Filippo Mastriani, Un camorrista di 15 anni, a cura di Concetta Sabbatino


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Un camorrista di 15 anni è un romanzo storico sociale sulle classi criminali in Napoli, all’interno del quale Filippo Mastriani denuncia i mali che affliggono la città napoletana, in particolar modo la camorra, prendendo spunto dal romanzo del padre, I Vermi. Anche nel linguaggio sembra rifarsi al romanzo del padre, utilizzando i termini propri del gergo camorristico. Da I Vermi preleva, in particolare, brani sulla figura della prostituta, per presentarci poi uno dei suoi personaggi: Rosa o signorina Ester, protagonista del secondo capitolo.

Nel Catalogo del Servizio Nazionale delle Biblioteche, il romanzo, che nel frontespizio reca il nome solo con l’iniziale (F.), è erroneamente schedato sotto il nome di Francesco Mastriani. La lettura del romanzo, però, spazza via ogni ombra di dubbio per gli espliciti rimandi che Filippo stesso fa al romanzo del padre.

Il testo si apre con l’indicazione di una data ben precisa, il 1888, quando «la camorra e la prostituzione erano al loro apogeo, e il ministro Crispi studiava il modo di frenare la marea che ogni giorno invadeva le cronache dei giornali di nuovi scandali», e la presentazione di un prete, che camminava per le strade di Napoli in una notte piovosa, un basista: don Pietro Paranza: «Chi avesse visto quel prete, a quell’ora, con quel tempaccio, per la via, non avrebbe potuto non compiangerlo, ed esaltarne i sentimenti di cristiana carità, pensando che forse qualche moribondo aveva richiesto la sua assistenza, e che egli si era affrettato a prestarla, sfidando le intemperie». In realtà, il reverendo faceva ritorno da una notte trascorsa tra le braccia di una giovane donna.

Nel gergo camorristico, ci spiega il Mastriani, il basista è colui che fa il progetto di un furto entrando nelle case agiate e facendosi accogliere per il suo aspetto da gentiluomo, acquisendo la confidenza coi proprietari. Il venditore di basi studia, elabora i progetti, le basi di un furto. È un architetto dell’impresa ladresca, ma non partecipa ai furti in prima persona; conserva «le mani bianche e il volto sereno». Il venditore di basi acquista o perde credito agli occhi della paranza a seconda che riescano o meno le operazioni da lui proposte. E in questo ruolo, la carriera di don Pietro fu sempre coronata da felici risultati.

Ciò che più distinse la vita del basista fu la schiera di donne che seduceva e poi abbandonava alla prostituzione. Tra tutte, due diedero anche alla luce l’una un maschio, Michele, che divenne picciotto, e l’altra una femmina, Rosa. Era una fanciulla bellissima, dai capelli biondi e gli occhi azzurri, con un’anima pura e ingenua, ma costretta alla prostituzione perché priva di ogni mezzo di sussistenza. Rosa visse una grande delusione d’amore. Abbandonata dal ricco signore napoletano che l’aveva voluta come concubina, si lasciò convincere da Don Pietro a lavorare presso la sua casa; divenne così la prostituta di suo padre. Stanca di questo lavoro, Rosa si rivolse alla madre, e sebbene le fosse stata descritta come una donna senza cuore, bussò alla sua porta, ma venne accolta come un cane malato e cacciata via. Da questo momento visse in strada, finché non trovò impiego presso la casa di un’usuraia. Più trascorsero i giorni e più le sue forze diminuirono a causa della fame. Stanca, Rosa si allontanò dalla casa dell’usuraia e vinta dalla fame si appoggiò ad un muricciolo. Perse i sensi e venne poi ritrovata da alcuni uomini che la riportarono all’Imbrecciata, la casa di prostituzione all’interno della quale viveva prima di conoscere il ricco signore. Tra le altre prostitute che occupavano la casa c’era Amelia Ferri, che strinse una profonda amicizia con Rosa, avendo in comune gusti, tendenze e modi di pensare. Ma in Amelia era forte l’insaziabile avidità di denaro e non esitò a vendere per venti lire il corpo dell’amica al suo protettore.

