Il vangelo a benzina


Autore: Marco Ciriello

Casa editrice: Bompiani
Anno: 2012
Genere: romanzo


Recensione di Paolo Di Stefano (pubblicata il 1 dicembre 2012 sul «Corriere della Sera»)


Non si può dire che Marco Ciriello, nel suo primo romanzo, Il Vangelo a benzina, abbia scelto il dialetto quale referto antropologico. Ha scelto, piuttosto, una musica che somiglia al suo dialetto, il napoletano, per estorcere alla realtà l'essenza dolorosa e insieme comico-grottesca. E proprio questa scelta musicale, che gioca su una tastiera timbrica molto variegata, fa del suo libro un'opera importante che segnala un neanche quarantenne (finora aveva dato prove notevoli nella narrazione breve e nel reportage) tra gli scrittori di maggior talento, capace di dominare come pochi i propri mezzi espressivi.

Siamo sulla Domiziana, strada di prostituzione nigeriana, camorra, abusivismo e narcotraffico internazionale. Un mondooff limits di mescolanze vertiginose, una periferia dell'inferno dove accadono in contemporanea due fatti di cronaca: la strage di sei clandestini neri compiuta da un killer serbo, ex cecchino e criminale di guerra, per ordine del Casalese; l'omicidio - per mano di un goffo attore e del suo agente - di un produttore del cinema porno, affiliato alla camorra e nel contempo senatore della Repubblica. Il bestiario di questo trionfo di illegalità e di anarchia è ricchissimo: nella giunga di puttane e clandestini, mafiosi d'ogni provenienza, piccoli e grandi boss, manovalanza della camorra locale, spacciatori, disoccupati, ladri, bravi ragazzi, preti collusi ma bramosi chissà come di redimere dal peccato, irrompe il vecchio commissario Valenzi, ex rugbista, nostalgico di Mussolini fino al feticismo, poliziotto scafatissimo, abituato a tutto, preoccupato solo del suo cactus, in ascolto della prostata minacciata da un cancro e irresistibilmente attratto della splendida Malinese, regina della strada e fiera di esserlo. E poi c'è il concorrente, sconfitto, del Grande Fratello, che tutto vede (dall'interno) e tutto racconta con la sua lingua cangiante dall'italiano regionale medio fino alle tessiture più strette delle sonorità dialettali, che si colorano di gergo glocal della malavita (tra negri spetazzati, e connescion aus) e qua e là di accensioni liriche.

La ribellione dei neri scatenata dalla carneficina, la fuga dei due improbabili porno-assassini, l'incidente di cui è vittima Morena, una tigre bengalese, vero gioiello dello zoo domestico d'O Gorilla, un riccastro appassionato di animali esotici e di teledocumentari scientifici, oltre che teneramente innamorato di Morena: la girandola vorticosa di personaggi ed eventi che precipitano uno dopo l'altro come bacchette di mikado, tutto contribuisce a surriscaldare gli animi già surriscaldati da cinismo e disperazione, fino a una resa dei conti letteralmente esplosiva. Non sai bene dove finisce il gusto irridente dello sfregio e dove comincia l'angoscia. Probabilmente sono la stessa cosa.

Ciriello entra nel vivo di un microcosmo che certamente ha frequentato come cronista, non per farsene testimone (parola abusata dalla letteratura d'oggi spesso per aggirare un'incapacità creativa) ma per stravolgere la levigata superficie delle cose. Lo fa in un romanzo breve (poco più di cento pagine) e ad alta temperatura emotiva, costruito su rapide sequenze che zoomano sui personaggi in una giostra impazzita, come impazzito è il mondo che racconta.

Siamo chiaramente nella parodia, doppia o tripla: di Gomorra, in primo luogo, del savianesimo buonista, della denuncia eroica. Qui è (quasi) tutto vigliacco, cattivo all'eccesso, cinico: vomito, monnezza, sangue, sesso violento, coprolalia. Non c'è salvazione: semmai chi si salva è il narratore, perché alla fine si vende la storia, diventata un libro e in procinto di diventare un film (anche qui un'allusione a Gomorra?). L'ultima parodia è quella che riduce al ridicolo, e liquida storicamente, la cultura pulp-splatter (già in sé una parodia della società contemporanea). Non a caso ritroviamo in esergo una citazione di Quentin Tarantino, che è quasi un programma letterario: «Non è che uno va a un concerto dei Metallica e chiede a quegli stronzi di abbassare il volume». Ma Il Vangelo a benzina, sin dall'ossimoro del titolo, è in definitiva la parodia dell'antimodello civile che sono i luoghi oscuri delle jene della Domiziana.