Benvenuti in casa Esposito


Autore: Pino Imperatore

Casa editrice: Giunti Editore
Anno: 2012
Genere: romanzo


Recensione di Francesco Durante (pubblicata sul «Corriere del Mezzogiorno», 15 gennaio 2012)


Pino Imperatore ha cinquant’anni, è nato a Milano da genitori napoletani e ora vive ad Aversa. Dieci anni fa ha fondato a Napoli il Laboratorio di scrittura comica e umoristica «Achille Campanile» e ha già pubblicato diversi libri, da In principio era il Verbo, poi vennero il soggetto e il complemento (Colonnese 2001), a Monteniamo la salma e a De vulgari cazzimma - I mille volti della bastardaggine (entrambi CentoAutori, 2007 e 2008).

I titoli parlano da soli: si tratta di scrittura umoristica, in una declinazione decisamente partenopea. Ora, con Benvenuti in casa Esposito, sottotitolo «Le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista», il discorso si fa più complesso: il gioco di parole non basta più, e il passaggio antropologico preso in considerazione non è di quelli che si possono affrontare proprio a cuor leggero (difatti, non a caso, le avventure degli Esposito camorristi sono «tragicomiche»: presentano cioè tratti non propriamente carini). Comunque sia, direi che questo libro ha qualche carattere di novità. Il tema camorra, nella più recente narrativa campana, fino a questo momento è stato maneggiato soprattutto in due modi: da una lato, opere di impegno e di denuncia, e stile di conseguenza «tragico» (Saviano, ovviamente, ma anche Carrino e altri); dall’altro, un grottesco-pulp post-tarantiniano (penso a Lanzetta, o a Morganti) che, pur variamente organizzato, non esclude a priori la possibilità (il rischio) di rendere «simpatici» i criminali, ma lo sconta per una via iperbolica, e talora perfino visionaria e surreale. In questo senso, Imperatore è «nuovo»: sceglie una via mediana, sceglie di raccontare una certa quotidianità del «sistema», nei cui ranghi, dopotutto, c’è gente che spara, esige il pizzo, minaccia o rapina, ma poi fa anche altre cose più «normali», e insomma vive e va incontro ai problemi minuti e anche ridicoli che chiunque deve affrontare nella vita di ogni giorno anche se non è affiliato alla camorra.

Nel caso di Tonino, il suo personaggio, e della sua famiglia composta da una moglie prosperosissima cui capita ogni tanto di sentirsi un po’ «friccicarella», da una figlia che lo detesta e legge Saviano, da un figlio chiattone, da un iguana, un coniglio e vari altri congiunti, capiamo che può persino succedere che i camorristi siano vittime della camorra. Tonino è figlio di un boss della Sanità ucciso da un clan nemico. Il vice che ne ha preso il posto si è sentito in dovere di passargli un sussidio mensile, anche se sa che Tonino è sfigatissimo, impari anche al compito più facile. Come quando deve intrattenere un trafficante di droga venuto dal Messico e tante ne combina che quello, appena può, ripiglia l’aereo e se ne scappa da Napoli. O come quando, in vacanza in un villaggio di Scalea, vive l’incubo d’essere picchiato da un energumeno con cui ha avuto uno scambio polemico durante un ingorgo. Imperatore dà il meglio raccontando usi e costumi di questa gente ignorantissima e cafonissima: per dire, un pranzo di nozze a Licola allietato da un duetto di neomelodici che cantano «Tua mamma è più bona di te».

Ridere della camorra, insomma, si può e, anzi, può essere un esercizio utile. A scanso d’equivoci, l’autore correda il romanzo di una nota finale in cui queste sue ragioni sono dichiarate in modo molto serio e convincente.