Carlo Tito Dalbono, Il camorrista e la camorra, a cura di Marcello Sabbatino


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Il lungo articolo di Carlo Tito Dalbono, Il camorrista e la camorra, apparso in Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. Opera diretta da Francesco De Bourcard, (vol. II, Napoli, Stabilimento tipografico del cav. G. Nobile, 1858 [ma 1866], pp. 215-36), è strettamente legato al dossier del giornalista italo-svizzero  Marco Monnier, La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate (Firenze, Barbèra, 1862), l’unico testo che cita anche se con qualche riserva («Senza ripeter qui quello che con colori più o meno drammatici ha detto lo scrittore della Camorra pubblicata dal tipografo la Barbèra di Firenze, colori che sentono l’accozzamento di notizie attinte da un ingegno straniero»).

Da Monnier proviene in gran parte il dizionario del gergo della camorra che Dalbono utilizza in più passi:

Asparago gendarme, poliziotto.

Barattolo cassa: «l’amministratore della cassa o del barattolo».

Bo-botta pistola «è derivazione di dialetto, dicendosi botta il colpo o la esplosione di un’arma da fuoco».

Camorra «vale da una parte associazione, dall’altra unione di lucri».

Camorrista «un uomo che vuole rendersi utile ad ogni costo, che vogliate o no vi offre l’opera sua. Siete in facoltà di rifiutarla, ma dovete compensarla: egli dice lasciate mangiare. Il faut que tout le monde vive disse Arrigo IV: il camorrista soggiunse debbo mangiare! ». Si diviene camorrista dopo aver superato i gradini iniziali di picciotto d’onore e di picciotto di sgarro: « Il picciotto di onore che aveva superato le penose astinenze e le fatiche dell’obbedienza, il picciotto di sgarro che avea vinto le prove dell’abnegazione ed era uscito dalle carceri nutrito a spese della consorteria, diveniva camorrista».

Campata «sussistenza».

Capo-cavallo «il procurator Generale della G.C. Criminale».

Capo lasagne «Commissario di polizia».

Cassa petto: «tirando al petto e come dice nel suo linguaggio in cassa».

Contarulo «il contabile, l’amministratore della cassa o del barattolo, il distributore delle propine di domenica in domenica».

Dormiente «l’uomo dormiente per uomo morto è forma antica».

Freddare uccidere: «La sua voce di freddare per uccidere è tutta italiana».

Fujuta la sfuggita: «se un poliziotto giurando sul sangue di Cristo di dar la sfuggita, fujuta, ad un picciotto del quale s’era avvalso […]».

Gatto «nome dato alla squadra di polizia, e sorcio al poliziotto son voci adottate anche altrove».

Giamberga gentiluomo.

Martino pugnale: «misericordia o martino per pugnale è voce originata nei mezzi tempi e portata tradizionalmente a noi».

Misericordia vedi martino

Palo spia.

Paranza drappello di camorristi: «le paranze cioè i drappelli comandati dai capi paranze, come altrettanti capi squadre». Le paranze si estendono sull’intero territorio: «formavano una catena che si spandeva dagli angoli o dai chiassuoli delle strade fin entro agli edifici, dove il continuo agitarsi in faccende favoriva le mene e il corrispondersi degli affiliati alla camorra».

Picciotto «voce più sicula che napolitana, il picciotto è il paggio d’armi di questa nuova cavalleria».

Picciotto di onore «il valletto del camorrista, gli fa la spia, gli reca le armi, gli spiana la via dell’esecuzione se egli deve portarsi nel tal luogo, o fra quella determinata gente, per ripetere il suo dritto o meglio la sua tassa».

Picciotto di sgarra «un anno circa è dato di tempo al picciotto di onore per iniziarsi nel mestiere. Se egli è riuscito a ben servire senza avidità di compenso, come sacerdote di un culto, da picciotto di onore passa a picciotto di sgarra».

Rufo «oggetto rubato vien da arraffare o graffiare».

Serpentina «guadagnar qualche serpentina, val dir piastra».

Sorcio vedi gatto.

Tammurri avvisaglie: «Nei tribunali medesimi l’ardita camorra, col mezzo dei suoi tammurri o avvisaglie, esplorava uomini, attingeva notizie, e le sentenze emanate in una o altra causa e il parere de’ più chiari criminalisti del paese e più tortuosi eran sempre note alla schiera dei camorristi».

Tre lasagne ispettore di polizia.

Inoltre il finale del dossier di Monnier è permeato di ottimismo: « Ancora un po’ di tempo, molta pazienza e coraggio, un’assidua vigilanza, una infaticabile perseveranza nella fermezza e in special modo nella onestà, e questa orribile piaga aperta tuttora non sarà soltanto cicatrizzata, ma guarita. Tale è l’opera che l’Italia ha da compire nell’Italia meridionale». Alla stessa maniera Dalbono conclude l’articolo: «Oggi si può tutto, poiché il passato più non esiste. Volere, perseveranza e lealtà, e il camorrismo nequitoso e criminoso sparirà dal lezzo delle provincie meridionali, e i nostri nipoti, forse divenuti per migliori condizioni increduli del passato, diranno:  Il camorrismo era un mito!».

Più che nell’analisi della camorra, Dalbono dà il meglio di sé stesso quando racconta alcuni episodi. È il caso del prete-bottegaio che celebra o vende le messe e del camorrista che non ne perde una: «Alcuni preti, che di Cristo e della nostra religione avean fatto bottega, di una in altra chiesa, passando con le debite precauzioni celebravan più volte e si lasciavan pagare più messe; ma il camorrista che avea per suo disegno ingoiata più d’una messa, all’ultima di esse gli si faceva innanzi, e, dimandandogli ironicamente se avesse finito, gli richiedeva il suo scotto».

La storia più avvincente è quella della sposa del camorrista incarcerato, la quale è esortata dal contarulo a rivolgersi per i suoi bisogni alla Madonna del Carmine, che a Napoli è la protettrice dei camorristi: «Qualche volta la giovine sposa dell’infausto camorrista recasi dal Contarulo della società per isvelargli le sue angustie e le sue privazioni. Il Contarulo è il contabile, l’amministratore della cassa o del barattolo, il distributore delle propine di domenica in domenica. Questi la rassicura, le dice che suo marito si porta bene, che la società è contenta, la mette in isperanza di farle guadagnar qualche serpentina, val dir piastra; e perché in un paese dove la religione è orpello o superstizione, la Vergine e i Santi van sempre di mezzo a tutto, la incuora perché si raccomandi a nostra Donna del Carmine che è la patrona, cioè protettrice dei camorristi».


Edizione di riferimento

Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. Opera diretta da Francesco De Bourcard, vol. II, Napoli, Stabilimento tipografico del cav. G. Nobile, 1858 [ma 1866], pp. 215-36.


Altre edizioni

Usi e costumi di Napoli e contorni,  a cura di Francesco de Bourcard, Milano, Longanesi, 1970.

Usi e costumi di Napoli e contorni. Opera diretta da Francesco De Bourcard,  voll. 2, Napoli, Reprints editoriali, 1976.

Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. Opera diretta da Francesco de Bourcard, voll. 2, Roma, Benincasa, 1976.

Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. Opera diretta da Francesco de Bourcard, voll. 2, Napoli, Marotta & Marotta, 2002 (rist. anastatica).