Nato a Casal di Principe. Una storia in sospeso


Autori: Amedeo Letizia, Paola Zanuttini

Casa editrice: Minimum Fax
Anno: 2012
Genere: Saggistica


Recensione di Francesco Barbagallo  (pubblicata su «Il Venerdì di Repubblica», 19 ottobre 2012)


La mattina mi ero stampato il Rapporto Svimez 2012, che contavo di leggere subito per completare un mio saggio sui rapporti storici tra Nord e Sud. Ma, al pomeriggio, mi arrivò un libro che mi era stato annunciato, Nato a Casal di Principe. Una storia in sospeso. In copertina il volto di un bel bambino. Di camorra e di mafie sono abbastanza saturo, ma se ne deve parlare perché, purtroppo, sono la principale realtà italiana, insieme alla corruzione.

Ero curioso di vedere cos'altro si potesse dire di Casal di Principe, ormai famosa nel mondo come una nuova Corleone. Lasciai perdere, per il momento, i tragici dati e le analisi acute della Svimez. E mi immersi nella lettura di una storia raccontata non dai verbali della Dia, delle Procure antimafia, delle Commissioni parlamentari, cui ero abituato.
Una giornalista molto brava, e amante della tradizionale ospitalità del Sud, greca ma anche saracena, aveva faticosamente raccolto il flusso di memoria e di emozioni di un uomo di Casale e riusciva a ricostruire una immagine del paese e dei suoi abitanti, visti dal di dentro e non dal di fuori. L'inizio era folgorante. Il bel bambino della copertina era diventato presto un giovane guappo e, dopo qualche reato minore e un po' di reclusione, era scomparso. Forse era ancora sotto il limaccioso lago Patria, dentro la Panda bianca della madre.
Questa era l'idea del fratello, che aveva deciso di raccontare questa storia, per cercare di attutirne l'insopportabile peso e dare testimonianza di una realtà più complessa delle apparenze.
I due ragazzi di Casale non erano morti di fame. Anzi. Il padre Guido era un ricco imprenditore. E pure il nonno Amedeo, cavaliere del lavoro e viveur. La madre, Ernestina Natale, era una donna bellissima e molto religiosa, che avrebbe desiderato prendere i voti invece di sposarsi, poi, per obbedienza. Anche i figli erano bellissimi e furono mandati a studiare in seminario. Il narratore della storia, abbandonata Casale per disperazione, a Roma farà l'attore e poi il produttore cinematografico perché, dirà, i casalesi sono imprenditori.
Ma sono anche discendenti di bufalari. "Sbuffa sempre come un bufalo", dirà la giornalista del suo compagno di storia, a sua volta convinto che i casalesi, uomini e donne, convivono con il furore. "Lentamente mi sono incivilito e ho addomesticato il Minotauro", dirà della sua furia a volte bestiale.
I nonni e il padre di questi ragazzi rappresentano le famiglie più ricche del paese. Ma non fanno affari coi camorristi. Non ne hanno bisogno e non lo vogliono fare. Certo, conoscono bene e sono, o sono stati, anche amici di Mario Iovine, dei Bardellino, di Sandokan. Si rispettano, ognuno per la sua strada.
Anche Amedeo Letizia, che vuole far conoscere queste storie, è amico di Antonio Iovine e continua a volergli bene anche se il boss non gli ha potuto svelare niente circa la scomparsa del fratello Paolo, a ventun anni. Il padre, ch'era severo e duro, ma amava le belle macchine, aveva regalato a Paolo una Porsche, per tentare di riportarlo sulla buona strada. Quando Paolo scomparve nel nulla, il padre trasformò la Porsche in una sorta di monumento funebre e ne vietò l'uso ai fratelli.
Ma poi cedette alle insistenze del terzo figlio Leonardo, che andò subito a sbattere contro un lampione e morì, mentre il suo compagno di viaggio restava illeso. Non sarà facile per Amedeo sopportare il carico di queste tragedie e stemperare una naturale violenza, che lo faceva andare in giro con un fucile a pompa dentro una custodia da sassofono, minacciando di ammazzare chi aveva fatto scomparire il fratello, se solo l'avesse scoperto.
A Roma, nell'ambiente cinematografico e con l'aiuto di amici e di donne sensibili, riuscì a superare le sfuriate devastanti e le tendenze suicide. Provò anche a produrre uno sceneggiato sulla vita di una santa, ma gli si fece capire che il settore era monopolizzato da una potente società. E così il casalese sperimentò la forza dell'alta camorra, che non si sporcava le mani coi delitti di sangue, ma si arricchiva grazie alle entrature per così dire politiche.
In questa disperata ricerca di una verità inattingibile riapparirà anche il fascicolo delle indagini sulla scomparsa di Paolo, di cui nemmeno i familiari s'erano curati all'epoca della scomparsa, il 1989. È impressionante riscontrare il livello bassissimo dell'impegno scarsamente profuso nelle raffazzonate indagini dedicate a questo caso.
Il protagonista della storia e la sensibile narratrice, invece, hanno fatto un accurato e originale lavoro di scavo di una realtà drammatica, delineando una complessità di sentimenti, di azioni e di relazioni, che spinge a guardare con maggiore attenzione a comportamenti e vicende che non vanno liquidate, come invece si usa, con schemi preconcetti.
I casalesi, e più in generale gli abitanti dell'ampia e malfamata zona dei Mazzoni, sono ancora largamente segnati da atteggiamenti e comportamenti discutibili e spesso censurabili. Ma non è giusto, perché non è vero, appiccicare a tutti l'etichetta di camorristi. Come il clan dei Marsigliesi non rappresentava tutta Marsiglia, il clan dei Casalesi non rappresenta la più esigua e certo meno affascinante Casal di Principe. Certo, Marsiglia non è più la capitale mondiale del narcotraffico, com'era negli anni Sessanta del Novecento. Ma è diventata un centro di ricerca e sviluppo avanzato. Non si può dire lo stesso del Mezzogiorno d'Italia.


