Ernesto Murolo, 'O mpuosto, a cura di Maria Luisa Lombardi



pdfScarica il testo in PDF


’O mpuosto. Scene drammatiche in un atto fu pubblicato a Napoli, nel 1947, presso la casa editrice Bideri.

La vicenda, in un unico atto, si svolge in casa dell’anziana Teresa nell’arco di una serata, durante la festa di Piedigrotta. Teresa è intenta ad adornare la sua casa per la festa quando improvvisamente compare alla sua porta Carolina. La giovane, orfana di madre, trovo appoggio e conforto nella vecchia amica di famiglia e si rivolge a lei in un momento di difficoltà. Teresa appare visibilmente felice di vedere la ragazza e le chiede notizie della sua relazione con il giovane Errico: i due ragazzi, infatti, sono soliti incontrarsi furtivamente a casa di Teresa. Carolina, però, rivela che Enrico l’ha lasciata e ciò desta la preoccupazione della donna che conosce i particolari del rapporto tra i due, sa bene quanto tengano l’una all’altro e soprattutto teme per la sorte della ragazza che è priva dei genitori («E tu mò cumme faie! … Senza mamma, senza pate! Mo nce vò chillu buono crestiano n’ha fatto ’e te chello che n’ha vuluto…»). Teresa, come la Donna Amalia di Signorine che asseconda i progetti della figlia, non ha saputo negare il suo appoggio alla ragazza, nella speranza che Errico la sposasse: ora comprende, però, che avrebbe fatto meglio a non aiutarla.

Le novità riguardanti  Carolina non sono però finite, dal momento che la giovane confessa la verità poco per volta, contribuendo a tenere desta l’attenzione del lettore-spettatore. Dopo aver saputo che Errico vede altre donne, la ragazza ha deciso di fidanzarsi con un suo corteggiatore. La notizia lascia sgomenta Teresa che teme per l’onore di Carolina. La ragazza, però, la rassicura: si tratta solo di un dispetto ad Errico, cui ha dato appuntamento proprio a casa di Teresa per parlargli. C’è però un pericoloso “ma”. Carolina fa riferimento al carattere ‘difficile’ del nuovo fidanzato, Pascalino Affaitati, un uomo dall’animo vendicativo, un malvivente che non ha pietà di nessuno:

Carolina  – E me so’ miso a nu bruttu riseco capite, cummà… pecchè, pe’ fa capace a vuie, ’o nnammurato mio ’e mò è malamente assaie! … Geluso! Accussì geluso ca nun voglia Dio e nce ncucciasse, chillo nce accedesse! … Accedesse cchiù a isso, però… Pecchè… sentite buono, chillo diciarria accussì, dice: Tu m’hê levato ’a femmena e i’ te levo ’a vita… […] Sì, nu malevivente… N’ommo nato p’ ’a forca! … N’ommo ca putarria vedè sparpetà nterra ’a mamma soia carnale, redennoce ncoppa… Nu boia.

Teresa cerca di rassicurare Carolina e la esorta ad affidarsi alla Madonna di Pompei. L’aspetto religioso è sempre presente nelle opere di Murolo e si ritrova sia nei testi teatrali che nelle poesie come ’O miercurì d’ ’a Madonna ’o Carmene in cui una donna disperata invoca la Madonna e quasi la rimprovera di essere insensibile al suo dolore. Qualcosa di simile avviene anche per Carolina la quale però, ormai in preda all’angoscia, attende l’uscita di Teresa dalla scena per spegnere la lampada che la donna ha acceso davanti al quadro della Madonna

Nella scena successiva arriva Errico. Il giovane è visibilmente pentito, sa di aver sbagliato nei confronti di Carolina e, non appena ha saputo della relazione di lei con un malvivente, è tornato per convincerla a lasciarlo. Egli ripercorre con la memoria i momenti felici con la sua donna e le notti insonni trascorse sotto casa di lei. Errico non è diverso dalle numerose figure maschili presenti nelle poesie di Ernesto Murolo, figure di giovani sofferenti per amore che ricordano i minimi particolari dei momenti trascorsi con le donne ormai perdute. Come nei componimenti poetici, l’autore si sofferma su profumi e colori che hanno parte dominante nei ricordi: Errico sembra quasi annusare nuovamente il profumo dei fiori d’arancio e avere davanti agli occhi lo scialle rosa con cui Carolina riscaldava le mani.

