato a loro. L’ho letto voracemente. “Nel nome dello Zio” parla di un boss, lo Zio, che nei Quarti...eri Spagnoli di Napoli decide dei destini, degli umori, della serenità di tutti. Lo Zio ha una passione ai limiti del patologico: è fanatico del Grande Fratello. Ne guarda tutte le puntate, ne conosce tutti i protagonisti, ne cita parti come fossero una sua personalissima bibbia da prendere a modello per sbrigare le questioni di camorra. Così, tutto ciò che accade nella "Casa", diventa per lo Zio una specie di parabola da insegnare ai suoi, per ammaestrarli. Un giorno la polizia riesce a ottenere, grazie a un traditore, elementi utili per arrestarlo. Organizza un blitz nei Quartieri Spagnoli, ma quando arriva a casa sua, lui si è già dato alla macchia senza portare con sé, per ovvie ragioni, telefoni cellulari e senza istruire i suoi su come rintracciarlo: non sa chi sia il traditore e quindi non sa di chi può fidarsi. Parte con sua moglie Gessica (il cui nome è registrato all'anagrafe proprio con la G e non con la J) e si rintana in un alberghetto isolato dal resto del mondo. Ma i suoi sodali, i "cinque mostri", riescono a capire chi è il traditore e intuiscono che l'unico modo per farglielo sapere è lanciargli un messaggio dalla Casa del Grande Fratello. Caschi il mondo, infatti, anche in latitanza il boss non smette di seguirlo. I cinque mostri arruolano Anthony, un giovane pusher ustionato dalle lampade solari, con le sopracciglia sagomate e la mania dei neomelodici. Lo rinchiudono in un seminterrato sottoponendolo a un durissimo addestramento. Obiettivo: fargli superare le selezioni per il reality show. Gli insegnano passi di danza, canzoni, poesie. Cercano di renderlo più ridicolo di quanto non sia già e alla fine ci riescono: Anthony supera le selezioni ed entra nella Casa del GF. A questo punto, però, le cose si complicano. Il funzionario di polizia, soprannominato "Woody Alien" per la sua bruttezza intellettualoide e chiamato dai colleghi semplicemente Wu, che dà la caccia allo Zio e che ha visto sfumare la sua cattura – il miglior risultato cui possa aspirare come poliziotto - adesso è ancora più arrabbiato e vuole lo Zio, a tutti i costi... Col romanzo “Nel nome dello Zio”, Piedimonte spoglia letteralmente la camorra mostrandone gli aspetti più ridicoli. La annienta lacerando quel vestito di onnipotenza che in tanti anni di soprusi e prevaricazioni si è ricamata addosso. Ciò che diventa palese è che i boss non sono altro che individui a cui mancano pezzi. Persone che spesso, a causa della loro mediocrità, scadono nel ridicolo e nel grottesco dell'autocelebrazione. Tutto ciò può essere intaccato, il consenso nei loro confronti può calare, ma solo se li si trascina a terra, solo se si riesce a svelare le loro passioni per quelle che sono: grossolane, kitsch, imbarazzanti.
Ecco, questa è un'arma affilatissima ed estremamente efficace nella lotta al loro strapotere.



Recensione di Marcello Sabbatino

 

gattordo

Nella camorra dei Quartieri Spagnoli tutto avviene nel nome del Padre, anzi dello Zio, come è chiamato il potente boss dei boss in città, dai clan e dalla Questura. Nel suo nome c’è già il segnale di un ironico declassamento dell’eroe malavitoso, volutamente evidenziato da Stefano Piedimonte sin dal titolo, Nel nome dello Zio (Parma, Guanda, 2012). In questo romanzo lo scrittore racconta con l’arma della comicità caricaturale la riduzione della televisione a buco della serratura attraverso il quale il telespettatore diventa voyeur: una satira dunque sul berlusconismo televisivo dei nostri anni, che produce il Grande Fratello, e sulla proliferazione dei reality show.