Recensione di Rosaria Capacchione (pubblicata il 4 novembre 2012 su «Il Mattino»)

Andare via e tornare solo ogni tanto è utile: a esorcizzare un passato doloroso e ingombrante, a costruire un futuro normale, a prendere le misure da parenti, amici, dal paese intero che oggi, con ironia, talvolta chiama Mompracem, come il covo dei tigrotti di Sandokan. Tornare accompagnati da chi vuole vedere e raccontare serve a dare forma e sostanza al flusso di coscienza, a far diventare concreta la morte e l'assenza del fratello più grande, a modellare una sorta di richiesta di giustizia. Amedeo Letizia è stato un attore, oggi è un produttore. È nato a Casal di Principe quarantasei anni fa. Con Paola Zanuttini, inviato del Venerdì di Repubblica, ha intrapreso un viaggio nel passato per cercare le ragioni della scomparsa del fratello Paolo, di due anni più piccolo. Viaggio raccontato nelle 163 pagine di «Nato a Casal di Principe - Una storia in sospeso» (Minimum Fax): autobiografia di un paese di camorra dove «non c'era niente di innocente». Spiega Amedeo: «Io mi credevo che noi casalesi eravamo normali e pazzi eravate voi. Mi ci sono voluti anni per resettarmi».

Non è un libro di denuncia né un'inchiesta, è scritto nella scheda che illustra il contenuto del libro. E invece, a dispetto delle intenzioni, riesce a essere entrambe le cose, fotografando con «normalità» quel vivere quotidiano sopra le righe che ha portato Paolo Letizia - ricco figlio di ricco imprenditore - a frequentare il milieu di Gomorra e a morire senza ragione apparente: «L'avessi capito - chiude Amedeo - non starei qui. Mi ero messo in testa di andare a casa di uno dei capi con lo Spas-12 e digli: "O mi racconti tutto o ti ammazzo"».