La ragazza è sommersa dai ricordi e lotta tra la tentazione di perdonare il suo uomo e la consapevolezza che è ormai troppo tardi per eventuali ripensamenti. Si mostra cupa e taciturna e vorrebbe che Errico non toccasse argomenti che tanto la fanno soffrire. Errico non riesce a credere che Carolina possa amare un malvivente, assetato di sangue e di vendetta. Le sue parole sono tragiche e solenni: è pronto a sfidare la morte pur di averla con sé.  Errico, però, percepisce l’odio che Carolina ancora nutre nei suoi confronti, avverte il suo distacco, e cerca di addolcirla chiedendole perdono, come un figlio che, dopo una discussione con la madre, torna da lei in ginocchio per far pace: «So’ venuto… accussì, cumme a nu figlio ca torna add’a mamma, doppo che l’ha fatto chiagnere pe’ nu dispiacere, a cercarle perdono, addenucchiato, cumme addenucchiato cerco perdono a te, te vaso ’sti manelle che m’hanno accarezzate tanta vote».

Carolina è ormai vinta dalle parole del giovane ma rimane ferma nei suoi propositi e lo esorta ad andare via. Ella sa che qualcosa di terribile sta per accadere e le sue urla per cacciare via Errico trovano risposta nell’appellativo che il ragazzo attribuisce a Pascalino: quest’ultimo è un «camurrista», un uomo prepotente.

Per quanto commossa dalle decise proposte di matrimonio di Errico, Carolina, in preda all’ansia, chiede continuamente l’ora e gli promette ad Errico che andrà via con lui il giorno seguente. Il ragazzo capisce che qualcosa di strano sta avvenendo nell’animo della ragazza e la esorta a dire la verità:

Carolina (piangendo, baciandolo) – …Làsseme… Vattenne… Si stai poc’ati mumente sì perduto… Errico mio… Vita mia… Io so’ n’assassina… Vattenne!

La verità è ormai rivelata. Il discorso di Carolina è quello di una donna ferita, la cui sofferenza si è trasformata in odio e poi in desiderio di vendetta, fino a farle completamente perdere il senso della realtà e a farle dimenticare i sentimenti nutriti per un uomo che ha amato più della sua stessa vita.

Carolina (tremante, indecisa, poi risoluta) – Aveva perduto ’a capa, Errico mio! … Sì stato tu! … Sì stato tu! … M’abbandunaste, te spassave… redive… e i’ perdevo ’a capa! … ’O male ch’ hê fatto a st’anema è peggio d’ ’o male ch’hê fatto a stì carne! … ’E notte chiare chiare! Primma ’o currivo, ’o dispietto… ’e llàcreme… Po’, chiano chiano, ’na calma, ’na freddezza, n’odio a morte… ’O pensiero ’e me vendicà…’o pensiero e t’accidere… pensiero venuto chi sa comme a mme ca tu sai, non tenevo ’o core ’e fa male a ’na furmicola.

Pascalino Affaitati è appostato sotto casa di Teresa ed Errico capisce il piano architettato a suo danno solo nel momento in cui vede il proprio rivale. Carolina, per  vendicarsi, si è accordata col suo uomo perché fingesse di sorprenderla insieme ad Errico nello «mpuosto» della loro «cammarella», trovando così un pretesto per uccidere il ragazzo:

Errico  – Chillo che m’adda accidere è ll’ommo tuio… ’O mpuosto ’e ’sta cammarella… E mentre tu stive cu mmico, ite cumbinato ch’isso veneva pe’ ce ncuccià! … Ligittima difesa… L’onore… E ’o premio ’e quann’esce è ’sta vocca… sò ’sti carne… pe’ ce magnà ncoppa! (La scuote, spingendola) … Schifo! … Me fai schifo!


L’atteggiamento di Errico nei confronti di Carolina, dunque, muta improvvisamente e le rivolge parole dure, diviso tra la paura e la volontà di mostrare coraggio.  Pascalino entra in scena, Errico si mostra disarmato e lo esorta a non commettere un assassinio mentre Carolina promette all’uomo qualsiasi cosa purché risparmi il ragazzo che ella ama. Pascalino, però, si avventa contro il suo rivale mentre Carolina assiste impotente. Dopo poco, però, la ragazza si getta tra i due uomini e salva Errico dal colpo mortale.  Nelle battute finali i due protagonisti rivelano i sentimenti che ancora nutrono l’uno per l’altra e l’amore che li lega anche in punto di morte. Mentre Errico corre a chiamare aiuto, Carolina, con le ultime forze che le restano, riaccende la lampada davanti al quadro della Madonna.

