Angela Villa, Vite di plastica, a cura di Annalisa Castellitti


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«Vogliamo vite vere e non di plastica. Ridateci la nostra terra con i sapori, i colori, i profumi e tutto il resto». È questo l’appello che le protagoniste del testo di Angela Villa lanciano contro un ipotetico interlocutore collettivo, dietro al quale si nascondono i cosiddetti ladri di sogni, colpevoli di aver seppellito una città sotto cumuli di rifiuti tossici.

Te' (Teresa), Ca' (Carmela) e Assu' (Assunta) sono tre donne nella “terra dei fuochi”. Tre giovani operaie in nero, di circa trentacinque anni, che vivono circondate dal silenzio, perché è il silenzio «l’unica cosa che sopravvive a tutto». Tre amiche, ognuna con le proprie illusioni, ma unite dal desiderio di cambiare il futuro di una città diventata troppo "scomoda". Tre figlie di un secolo precario, intenzionate a lottare contro un sistema che ha calpestato la loro identità di donne e madri.

L’azione si svolge in uno scantinato vagamente malandato e disordinato. In questo luogo soffocante, che di fatto nasconde un laboratorio clandestino di borse, le protagoniste vivono un'esistenza compromessa, una vita interrotta, scandita dal tentativo di sopravvivere alle ferite e al dolore che il tempo consegna ad ognuno di loro: «non si può tornare indietro e allora bisogna accettare la realtà». Ma spesso i pensieri approdano su rive inaspettate, da cui è possibile ripartire per un nuovo viaggio. Ed è proprio questo che sembra accadere alle tre "eroine" di questo atto unico, le quali da una fase iniziale di rassegnazione e sopraffazione passeranno a una forma acerba di titanismo femminile, che le spingerà molto più lontano di quanto si aspettassero.

Tre personalità diverse che si completano a vicenda: Assunta ha il ruolo della "sognatrice", nella duplice veste di vedova imprigionata nel ricordo del marito e di madre preoccupata per la salute del proprio figlio, il cui nome potrebbe aggiungersi all’elenco dei «figli dimenticati della terra nostra»; Carmela è l’"impulsiva" che nasconde dietro il suo cinismo la sofferenza per il rifiuto e l’abbandono del marito; Teresa incarna invece l’anima "razionale" del gruppo, alla quale sono affidate le battute centrali del testo. Sarà quest’ultima a rivendicare il diritto di vivere in una terra senza fuochi: «Io non ne posso più, avvelenate dalla plastica in queste vite di plastica. Vite che non sanno di niente. Sacrifici che non portano a niente. La plastica, però, si può riciclare, le nostre vite no. Ci camminano tutti quanti sopra la testa. E mo ci portano pure i morti che nessuno vuole. Peggio del cimitero siamo».

A sconvolgere i loro discorsi lavorativi sarà, infatti, l’entrata in scena di un nuovo personaggio-oggetto: una bara. Di chi sarà? Perché è stata nascosta in questo laboratorio? I numerosi interrogativi convincono le tre donne a cercare una risposta concreta al loro dramma. La soluzione? Manifestare contro il nemico: l'illegalità. Da qui matura un sentimento di ribellione contro il principale corrotto, contro le istituzioni coinvolte nei traffici illeciti ed infine contro una folla anonima, come se fosse assente e sorda.

Dietro il coraggio delle protagoniste si cela, però, tutta la sensibilità di un “cuore avvelenato”, quello di una città malata, che quotidianamente è costretta a respirare veleni nocivi.

Tuttavia continua la ricerca di un’immagine di felicità, che le tre donne troveranno soltanto nella dimensione onirica: «remate, remate forza..., remate più veloce, così brave...in cima all'onda. In fondo, in questo paese, ci sta ancora il mare!».

Cala la notte e «di notte sto paese è più bello, perché non si vede la monnezza».

Nel frattempo il confine tra finzione e realtà diventa sempre più sottile, fino ad annullarsi completamente nel finale.