Fortunato Calvino, Cravattari, a cura di Annalisa Castellitti


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madre luna

In Cravattari rivive la Napoli “sotterranea”: quella che un tempo fu un bacino per la raccolta dell’acqua che giungeva nelle dimore della città antica attraverso una serie di pozzi scavati nei pavimenti delle abitazioni, e quella che durante la seconda guerra mondiale offri ricovero a migliaia di civili minacciati dal pericolo delle bombe. Un luogo surreale dove il silenzio è sinonimo di memoria, trafitto a malapena dalla luce solare e dimora dei cosiddetti “munacielli”, diventa la dimensione storica ed esistenziale della pièce scritta nel 1994 dal drammaturgo e regista napoletano Fortunato Calvino.

Ma in Cravattari si rispecchia anche un universo di corruzione e sopraffazione, quello degli affari della malavita, quello degli strozzini (definiti eufemisticamente cravattari), la cui crescente richiesta di interessi spinge i debitori ad autodistruggersi fino a sprofondare nel più totale degrado: psicologico, morale ed economico. I ricordi della fame e della deportazione, della vita e della morte, fanno da sfondo alle vicissitudini economiche di una famiglia che, per sfuggire ai suoi aguzzini, sarà costretta a vendere il negozio, l’oro e perfino la casa per poi trovare protezione nel ventre di tufo della città, dove «c’è il vuoto, il buio, il silenzio e tanti piccoli ragni rossi: si divorano fra loro per sopravvivere!».

Cravattari è il primo testo ad aver affrontato in scena la piaga scottante dell’usura, un fenomeno che proprio in quegli anni iniziava a dilagare nel Mezzogiorno d’Italia, con lo scopo di raccontare quotidiane sfaccettature dell’esistenza umana attraverso la descrizione di una realtà contraddittoria. Parlando di questo testo l’autore afferma che nel suo lavoro convivono due città contrapposte:  la Napoli “del sopra”, quella che tutti conoscono ed ammirano, e la Napoli “sotterranea”, quella della solidarietà reciproca che egli stesso descrive così come gli è stata raccontata dai genitori che durante la guerra, come tanti altri napoletani, vi si erano rifugiati. Da una parte l’azione senza scrupoli dei malavitosi che, oltre agli uomini, coinvolge principalmente donne e madri; dall’altra il dramma dei vinti che spinti dalla disperazione si convincono di aver perso definitivamente la propria dignità. Da un lato la supremazia dei due boss del testo, soprannominati ’O Cinese e Naso ’e Cane, che in questo caso vengono solamente citati in modo da sottolineare con maggior evidenza la scelleratezza di Assunta, un’usuraia che «nun dà maje niente pe’ niente»; dall’altro l’ingenuità di Rosa e la paura dei suoi genitori, Nunzia e Gennaro, sommersi dai debiti.

Ne scaturisce il ritratto di una città “bifronte”, con due volti antitetici ma paradossalmente complementari, abitata da personaggi-fantasma sospesi tra la vita reale e il mondo onirico, i quali incarnano a turno i simboli del bene e del male. La dualità narrativa, che tramite l’espediente scenico del cambio di luce produce un andamento spazio-temporale altalenante, viene esplicitata nel testo dalla didascalia d’apertura che proietta il lettore «in un tipico interno medio borghese, un appartamento sobrio e dignitoso diviso in due parti perfettamente simmetriche, come se una fosse il riflesso dell’altra. Da una parte il presente che rappresenta il vuoto, la sconfitta, ma anche la possibilità di ricostruire, di ricominciare. Dall’altra il ricordo, con tutto il peso insostenibile della sofferenza». L’anello di congiunzione tra queste due dimensioni cronologiche è rappresentato da «un corridoio centrale, zona atemporale dove il personaggio di Rosa, protagonista della commedia, narra gli eventi utilizzando la specularietà della scena in un continuo flashback».

Gli avvenimenti cambiano le persone e possono cancellare anche la storia di un’intera famiglia. E questo è ciò che accade anche ai personaggi di Calvino, legati agli eventi attraverso fili invisibili alla cui estremità riaffiorano i frammenti di una vita vissuta con la paura dei vivi:

ROSA: Lo so che non si può continuare a vivere nel presente riempiendo la propria giornata col passato, non ci si può consolare ricordando, ma a me non resta altro. Io lotto contro i miei ricordi, vorrei che si cancellassero dalla mente ma non riesco ad allontanarli.

