Marcello D'Orta, Impegnarsi per la legalità, a cura di Annalisa Castellitti


pdfScarica il testo in PDF

 

Marcello D’Orta inizia narrando la sua prima esperienza con il “sopruso”, avvenuta all’età di circa sette anni. Sotto l’arco di Porta San Gennaro a Napoli si imponeva la figura del guappo di una volta: Don Luigino, il “sindaco” del rione Sanità, «pronto a sorprendere quanti non si scappellassero o non gli porgessero i propri omaggi». Il guappo ritratto dall’autore del racconto non si identifica con i boss o i camorristi dei nostri giorni, quelli che affollano con le loro faide le pagine di cronaca nera dei quotidiani, perché «i guappi (che pure coi camorristi avevano più di un lato in comune) alla prepotenza, l’arroganza, l’insolenza, sposavano un qual certo senso di giustizia e di onore, e perfino la lealtà».

È il caso di Giuseppe Navarra (1898-1960), guappo di Poggioreale, considerato a Napoli come il “salvatore della Patria”, perché rubando alle Forze Armate americane, sfamava parte della popolazione del suo rione. Per quanto possa sembrare incredibile, racconta D’Orta, il Cardinale Arcivescovo Alessio Ascalesi gli affidò, nel 1947, il compito di riportare in città il tesoro di san Gennaro, custodito durante la guerra in Vaticano. E così fu: il “re di Poggioreale”, giunto nella capitale a bordo di una 12 cilindri appartenuta a Mussolini, caricò le preziose casse nell’auto e riprese vittorioso la via del ritorno.

Con questo racconto, D’Orta, non intende fare l’elogio del guappo rispetto ad un boss di Casal di Principe, bensì affermare che «la malavita napoletana è passata da posizioni quasi romantiche a quelle in cui predomina l’efferatezza assoluta e in cui certi principi ritenuti per decenni sacri sono violati senza alcun imbarazzo o tentennamento». Tuttavia, quello che conta oggi è convincere i giovani «che i camorristi sono il cancro della società, un cancro che bisogna estirpare dal consorzio civile, sì, ma ancor prima dalla loro mente». Il vero pericolo della devianza giovanile, conclude l’autore, è la sfiducia nelle istituzioni, e per contro il fascino che il Male esercita su molte giovani vite.

La risposta al Male va cercata, dunque, nell’unione e nell’impegno di tutte le forze individuali e collettive: famiglia, scuola, chiesa e istituzioni. Se «ognuno farà la sua parte», potrà sorgere di nuovo il sole, «un sole che illumini le macerie di quello che oggi più di ieri rappresenta il nemico principale della nostra città, dei nostri giovani, delle nostre creature, cui vorrebbe togliere perfino la voce: l’infame camorra».

 

Edizione di riferimento

M. D’ORTA, Impegnarsi per la legalità, in Storie di ragazzi tra legalità e camorra. Narrativa, testimonianze e teatro, a cura di Luigi Merola, Guida Editori, 2014, pp. 15-26.