Giulio Caggiano, Mareggiata, a cura di Vincenzo Caputo


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Il dramma in quattro atti di Giulio Caggiano, Mareggiata, fu quindi pubblicato in una raccolta di testi dell’autore dal titolo omonimo (Mareggiata. Scritti vari, Milano, Sonzogno, 1935, pp. 106-183). Non è questa la sede per un confronto tra il citato scritto degli anni Trenta e la sua rispettiva prima versione del 1902 (Anime delinquenti). Ci preme soltanto evidenziare come con Mareggiata Caggiano elabori una trama più complessa rispetto a quanto fatto in Anime delinquenti e soprattutto, ai fini del nostro discorso, più esplicita nei confronti di alcuni meccanismi camorristici, già a partire dalla didascalia dell’Atto I dove si segnala un elemento inesistente all’altezza del 1902 e connotante di una determinata e specifica ambientazione criminale («Sulle pareti delle case vicine v’è qualche manifesto elettorale con la data 25 giugno 1914, in modo molto evidente»).

Il primo atto di Mareggiata si apre con un dialogo tra Peppino, Carmine e Pettenessa che fa comprendere allo spettatore gli intrecci tra politica e affari e, soprattutto, nella scena II si delinea la figura del camorrista Gennaraniello, di cui l’amico Palummiello evidenzia la vicenda biografica (da “povero marinaio” a uomo rispettato e temuto). Sono poi presentati i due personaggi che ritorneranno negli atti successivi, Graziella e Salvatore, innamorati al centro degli intrighi politico-camorristici. Gennaraniello insidia, infatti, Graziella e Salvatore è accusato dell’omicidio del marinaio Antonelli. L’atto II, invece, vede il dialogo tra vari carcerati che, affiliati alla camorra, finiscono per svelare il significato di alcuni simboli difficilmente decifrabili (e qui il Caggiano mette sicuramente a frutto la propria esperienza di giudice). In tal caso veniamo a sapere che Pettenessa, figura più importante rispetto al ruolo assunto nella versione del 1902, si è infiltrato in carcere per comprendere se Salvatore è o meno innocente. Seguono, poi, una serie di dialoghi tra persone costrette a delinquere per poter vivere e il vero protagonista dell’opera, il giudice Nemi, il quale si mostra pronto a comprendere le esigenze della povera gente ascoltata. Tra questi imputati c’è anche Salvatore che si professa in maniera furente innocente. In realtà tutte le prove sono a suo sfavore e, soprattutto, l’arma del delitto, un coltello con le sue iniziali.

Nel corso del terzo atto veniamo, però, a conoscenza dell’innocenza dell’imputato, vittima di un complotto. La scenografia è completamente mutata. Siamo in un ambiente elegante, dove si festeggia la vittoria elettorale dell’on. De Nura. Fa il suo ingresso sulla scena il cav. Barinelli. Egli è avvisato dal cancelliere del tribunale dell’arresto di Salvatore e lo spettatore comprende finalmente che è stato il cavaliere Barinelli ad aiutare il camorrista Gennaraniello a non finire in galera per quell’omicidio, in modo da avere in cambio centinaia di voti. È stato sempre il cavaliere poi a spingere il cancelliere a occultare il coltello dell’omicida con un altro. Per risolvere il tutto e inquinare il processo, il Barinelli suggerisce al commendatore De Nura di accettare la difesa del marinaio ingiustamente accusato. Nel corso dell’atto IV, infine, lo spettatore si accorge della caparbietà del giudice Nemi, il quale ha proseguito da solo e con tenacia le indagini ed è riuscito ad arrestare e a far confessare il camorrista Gennaraniello, comprendendo anche che il cancelliere ha operato in cattiva fede. Grazie all’infiltrato Pettenessa, che in carcere si è finto sordo e ha scrutato con attenzione i movimenti di due camorristi, il Giudice viene finalmente a sapere che in una “zumpata” per ragioni elettorali Gennaraniello ha ucciso Antonelli. L’inchiesta del giudice porterà alla scoperta delle collusioni tra camorra e potere politico-giudiziario, anche se tale inchiesta non si concluderà con il trionfo della giustizia. L’ordine d’arresto nei confronti del cavaliere Barinelli sarà revocato senza una reale causa e l’infiltrato Pettenessa verrà ucciso.

Il titolo dell’opera, infatti, si riferisce proprio a questo mancato happy end. In una delle battute conclusive pronunciate da Nemi nel corso di un serrato confronto dialogico con il sostituto procuratore Borelli, doppio rassegnato del protagonista, il Giudice deve amaramente constatare l’impossibilità di arginare attraverso la giustizia la fiumana di corruzione e delinquenza che dilaga nella società («Ho colpito si­nora poveri diavoli, naufraghi della vita... […] L’alta delinquenza trionfante ci abbatte, ci sommerge, come mareggiata... Un giudice impotente, un cattivo giudice io sono! Forte contro i deboli […] disarmato contro i forti e i prepotenti!»).


Edizione di riferimento

G. Caggiano, Mareggiata, in Idem, Mareggiata. Scritti vari, Milano, Sonzogno, 1935, pp. 106-183.


Altre edizioni

Non è possibile segnalare altre edizioni del testo citato.


Rappresentazioni

All’interno della raccolta di scritti del 1935 Caggiano non fornisce indicazioni del tempo e del luogo della rappresentazione dell’opera.