I sacrifici, le grida, le risate vengono raccontate dalle mura della casa in cui abitavano e che, in realtà, non abbandoneranno mai, scegliendo di vivere in compagnia delle ombre. E mentre lo squillo del telefono, che funge da leitmotiv della tragica vicenda, indica simbolicamente l’avvicinarsi del pericolo, la presenza del personaggio di Bianca, nel duplice ruolo di futura acquirente della casa e di ascoltatrice dei segreti di Rosa, rappresenta invece la speranza, una via d’uscita. A dimostrarlo è l’ultimo dialogo che si svolge tra le due donne, in cui è netta la distinzione tra il sopra e il sotto, tra la luce e il buio, tra il passato e il presente:

BIANCA: Capisco la paura, ma l’istinto di sopravvivenza ti spinge sempre a reagire.

ROSA: È facile a dirsi.

BIANCA Non è facile lo so, ma c’è un momento nella vita di ognuno in cui si deve avere il coraggio di lottare. Ma che vi aspettavate ancora. Vi hanno tolto tutto, che speravate di essere lasciati in pace?

[…]

ROSA: E che possiamo fare oramai…

BIANCA:  No, la rassegnazione non è una soluzione ai problemi. Rosa adesso ci sono io, ti aiuterò!

[…]

ROSA: Ma io a volte esco di notte e attraverso furtivamente le piazze e mentre cammino canto la canzone preferita di mia madre e la mia voce rimbalza da un vicolo all’altro…

BIANCA: No, no Rosa mi dispiace ma non mi fai compassione. Tu ti sei chiusa così ostinatamente nel dolore del tuo passato… e il tuo presente? Il tuo futuro?... Ricordati “nisciuno campa pe niente”. Rosa basta! Per favore basta! Ma non capisci che soltanto se tu parli, la tua storia sarà utile a qualcuno ma così è tutto inutile. Rosa andiamo!

Il messaggio didascalico del testo si evince da una serie di colpi di scene e dal  finale inaspettato che, pertanto, si preferisce non svelare in questa sede, per non precludere al lettore la possibilità di percorrere da solo queste pagine commoventi e ricche di spunti di riflessione, nelle quali una “città martoriata” parla ai suoi figli.


Edizione di riferimento

F. CALVINO, Teatro, Napoli, Guida Editore, 2007.

Altre edizioni

F. CALVINO, Cravattari, Napoli, Guida Editore (collana Teatro), 2006.


Rappresentazioni

Prima rappresentazione: maggio del 1996. Interpreti: Rosa Fontanella, Nunzia Schiano, Alessandra Borgia, Enzo Pierro, Maria Capasso. Prodotto dal Teatro Nuovo Il Carro e Metastudio89. Musiche di Enzo Gragnaniello. Scene di Clelio Alfinito. Costumi di Maria Pennacchio.

Edizione 1999 con Antonella Morea, Rosa Fontanella, Enzo Pierro, Maria Capasso e Franca Esposito. Prodotto dall’E.T.C. di Mico Caldieri.

Altre edizioni nel 2001, 2002, 2004, 2006 con Antonella Morea, Rosa Fontanella, Linda Lambiase, Enzo Pierro, Rosaria Russo, Graziella Marino, Roberta Serrano, Loredana Simioli, Rosalba Di Girolamo e Paola Greco.

Premi

Premio Giuseppe Fava 1995; Premio “Girulà” come migliore autore 1996; Premio  Speciale Giancarlo Siani 1997.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rappresentazioni

Debutto: Napoli, Nuovo Teatro Nuovo, 8 febbraio 2005. Produzione: Compagnia E.T.C. diretta da Mico Galdieri. Regia: Franco Però. Interpreti: Imma Piro, Guglielmo Guidi, Roberta Serrano, Biagio Forestieri. Voce solista: Stefano Ariota. Musiche: Antonio Di Pofi. Scene: Renato Lori. Costumi: Annamaria Morelli.