La Smorfia, La sceneggiata, a cura di Vincenzo Caputo


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Lo sketch (o, secondo la formula preferita da Troisi, il “mini atto unico”) fu scritto e interpretato dal trio Arena-Decaro-Troisi (“La Smorfia”) nella seconda metà degli anni Settanta e proposto in TV a partire dal 1980 nella trasmissione televisiva “Giochiamo al Varieté” (ma “La Smorfia” si esibì, raggiungendo il massimo successo, in altri programmi del tempo come “La Sberla”, “Non Stop”, “Luna Park”, “Effetto Smorfia”, “Sotto la Tenda”, etc.).

L’opera è ambientata nel «vicolo Scassacocchi», un vicolo del centro storico di Napoli (nei pressi di via dei Tribunali), il quale per il pubblico nazionale televisivo perde la sua specifica connotazione geografica per divenire immaginario luogo partenopeo dove domina il guappo don Gennarino Parsifàl (interpretato da Lello Arena). Siamo di fronte alla parodia dei più abusati (e usurati) cliché relativi alla malavita napoletana. Gli atteggiamenti e le pose di don Gennarino-Arena rappresentano la chiara caricatura di un’antica tradizione teatrale, la quale proprio negli anni Settanta e Ottanta si riversava nel cinema attraverso i film di Brescia interpretati da Merola (si veda la trilogia Napoli…serenata calibro 9 del 1978, Napoli…la camorra sfida la città risponde del 1979 e Napoli, Palermo, New York, il triangolo della camorra del 1981).

La scena si accende nel momento in cui il personaggio interpretato da Troisi (Ciro il napoletano) dichiara, nonostante le indicazioni del copione, che a “comandare” nel vicolo è lui. È subito pronto, poi, a ritrattare l’affermazione, quando don Gennarino gli chiede minacciosamente di ripetere l’asserzione («Guappo nun si tu, guappo songh’io!»). Ci troviamo, quindi, di fronte allo scontro tra Gennarino Parsifàl («capoguappo bieco, cattivo, senza scrupoli») e Ciro il napoletano (giovane e aspirante guappo). Quando don Gennarino uccide la madre di Ciro, quest’ultimo è costretto dalle consuetudini del genere a cercare la vendetta. La sua, però, è una vendetta perseguita a malincuore. Ripensamenti, paure, preoccupazioni investono il personaggio Ciro, fino alla parossistica soluzione da lui prospettata.

Don Gennarino non può uccidere Ciro, poiché nella sceneggiata è il buono a uccidere il cattivo e non viceversa. D’altro canto, però, se Ciro uccide don Gennarino, diventa inevitabilmente cattivo e aziona così un’interminabile catena del male. La soluzione di Troisi-Ciro contempla una possibilità che manda in corto circuito il meccanismo stesso della sceneggiata: il perdono. «Na bella idea, na bella idea per finire, gua’: lo perdono, he’ capito… ». In fondo, a ben guardare, don Gennarino non è proprio cattivo; è soltanto, dal punto di vista caratteriale, «nu poco ’mpicciuso». La tragedia in salsa napoletana si risolve così genialmente grazie al comune buon senso della quotidianità.


Edizione di riferimento

Trascrizione della versione televisiva del 1980, la quale è visionabile su http://www.youtube.com/watch?v=K6Hio2-vFGE


Altre edizioni

L. Arena, E. Decaro, M. Troisi, La Smorfia, con uno scritto di G. Capitta, Torino, Einaudi, 2006, pp. 67-80 [I ed. Torino, Einaudi, 1996].


Rappresentazioni

Il mini atto unico fu rappresentato nella seconda metà degli anni Settanta e portato al successo nel 1980 nella trasmissione televisiva “Giochiamo al Varieté”.