Porta Capuana. Vocabolario d’uso napoletano-toscano. Regole del napoletano


Autore: Gaetano Valeriani

Curatore: Patricia Bianchi

Casa editrice: Marchese
Anno: 2014
Genere: raccolta di opere


Recensione di Marcello Sabbatino


Nell’interessante raccolta dei testi del poligrafo fiorentino Gaetano Valeriani, Porta Capuana, Vocabolario d’uso napoletano-toscano, Regole del napoletano, la curatrice Patricia Bianchi ricostruisce meticolosamente tutti i tasselli del profilo del giornalista, che si trasferì a Napoli nel 1836, e analizza con rigore filologico e linguistico la sua attività di lessicografo.

Il racconto Porta Capuana, apparso nel volume Napoli in miniatura del 1847, è un viaggio urbano circoscritto a uno spazio ben definito, ruotante intorno all’ingresso della città da est, all’arco rinascimentale di Giuliano da Maiano tra due torri aragonesi, simboleggianti Onore e Virtù, e agli edifici della Vicaria. È un’area abitata dalla plebe, tra lavandaie, giocatori d’azzardo, giocatori del lotto, saltimbanchi, venditori di cibo per strada, venditori di acqua sulfurea, pescivendoli, questuanti, guappi e gruppi di gamurristi, «una razza di ciurmatori e di scrocconi», che pretendono «una porzione» (p. 87) delle vincite al gioco e dei guadagni degli altri.


Lo stralcio sui gamurristi è una preziosa testimonianza, tra le prime della letteratura:

Innanzi di uscire fuori della Porta sarà bene tener proposito di un’altra generazion di gente, che ha ridotto l’ozio e la forza a mestiere, e che da queste due traggon tanto che vivono comodamente; gente però che è la peste della minuta società, vivendo sopra i vizj e la debolezza di questa, e procacciandone la maggiore ch’ei possano. Chi de’ posteri crederà alla relazione de’ nostri costumi? V’è dunque, e precipuamente alla Porta Capuana, una razza di ciurmatori e di scrocconi, detti in dialetto Gamurristi, che, non giuocando mai ad alcun giuoco, né facendo mai alcuna arte o professione, sono sempre in mezzo a tutti i giuocatori, e sono di tutte le arti bene intesi, o almen tanto per quanto basti a conoscerle. Da quelli, qualunque sia il vincitore, pretendo[no] una porzione per partita, e guai a coloro che esercitino mestieri ambulanti, se non dânno loro un tanto pel posto che occupano per tenervi vendita, e un altro tanto a proporzione del guadagno che fanno! A una minima negativa subito è in moto la violenza, che va a compiersi non di rado anco a colpi di stile. Se per avventura v’è anco taluno che abbia coraggio da resistere, e non farsi soverchiare da questa razza di poltroni, deve cedere poi per amor della quiete e della pace, imperciocchè quegl’imperturbabili aggressori non dânno mai tregua, finché non abbian conseguito il loro scopo; e poiché v’è da temere qualunque tradimento, così la prudenza vi ci fa ovviare. E qui vogliamo narrare un fatterello avvenuto non è molto, proprio innanzi al cancello dei soldati.