Protagonista indiscussa della vicenda è Carolina, figura femminile intensa e appassionata. Spesso Murolo fa emergere nelle sue opere figure di donne che, per la forza del loro carattere e per la profondità con cui vivono i propri sentimenti, sono in contrasto con il mondo mediocre che le circonda. Basti pensare alla figura di Maria in Se dice, costretta a portare da sola il peso del pregiudizio e dell’ipocrisia di chi la circonda, al punto da decidere di crescere da sola suo figlio piuttosto che vivere nella finzione di un mondo che non l’accetta per quello che è.  Carolina, invece, trova rifugio nelle sue letture, nei romanzi che legge sui giornali. Ella stessa paragona le attenzioni di Pascalino nei suoi confronti a quelle di uno schiavo di cui ha letto in un romanzo apparso sul «Roma». Carolina, però, è costretta a fare i conti con la realtà nel momento in cui capisce che quello che sta vivendo non è uno dei tanti racconti che l’hanno appassionata: il dolore le ha fatto superare i limiti, le ha fatto perdere il senso della realtà e l’ha portata a tradire l’unico uomo che davvero ama. Come Mammela in Anema bella, ha messo alla prova il suo uomo a rischio, però, della vita. È proprio nel momento in cui si rende conto di ciò, allora, che la ragazza attinge in sé una forza che non sapeva di possedere: si getta tra Errico e Pascalino e salva la vita al primo. Ed è proprio prima della morte che Carolina recupera i sentimenti che la follia aveva messo a tacere: l’amore per Errico e la devozione per la Madonna accompagnano gli ultimi momenti prima della fine.

Non meno importante rispetto a quello di Carolina è il personaggio di Errico. Il ragazzo ama la sua fidanzata e si è allontanato da lei più per un capriccio di gioventù. Anche Errico, dunque, si è lasciato trasportare dall’immaturità, dall’incapacità di gestire un rapporto più grande dei suoi anni. Non avrebbe mai creduto possibile che la sua amata potesse cedere ad un altro e quindi torna da lei più maturo, più responsabile, pronto a sposarla e ad affrontare ogni genere di difficoltà. Colpisce la sincerità con cui Errico dichiara i suoi sentimenti a Carolina, senza nascondersi dietro scuse inutili ma analizzando insieme a lei quei pensieri contrastanti che l’hanno portato prima ad allontanarsi e poi a ritornare.

Il tema dell’onore, già presente in Gente Nostra, si accompagna in quest’opera ad un aspetto nuovo, quello della camorra: Pascalino è un delinquente, un uomo senza pietà, un bruto senza sentimenti che solo Carolina riesce in parte a dominare. Il lettore viene a conoscenza del personaggio attraverso le descrizioni che gli altri fanno di lui piuttosto che attraverso le sue azioni:

Errico – […] Hai ragione! Tuorte ne tengo, e quante! Ma ’o cchiù gruosso è quanno aggio saputo ca te stevo perdenno… quanno m’hanno ditto ca te runniava attuorno n’ommo perduto, senz’arte, senza parte, senza cuntegno… ca pure mmiezzo ’a mala vita saccio ch’ ’o disprezzano pecchè vattette ’a mamma! Hê capito? Vattette ’a mamma!

Errico – […] Nu cumpagno d’ ’a scola Municipale. Nu cumpagno ch’ ’a guaglione tuttu quante fuievano pecchè teneva nu naturale ’o cchiù nfamo ca c’esiste! Ca si vedeva sango…redeva! E si vedeva n’appicceco, nzurfava… Ca ’na matina, mme ricordo, me dette ’na botta ’e temperine ’int’ a stu vraccio pe’ na cos’ ’e niente… N’ommo ch’a 17 anne se mettette ’int’a mala vita!’O cchiù peggio nemico mio, pecchè isso nun te putette arrivà e io sì… Ca ’na notte m’appustiaie mentre me retiravo e… si nun era pe’ nu carabbiniere che passava, forse a chest’ora sarria muorto primma d’ ’o tiempo

Amore e morte sono ancora strettamente intrecciati in quest’opera così come in Anema bella, Niny Bijou e O Giovannino o la morte. Murolo mette in scena avvenimenti tragici scaturiti da un amore che è sfociato in follia: la realtà di Napoli è calata in un universo in cui il senso del limite si è perduto e i personaggi possono recuperare la loro vera identità solo a costo della vita. I sentimenti più puri, però, come l’amore e la religiosità, vengono sempre a galla, seppure alto è il prezzo che i personaggi devono pagare per ottenerli di nuovo.

 

 

Edizione di riferimento

Ernesto Murolo, ’O mpuosto. Scene drammatiche in un atto, Napoli, Bideri, 1947.


Rappresentazioni

Napoli, Teatro Nuovo, 1905.