 

Tra i personaggi centrali il giovane Anthony, pusher incensurato, con «il volto bruciato da mille lampade, le sopracciglia sottilissime e la camicia aperta sul petto abbronzato e cosparso di minuscoli aculei neri». Peppino ’o Fetente lo prepara ossessivamente per il provino del Grande Fratello. Lo scrittore descrive in modo divertito e divertente la preparazione per superare i provini che si terranno a Gianturco, «la periferia industriale e degradata di Napoli, popolata nelle ore notturne da tossici, barboni e puttane», detta Gianturkistan nello slang locale.

Guidato da Peppe ’o Fetente, Anthony costruisce il proprio personaggio televisivo sulle orme dei cantanti neomelodici: «Sono un tipo frizzantino. Mi piace il mare, la discomusic e amo molto le canzoni dei cantanti»; poi precisa: «cioè, i cantanti napoletani. Ma pure quelli italiani». Insomma Antony ce la metteva tutta per «sembrare un coglione, non un camorrista», anzi un vero e proprio «coglione ignorante e frizzantino che veniva dalla Napoli più verace, più modesta, con tante ambizioni tutte velleitarie».

Nelle ferree gerarchie della camorra Peppino ’o Fetente è subordinato ai «cinque mostri» o capi-piazza: Alberto ’o Malamente, Germano Spic e Span il decano il decano di tutti i Killer il quale «si era conquistato il soprannome fin da giovincello grazie alla sua abitudine di ripulire scientificamente la scena degli omicidi», Sandruccio la Zitella, Pasquale Bruciulì abilissimo nei combattimenti il cui soprannome «discendeva da una maldestra pronuncia del nome di Bruce Lee» e Biagio ’o Femminiello. Sui loro volti è incisa la bruttezza acquisita, segnale della loro criminalità: «Cinque mostri, cinque volti rovinati dalla bruttezza innaturale che infesta gli animi violenti: quella che si sviluppa di anno in anno, di ora in ora, di carcerazione in carcerazione sulle facce di chi vuol trasmettere coscientemente un messaggio prima di ogni altra cosa: ‘Attenzione, sono un criminale’».

Il giovane e ambizioso Anthony sognava di diventare come loro, ma «per diventare capo-piazza sarebbero dovuti passare ancora diversi anni. Cinque, sei, forse anche dieci. Il rispetto dei clan è una cosa che matura col lavoro, con l’impegno e il sacrificio». Sperava che la possibilità di salvare lo Zio, attraverso il messaggio in codice da lanciare durante la trasmissione televisiva del Grande Fratello, «gli avrebbe fatto scalare diverse posizioni. E magari il boss l’avrebbe promosso capo-piazza per investitura diretta. L’intera sceneggiata, in fin dei conti, aveva come unico scopo quello di salvargli il culo».

Il cerchio si chiude intorno allo Zio, il boss latitante, che è per giunta senza telefonino e raggiungibile solo attraverso quell’enorme schermo televisivo dal quale ogni sera segue il Grande Fratello. Dello Zio non è descritto nient’altro che la sua passione per il reality show, quasi come se fosse l’unica cosa che c’era da sapere su di lui, l’elemento totalizzante.

Sulle tracce dello Zio c’è Woody Alien, un pezzo grosso della Questura di Napoli, un funzionario. Le ragioni del soprannome si comprendono guardandolo. Infatti non era «un adone, per carità» , anzi aveva «una bruttezza intellettualoide – alla Woody Allen, appunto, e da qui il primo soprannome – che a qualcuno poteva anche piacere». In aggiunta il suo volto era stato «completamente sfigurato» durante uno scontro a fuoco con i clan della Locride quando aveva lavorato presso la Questura di Reggio Calabria. Un malavitoso, nel tentativo di colpirlo con la sua calibro 9, aveva per errore beccato una bombola a gas, che nella esplosione gli devastò il volto. Così «non somigliava più a Woody Allen, a meno che il regista non si fosse lavato la faccia con l’acido muriatico. Era Woody Alien, un cesso senza via di scampo».

Il lettore chiuderà l’ultima pagina del romanzo caricaturale-umoristico di Piedimonte con quello stesso sorriso pirandelliano, destinato a trasformarsi, dopo aver focalizzato lo sguardo più in fondo, senza fermarsi all’esteriorità, in una malinconica amarezza.