Storie di ragazzi tra legalità e camorra


Curatore: Luigi Merola
Casa editrice: Guida
Anno: 2013
Genere: Narrativa



Introduzione di Luigi Merola

'A voce d''e creature e la formazione sui temi della legalità

La camorra, una delle quattro organizzazioni criminali più potenti in Italia, è un cancro che ha mangiato una parte della regione Campania. C’è una porzione di questo territorio che ha inghiottito veleni di ogni genere, un’altra parte ha accettato, in silenzio, soprusi e violenze in ogni settore, ma c’è anche una parte che ha reagito e si è ribellata.
La camorra va aggredita come si aggredisce un qualsiasi cancro. L’ho fatto a Marano di Napoli nel 1997, mia prima destinazione come prete dove ho prestato servizio pastorale per quasi tre anni, poi a Forcella per sette anni ed oggi continuo a farlo nella Fondazione di recupero minorile ’A voce d’ ’e creature. In questo arco di tempo ho incontrato tante persone, ho tenuto incontri dal nord a sud della Penisola, ho incrociato gli occhi di giovani e adulti, di bambini e di adolescenti. Ho percorso con i miei angeli custodi (i carabinieri della scorta) centinaia di chilometri, facendo tappe in città importanti e paesi sconosciuti, ho partecipato a centinaia di convegni organizzati da associazioni, scuole, politici, imprenditori, sindacalisti e parroci, ma una domanda è emersa continuamente: «Perché lo Stato non è capace di combattere la camorra, perché interviene sempre tardi e perché non ha una medicina adatta per liberarci da questa malattia?»

Ho capito che lo Stato deve rinnovarsi nella sua classe politica, deve avere coraggio e dare più sostegno alla formazione
delle nuove generazioni. Il nostro è uno Stato della Comunità Europea che investe ancora troppo poco nell’educazione e nella formazione. Ci vorrebbe il Ministero dell’Infanzia, perché quando arriva il magistrato o il carabiniere è già troppo tardi. Eppure i percorsi di vita possono essere lunghi, brevi, tortuosi, facili e vantaggiosi o problematici e poco soddisfacenti. Dipende sempre dalle strade che si imboccano, dalle scelte che si fanno, dai motivi o dalle condizioni che spingono a certe scelte. La vita è una continua scelta. Lo stesso Gesù, per chi ha potuto apprezzare i vangeli, ha chiesto al giovane ricco di scegliere e di lasciare qualcosa (cfr. Mc 10, 21) e dice anche Non potete servire a due padroni (cfr. Lc 16, 13). Dunque, il Signore ci pone davanti sempre due strade, ma nello stesso tempo, se chiediamo aiuto, ci guida, ci tende la mano; e spesso, giustamente, ci mette alla prova, per comprendere il nostro buon senso, la nostra fedeltà e con che grado di oculatezza facciamo determinate scelte.

In questi lunghi anni ho visto tanti ragazzi che si sono persi ma anche tantissimi altri che si sono salvati. Ecco perché ho scelto di stare dalla parte dei bambini, dei più deboli, dei più fragili. Tendere la mano, impegnarmi quotidianamente con i miei volontari ed educatori a toglierli dalla strada, è stato il mio chiodo fisso. Con diverse strategie educative abbiamo riportato a scuola centinaia di bambini, li abbiamo allontanati dalla strada impegnandoli in attività sportive, ludiche-ricreative e, in alcuni casi, siamo riusciti anche a trovare un lavoro. Nessun bambino nasce delinquente.

Per questo nel 2007 ho aperto, in un bene confiscato alla camorra, nel quartiere Arenaccia di Napoli, la Fondazione ’A voce d’ ’e creature, alla quale andranno i proventi di questa raccolta di racconti, di testimonianze e di testi teatrali. Un modo per sostenere le attività portate avanti ogni giorno con tanti sacrifici da decine di volontari.

