Angela VillaMigra, a cura di Annalisa Castellitti


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«Caro Babbo Natale vorrei una città nuova», perché «in questa città ci sono più sinonimi per la parola indifferenza che per la parola amore». Un desiderio, questo, che è difficile da esprimere quanto da realizzarsi, perché cambiare è faticoso e fa paura, ma se uno vuole, può farlo. La Napoli che viene descritta da Angela Villa nel suo testo teatrale si identifica con la protagonista stessa, la quale racconta e rappresenta il doppio volto di una città "matrigna", denunciandone sia i mali che le contraddizioni. La bellezza della città sembra un dono che non spetta a tutti, perché per una ragazza che appartiene al clan e che proviene da una famiglia difficile, l’età della spensieratezza sembra ridursi soltanto ad una risata sguaiata: «tutto crolla intorno a noi e noi ridiamo, ma non è che ridiamo per non piangere, noi ridiamo convinte».

Mida è una ragazza di 17 anni, che giustifica il suo «pariare insieme alle amiche del gruppo» come un riscatto dalla sua "zona grigia", quella che la tiene sospesa tra il bene e il male, tra la giustizia e il crimine, allontanandola dalla normalità: «vedere il terrore nelle loro facce ci fa sentire forti, sicure. Loro comunque vengono da famiglie perbene, hanno avuto padri e madri normali, noi che abbiamo? Niente, allora ci tocca, è giusto così». Chi l’amava veramente? Aveva avuto due padri, il primo era morto di cancro e del secondo preferisce non parlare. Suo fratello era stato ucciso per sbaglio, sua sorella piange quando dorme mentre da sveglia racconta barzellette, ed infine la madre fa finta di non vedere e di non capire. Migra ha paura del presente ed è terrorizzata dal futuro ma, a causa della sua fragilità e dell'assenza di un punto di riferimento su cui fare affidamento, si fa convincere che bisogna vestirsi come le altre, per essere qualcuno, che è più giusto andare in giro con il motorino senza indossare il casco, che è divertente spingere la gente con una spallata, oppure infastidire, sfottere e deridere i coetanei.

Tuttavia, la sua vita le appare sempre uguale, non succede mai niente di bello, forse perché cercare la felicità richiede uno sforzo, forse perché in «questa città ogni volta che ti accade una cosa bella, dopo, in qualche modo, la devi pagare». Essere felici è, talvolta, una scelta. È salire rapidamente sulla "scalinata" che rappresenta la nostra esistenza, per poi cadere nel vuoto ancora più velocemente di prima. Ed è appunto questa consapevolezza che spingerà la protagonista a scegliere di "migrare" come un uccello: «quando sono triste, salgo sul terrazzo del palazzo di casa mia, per vedere gli uccelli volare, li vedo andare via, beati a loro». Ma la cosa che più le colpiva era capacità di orientamento degli uccelli, che sanno bene quello che devono fare, seguono le rotte naturali. Gli uccelli «possiedono una specie di carta geografica mentale, dei territori in cui vivono e di quelli dove devono andare». Invece noi in testa abbiamo il nulla.


Edizione di riferimento

A.VILLA, Migra, in Storie di ragazzi tra legalità e camorra. Narrativa, testimonianze e teatro, a cura di Luigi Merola, Guida Editori, 2014, pp. 137-149.