Roberto Russo, Silvia ed i suoi colori, a cura di Annalisa Castellitti


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Non così Roberto. Non raccontarmi. Si racconta solo ciò che è finito. In questa sorta di rimprovero, che fa da leitmotiv al testo, si coglie il legame tra i protagonisti della storia: Roberto (alter ego dell’autore), una sagoma di donna, la quale (ri)vive attraverso le parole dello scrittore, ed infine il tempo, inteso come memoria, distanza, limite, realtà.

Silvia ed i suoi colori è un racconto autobiografico, o meglio un non-racconto, che si sviluppa sotto forma di monologo tra l’autore e i suoi ricordi. A spiegarlo è appunto Roberto Russo: «io non ho raccontato Silvia, io ho reso Silvia per quello che è, e che sarà sempre: Vita».

Era l’11 giugno del 1997, quando, a Napoli, Silvia Ruotolo, di 39 anni, cadde come vittima innocente durante una faida di camorra. Silvia tornava a casa con suo figlio che aveva appena prelevato da scuola, ma si trovò nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. Questa è la cronaca, una cronaca fredda e spietata. Tuttavia la pièce di Russo va oltre il fenomeno, per cogliere dietro ciò che appare la profondità del dramma: «nel 2009 – confessa l’autore – scrissi un racconto-lettera, intitolato “Alla fine del Viale”, che venne inserito nella raccolta La ferita. Tutti i racconti facevano riferimento ad un vittima innocente di camorra, ma Silvia, per chi scrive, non era solo una terribile notizia di cronaca che evidenziava il disagio e l’incertezza di vivere in una città come Napoli». Infatti «oltre ad essere uno spaccato vivo, fortemente cromatico, poetico, di una vicenda personale e sociale», il testo «è anche e soprattutto un atto di Amore e di Speranza». I due concetti sono invero strettamente legati, perché «l’unica Speranza per superare il dolore è l’Amore che ci tiene in vita».

Tale è la storia di Silvia che, a Napoli, percorre il tunnel fra Piazza Immacolata e Salita Arenella, e che, da allora torna ogni giorno a casa. È la storia di un gruppo di ragazzi appartenenti a un'altra generazione, che giocavano su di una striscia di asfalto in una città diversa.

Da questoincipit prende avvio un toccante viaggio a ritroso nel tempo, un «tuffo nel cuore», fino agli anni Settanta. Sulle note dei Bee Gees e dei Dik Dik, si confrontano Silvia e Roberto. Lei ha 12 anni, lui 10. Due amici di infanzia, compagni di giochi, figli di una terra a volte “matrigna”, ma sempre e comunque luogo di identità civile.

Motivo, apparente, di disaccordo è la ricerca di un significato, perché, afferma Silvia, «dare un senso al tutto, significa dare un senso anche al dolore». Ma, risponde Roberto, «come puoi trovare un senso all’ingiustizia e al dolore che non hanno senso? Non si può spiegare il Nulla che ci piomba alle spalle all’improvviso. C’è una risposta per l’innocente che muore solo perché è passato nel momento sbagliato?».

Forte è l’identificazione del lettore/spettatore, il quale viene coinvolto nel «Grande Gioco del Teatro, quello dove si vive per sempre! E dove si torna sempre bambini!». Ma gli attori si scopriranno fantasmi dissolti nell’aria ed allora una terribile realtà romperà l’illusione scenica e il teatro come gioco avrà fine.

Nell’invettiva dell’autore contro una madre martoriata, «che tutto inghiotte, digerisce e passa oltre», Silvia diventa una metafora dolente del riscatto sociale di un'epoca: il «Simbolo di una città assediata, di una città senza protezione dove si galleggia e si cerca di sopravvivere». La sua storia diventa, quindi, la storia di tutti noi, la storia di un sogno che all’improvviso può sfuggirci di mano.



Edizione di riferimento

AA.VV, La ferita. Racconti per le vittime innocenti di camorra, Napoli, Ad Est dell’Equatore, 2009.


Rappresentazioni

Debutto: Napoli, Officina teatro (Caserta), 9, 10 e 11 maggio 2014. Ripresa: Napoli, Teatro Acacia, 11 giugno 2014. Produzione: Fondazione Silvia Ruotolo ed Arteteca; Regia: Agostino Chiummariello; Interpreti: Francesca Stizzo e Aurelio De Matteis.