Sul piano della diffusione della legalità si è fatto tanto in questo decennio: da ricordare gli interventi di Roberto Saviano e di tanti giornalisti coraggiosi, dell’associazione Libera, di “Riferimenti” - Coordinamento nazionale antimafia Gerbera Gialla, delle Fondazioni in memoria di Falcone e Borsellino, e di tantissime altre associazioni di volontariato più o meno conosciute. Tutti bravi, sempre in prima linea, ma quanti hanno incentrato il loro lavoro a favore
dei bambini? Ho visto troppi «professionisti dell’antimafia » direbbe Sciascia…

La Fondazione ’A voce d’ ’e creature, purtroppo, è unica in Italia nel formare ogni giorno i suoi bambini sui temi della legalità. I massimi rappresentanti delle istituzioni della città di Napoli e dell’intera nazione hanno spesso toccato con mano, grazie alle loro visite, il lavoro che viene svolto ogni giorno in Fondazione.

La mia comunità accoglie più di 150 ragazzi dai 6 ai 18 anni. Dietro ad ogni ragazzo c’è una storia di vita, a volte drammatica, di chi ha deciso di fare il male perché nessuno, probabilmente, lo ha guidato nel momento del bisogno. Noi diciamo ai ragazzi che la vita è un viaggio, un cammino, ripido o in salita, ma a nessuno è permesso di compiere il male perché, come ho scritto nel mio primo libro, Forcella, edito da Guida, nessuno nasce delinquente, ma lo si diventa. Le storie del boss soprannominato Topolino, di Luigi Giuliano, di Salvatore che era stato scelto dal clan per ammazzarmi o quella dei tanti volontari che mi aiutano gratuitamente presso la Fondazione, sono la conferma che ognuno può contribuire a migliorare o a peggiorare la nostra società.

Il male del nostro Sud è certamente impersonificato nel business delle mafie. Ma, nello stesso tempo, c’è nel nostro Paese, nella nostra regione Campania, la forza di combattere queste forze negative: i giovani sono la migliore risorsa per questo riscatto. Infatti, nonostante i tagli fatti alle scuole e alle università, questa gioventù non vuole soccombere, non vuole mollare!

Posso affermare con forza che in ognuno di noi c’è una particella di bene e che, nel contempo, la redenzione non rappresenta soltanto l’ancora di salvezza per l’uomo, ma anche un modello al quale ispirarsi, un modello da divulgare. Promuovere la redenzione, comunicarla nel modo giusto, aiuta anche altri a redimersi, soprattutto quelli che non sanno più se c’è una via d’uscita. Ho cercato di coltivare, in un’epoca dove sembra tutto finito, il valore della speranza. La speranza non come «ripostiglio dei desideri mancati, ma la speranza come parente stretto del realismo, impegno robusto che non ha niente a che vedere con la fuga», come diceva spesso don Tonino Bello ai suoi giovani.

Redimersi significa anche pentirsi, ma nello stesso tempo significa anche ragionare e far ragionare gli altri sui rischi che si abbandonano e sulla serenità d’animo alla quale si va incontro. E, anche in questo caso, è necessario partire dalla famiglia e dalla massima attenzione nei confronti dei bambini, sin dal giorno in cui muovono i primi passi. A tal proposito, in questo mio intervento, ho il piacere di sottolineare che dietro le quinte di questo libro, vive principalmente un progetto spirituale e sociale che condivide il programma della Fondazione ’A voce d’ ’e creature, inaugurata il 25 febbraio 2008. Oggi in questa struttura, grazie anche al supporto di numerosi amici del mondo dello spettacolo e di personalità, da Fabrizio Frizzi a Raul Bova, da Flavio Insinna a Fiorella Mannoia e ultimamente dalla visita del cardinale Crescenzio Sepe, abbiamo tanti ragazzi, sottratti alla strada, che fanno percorsi di inserimento sociale. Questo cammino, seppur faticoso, è lasciato spesso nelle sole mani dei volontari. La camorra cerca di contrastare tutto quello che serve a riscattare un territorio, creando un vuoto indescrivibile attorno ai presidi di legalità sorti nei quartieri difficili. Emblematico è stato l’ultimo raid subito il 12 ottobre 2010, in un terreno adiacente alla Fondazione, sottratto alla camorra ed ora adibito a campetto di calcetto. È il fiore all’occhiello della Fondazione, fortemente voluto da me, nonostante gli sgambetti di alcune istituzioni, che invece di dare una mano sono spesso assenti o, peggio, remano contro.