V’è una costumanza in Napoli, continuata più dall’uso che dal bisogno, di fare cioè nella stagione estiva grande consumo di acqua sulfurea, per cui quasi per ogni via trovansi venditore di quest’acqua, fermi o ambulanti, che ve la dânno a un tornese il bicchiere. Accanto al cancello della guardia, oltre gli altri che stanno in quei dintorni, una povera femmina tiene un tavolinaccio ben ruinato (tutto il suo patrimonio!), e vendevi la detta acqua. Un dì, l’ufiziale dell’ordinata guardia, mio caldo amico, che uomo d’onore, e immensamente preso dalla sventura altrui, perché avea cuore di tempra squisita, fu colpito in vedere la detta donna piagnere a grosse lacrime, e addurre ragioni, e arrabattarsi, mentre un mascalzone dalla faccia rabbuffata e nera, dalla voce stentorea, dagli atti del malandrino, la minacciava, la conquideva, e come sostenesse un legale suo diritto faceva il diavolo a quattro. Si sentì punto da quella scene, per la ragione che tutti gl’infelici, abbiano ancor torto, impegnan tutti in tutto loro favore, spedì un soldato a chiamar quella donna, e volle intendere la ragion vera de’ suoi dolori. Questa meschina gli narrò siccome quel baldanzoso era Gamurrista, e che pretendeva da lei, sol perché vendeva acqua solfigna, anzi sol per lasciarla in pace, un carlino al giorno, e guai se non gliel dasse puntuale; che tempestava allora, e la minacciava di romperle tutti i vasi e bicchieri, se nel momento non gli dava la somma intera di una settimana, di cui le era creditore, e che ella non avendo altro che cinque carlini, tutti glieli aveva dati, non riservandosi pure un grano pe’ suoi figliuoletti, e che infine, se non gli dava gli altri due carlini prima di mezzogiorno egli avrebbe fatto peggio del demonio, e che era uomo da mantenere la parola, mentre tante ne aveva consumate nel vicinato che tutti n’erano spaventati.

Udita il buon’ufiziale questo con immensa indignazione, e conoscendo che egli non stava lì solo per arrestare i delinquenti, ma pure per prevenire i delitti, lo che forma la gloria indubitata di ogni legislazione, spedì subito due uomini ad arrestare quel ribaldo, che tranquillamente sdrajato al sole non s’era per nulla accorto di questo giuoco. Menato innanzi all’ufiziale, la scena, come sol avvenire sempre con questi paladini del Mandracchio, fu tutta variata in opposta armonia; di altera divenne estremamente vile. Le interrogazioni dalla parte dell’onorato e compassionevole militare furono estremamente laconiche, e risolute, da quella del mascalzone interrotte, titubanti, vivissime. La conclusione però fu una e senza né commento né appello. Il Gamurrista dové restituire, invece di cinque carlini, nove, e ciò per maggior pena, alla donna fu ingiunto di non pagare mai più nulla, e così ha fatto sempre, e il suo esempio emancipò molti altri da questa violenta contribuzione, e lui che tremava fu dannato a star chiuso nel più fetido luogo di un’edifizio, con la faccia vôlta a quella delizia, che per verità rendevalo l’uomo il più contento e felice del mondo; fu in pari tempo ingiunto al tamburo della guardia, che se lo avesse veduto muoversi anco per poco, avesse usata la persuadente eloquenza di un ottimo bastone. Per ben venti ore stiede ivi il mal capitato, in capo al qual tempo venne consegnato al Commissario di Polizia, che fecene il resto. Il nome di quell’ufiziale oggi in quel vicinato suona carico di sincere e sante benedizioni. Per dire la verità quella pena sentì al quanto del Cinese e del Tartaro, ma di quelle voglionvene con coloro, pe’ quali la parola d’onore non è altro che un semplice nome, e questo ancora forse sconosciuto pur siccome vocabolo (pp. 86-89).


Valeriani raffigura una pittura dal vero del teatro universale del popolo napoletano e invita il lettore a visitare il cuore pulsante della città: «Chi vuol conoscere la plebe napoletana veramente in tutte le sue abitudini, fra le sue virtù e i suoi vizi ancora, venga alla Porta Capuana, in qualunque delle 24 ore del giorno, e se ne ammaestrerà. Che è il Mercato, che il Mandracchio, che il Lavinaro, che qualunque ridotto di Lazzaroni della città? Un nulla. Porta Capuana è il teatro universale, è la cosmopoli del nostro popolo» (p. 75).

