Festa sui muri
di Paliotti Vittorio   

Casa editrice: Rogosi
Anno: 2012
Genere: romanzo


Recensione di Francesco Durante (pubblicata il 30 settembre 2012 sul «Corriere del Mezzogiorno»)

 

Sapore d’epoca – gli anni Cinquanta – nel nuovo romanzo di Vittorio Paliotti Festa sui muri. Che s’apre sulla scena del tribunale dove si dibatte su un padre che ha sparato al seduttore di sua figlia, un caso su cui grava come una spada di Damocle la possibilità che si torni ad applicare il famigerato articolo 587, quello che, classificando il fatto come «delitto d’onore», punirebbe l’imputato con una pena mitissima – dai tre ai sette anni di carcere, senza contare le attenuanti. L’Italia uscita dal fascismo e dalla guerra sta aprendosi alla modernità, e un caso simile desta molto interesse, tanto che a Napoli sono piovuti gli inviati dei «rotocalchi del Nord», motivo di disagio per gli imputati, i quali sanno quanto i magistrati, sensibili al nuovo richiamo mediatico, possano raddoppiare il proprio impegno davanti alle stampe: «Fatemi la carità, mo che parla il pubblico ministero uscitevene. Quello, se c’è l’inviato di un rotocalco, per me chiede il massimo delle pana…». A seguire il processo c’è pure Emilio Pasca, che di un rotocalco del Nord è il corrispondente. Uscito dal tribunale, troverà una città in ebollizione: sono infatti comparsi i manifesti che annunciano ai cittadini le liste dei candidati alle imminenti elezioni comunali. E in una di quelle liste c’è, a sorpresa, pure il nome di suo padre, Giovanni Pasca, ex dirigente di un ufficio postale.

Il romanzo di Paliotti intreccia questi due piani narrativi: da un lato il dibattimento sul delitto d’onore, dall’altro le elezioni o, meglio, la campagna elettorale che la famiglia Pasca, con l’eccezione di un assai risentito Emilio, si deciderà a condurre in favore del pacifico Giovanni che a nessuno aveva rivelato le proprie intenzioni.

Paliotti è molto bravo nel dipingere il vivace affresco della città di quei tempi – una città nella quale ha del resto lavorato anche come firma di vari «rotocalchi del Nord». La campagna elettorale, in particolare, già dà il destro per mettere in luce tutta una serie di personaggi variamente pittoreschi, gente che spera in qualche raccomandazione, funzionari di partito affaccendati nelle loro menne perenni, comizi che sono teatrali vaniloqui di arruffapopoli in cerca del facile effetto, perché poi siamo pur sempre a Napoli, e Napoli è «la capitale del gioco del lotto, cioè della speranza elevata a sistema», dove, come un navigato funzionario spiega a Giovanni Pasca, «gli elettori sanno benissimo che i candidati, anche se vengono eletti, difficilmente mantengono le promesse; ma vogliono almeno la soddisfazione di riceverne una, per poi poterla rinfacciare».

Seguiremo dunque la campagna elettorale – e seguiremo anche il processo. La discrezione, la naturale propensione al basso profilo di Giovanni Pasca, che dovrebbe altresì essere il competitore più freneticamente interessato all’esito del voto, spicca in singolare contrasto con le gesta dei veri protagonisti a duello per il primato, «'O Cumandante e 'O Masto r''e Maste», tra i quali vuol farsi largo nientemeno che «il Nipote Putativo di Masaniello». Non svelo qui come andranno le cose. Dico però che Paliotti governa tutta la storia nei toni di un’operetta venata di amara ironia. E sembra anche dirci che, d’accordo, il romanzo è ambientato sessant’anni fa, ma, rotocalchi e poco altro a parte, potrebbe essere dei nostri giorni.