Con la vendita di questo libro, vogliamo continuare a sognare, irrobustendo una esperienza che è iniziata a Forcella, uno dei quartieri più degradati di Napoli, e continua ancora oggi nella Fondazione e presso la Stazione centrale di Napoli della quale sono il cappellano.



Recensione di Piero Antonio Toma («La Repubblica», edizione di Napoli, 11 gennaio 2014)


Storie di ragazzi tra legalità e camorra, a cura di Luigi Merola, Napoli, Guida, 2014. Un libro che è insieme racconto, reportage, saggio, diario, teatro. Un libro che ha le parole che non si nascondono. Che è un viatico con un destino segnato, e quasi mai è un destino favorevole. Che si identifica con un’infanzia e una gioventù senza futuro. Un libro a quindici voci di attori più le immagini, drammaturghi, poeti, scrittori, sacerdoti, critici, docenti, fotografi. Eppure è anche un libro che partorisce uomini, donne, comunità, scuole, volontariati che si battono perché i bambini siano distolti dal destino di strada.

Nessuno infatti nasce delinquente, perché venga ritrovata la scia della speranza, perché anche una zona per il calcetto rappresenta una via di redenzione. E qui ci sono le parole-percorso di don Luigi Merola, che ha curato la raccolta, le parole-dilemma di Massimo Marelli, le parole-racconto di Marcello D’Orta, il suo ultimo scritto con la sue storie di guappi buoni e cattivi. E con la descrizione della malavita napoletana passata da posizioni quasi romantiche a quelle dell’efferatezza, che diventa modello da emulare e esaltare e dove esiste «una organizzazione che vive alle spalle della città come i ricottari alle spalle delle puttane», che conquisti sempre nuovi ambiti: la triade di Bruno Forte, unire-educare-impegnarsi.

Il racconto dei morti ammazzati visti e la necessità di rimuovere i modelli culturali ai quali si ispirano tanti ragazzi (Raffaele Cantone). La sapiente descrizione della Sanità, i palazzi, le chiese, le catacombe, le piazze, da Totò a Eduardo con i destini segnati di un teatro che si condivide con la morte (Peppe Barra). E ancora dello stesso rione il benefico effetto “contagio” di iniziative a favore dei giovani di don Antonio Loffredo e di Riccardo Dalisi (Paolo di Paolo), la bambina di Scampia che si oppone a chi vuole uccidere i suoi sogni e che dice basta a sangue e morte (Pino Imperatore). Meno male che, nonostante tutto, famiglia, scuola, parrocchia fanno tanto per i giovani (Carmine Adinolfi).

La “carriera” di un moschillo che via via si fa spiegare che cos’è il pentimento (Ruggiero Stefanelli), di un altro che si macchia le mani di un omicidio e che finisce in carcere (Marcello Sabbatino) e di un terzo che appena dopo l’iniziazione viene distratto dal primo amore (Edoardo Sant’Elia). Quel giovane che ritorna a Napoli e che va in carcere, un carcere vicino al cimitero di Poggioreale, binomio di schiavitù e morte (Vincenzo Caputo). O quando la detenzione di una donna pesa sul figlio piccolo che s’interroga: «Come si fa ad avere una madre per un’ora al mese?»; e come si cresce senza famiglia che «è il sangue che non ti lascia, ti chiama, che ti comanda». Ecco perché quel ragazzino finirà per uccidere (Daniela De Crescenzo). E nel primo dialogo due madri, complice San Gennaro, discutono dei figli e della loro “scuola della vita” tanto temuta quanto inevitabile (Manlio Santanelli) e in un secondo la cartina di tornasole è il verbo “pariare” con tutta la sua sospetta semantica.

Quale miglior conclusione della preghiera rivolta a Babbo Natale: «Vorrei una città nuova» perché qui «ci sono più sinonimi per la parola indifferenza che per l’amore amore» (Angela Villa).