In diciannove capitoli, che costituiscono il racconto Porta Capuana, Valeriani descrive l’ambiente urbano e l’ambiente umano, con particolare attenzione alle modalità espressive. Infatti, osserva Bianchi, lo scrittore  rappresenta il napoletano parlato attraverso la registrazione del linguaggio  della «plebaglia ciarliera» nelle strade e ricorre alla messa in scena del dialogo tra lavandaie. Inoltre l’autore si spinge fino ad affermare che nei quartieri si registrano variazioni del dialetto: «In Napoli tanti sono i quartieri, altrettanti, e forse più, sono i dialetti, in guisa che al Mercato parlasi di una maniera affatto diversa di Capuana, come al di dentro della Porta si ha tutt’altra favella che al di fuori» (p. 100).

Nel 1840 Valeriani pubblicò a puntate nell’Omnibus, periodico napoletano diretto da Vincenzo Torelli, il Vocabolario d’uso napoletano-toscano, organizzato per temi (casa, cucina, voci) e all’interno di ciascun tema in ordine alfabetico, anche se non sempre in modo rigoroso. Il lettore trova ben 87 voci del dialetto tradotte in toscano, ad uso delle massaie, delle madri di famiglia e di quanti amano il napoletano. L’autore ha un preciso «intento di pedagogia linguistica» (p. 37) e offre in prospettiva normativa un vocabolarietto utile per la traduzione «in pretto italiano» delle voci di uso domestico, nonostante alcuni «fraintendimenti» (p. 39) del napoletano. Sul piano storico-linguistico il Vocabolario d’uso è un documento prezioso per le informazioni sulle consuetudini lessicali dei parlanti napoletani. Infatti si apprende – come segnala De Blasi nella Premessa - «che la forma scarpone per pantofola o pianella (il tipo lessicale scarpone con questa accezione è ancora in Eduardo De Filippo) era ancora molto diffusa, così com’erano diffuse tovaglia per asciugamani e asciuttapanni» (p. 9). Il lavoro lessicografico di Valeriani arricchisce lo scaffale dei vocabolari dialettali fra secondo Settecento e primo Ottocento, dal Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si scostano dal dialetto toscano (1789) di Ferdinando Galiani al Vocabolario domestico napoletano e toscano (1841) di Basilio Puoti, dal Vocabolario domestico napolitano-italiano ((1841) di Giuseppe Gargano al Vocabolario napoletano lessicografico e storico (1845) di Vincenzo De Ritis.

Sempre nel 1840, Valeriani redasse le Regole del napoletano, pubblicate nell’Omnibus. Dapprima delinea un breve quadro dei tratti tipici del napoletano, poi si sofferma sulle norme della grafia, sull’alfabeto,  su nomi, articoli, pronomi e generi, sui verbi e conclude con la coniugazione del verbo avere. In qualche caso il grammatico procede «in modo contrastivo», confrontando l’uso napoletano e quello toscano, come nel caso dei pronomi possessivi: «i Napoletani sono l’opposto della Toscana: dove qui lo si antipone familiarmente parlando, quelli sempre sempre lo prepongono, e sarebbe classico errore fare altrimenti; quindi l’hommo mio il mio uomo, il cavallo tujo il tuo cavallo» (p. 44).

L’opera lessicografica più nota del Valeriani fu pubblicata nel 1867, La lingua dei nostri legislatori ossia il dizionario degli errori di lingua intrusi nel codice penale del Regno d’Italia. I destinatari dell’opera sono gli specialisti della disciplina. In ben centodue lemmi, ritenuti erronei, Valeriani spiega le ragioni e nel contempo esibisce il corrispettivo esatto, prelevato dai classici della letteratura, come Boccaccio, Dante, Petrarca, Bembo, Guicciardini, Ariosto, Galilei, Tommaseo e altri. Per evitare qualsiasi equivoco di natura politica, Valeriani puntualizza che la sua critica non è rivolta agli aspetti legislativi dello Stato italiano, di cui non ha competenza, ma solo all’aspetto linguistico.

Agli interessi linguistici di Valeriani va collegata anche un’opera solo in apparenza tematicamente lontana, il Segreto alle fanciulle per trovare infallibilmente marito (1845). Infatti le fanciulle sono considerate dall’autore sia come educatrici morali e civili, sia come le prime maestre della lingua.