In realtà, il filo conduttore del romanzo è la vicenda di Salvatore De Rita, figlio di un ingegnere. Decise di entrare a far parte della camorra a causa delle cattive compagnie che frequentava. Il padre sperava per lui un futuro brillante, invece fu «una crudele spina nel cuore». Dopo aver frequentato la scuola per un anno, iniziò ad assentarsi spesso e a vendere tutti i suoi libri. A soli dodici anni fuggì da casa: Salvatore era entrato a far parte della camorra sotto la protezione di uno dei maggiori capi. Trascorsero sei mesi da quando i genitori non ebbero più notizie di lui, finché un agente di pubblica sicurezza si presentò a casa loro per informare l’ingegnere dell’arresto del figlio, poiché si era ribellato agli agenti.

Da allora la vita dell’ingegnere divenne un incessante martirio: abbandonò tutte le amicizie e trascorse il resto del tempo rinchiuso nel suo studio. Per liberare il figlio dalle accuse che incombevano sul suo capo, l’ingegnere pensò di rivolgersi alla camorra stessa, promettendo in cambio una grande somma di denaro. Ma l’ingegnere commise l’errore di mostrare lo scrigno pieno di napoleoni d’oro.

Fu tutta fatica sprecata perché intanto Salvatore riceveva il battesimo di giovane onorato e pensava a come sottrarre al padre quella somma di denaro. Il piano prevedeva che Salvatore tornasse nella casa paterna e fingesse di essersi ravveduto e di voler condurre una vita onesta. Questa recita durò un paio di giorni, durante i quali Salvatore finse di essere quel figlio che l’ingegnere avrebbe sempre voluto. Intanto aveva scoperto dove era nascosto lo scrigno col denaro. Donare quell’ingente somma alla camorra avrebbe potuto metterlo in buona luce all’interno dell’onorata società e non si preoccupò affatto che il padre potesse cadere in miseria.

Un giorno però, controllando tra le pagine degli studi del figlio, l’ingegnere trovò un biglietto, nel quale era menzionata l’operazione da svolgersi proprio in casa sua. E quella stessa notte sorprese il figlio a rubargli i risparmi con alcuni suoi amici. Salvatore non esitò un attimo a colpire il padre e a scappare col denaro. L’ingegnere era addolorato più che per la ferita, per la perdita del figlio e per la strada che aveva ormai intrapreso: «L’essere condannato a piangere per la perdita di un figlio adorato, sapendolo morto, è tale spasimo lacerante da non potersi ad altro eguagliare, ma che trova il suo conforto nel tempo, che mitiga a poco a poco, e lenisce ogni dolore, fino al punto di coprirlo quasi di obblio. Ma l’esser condannato a piangere sulla perdita di un figlio ancora vivo, esposto al disonore, è uno strazio al di sopra del concepibile, è la quintessenza, la eccellenza dello spasimo, e che neanche nel tempo può sperare un lenimento».

L’operazione però fallì perché Salvatore venne sorpreso e acciuffato dalla polizia e il tesoro finì nelle mani della pubblica autorità. L’ingegnere aveva nascosto alla moglie l’origine della sua ferita, per evitarle un forte dolore, ma la signora apprese tutto per caso, leggendo un articolo di giornale. Quando tra le file della camorra si diffuse la notizia del fallimento dell’operazione, si accese subito un litigio tra Don Pietro e Pasquale Brigante, l’altro capo dell’onorata società. Mentre i due discutevano, arrivò il Capo per portar loro la notizia che il tesoro dell’ingegnere era tornato nuovamente nelle mani della Gran Mamma, la camorra.


Edizione di riferimento

F. MASTRIANI, Un camorrista di 15 anni. Romanzo storico-sociale sulle classi criminali in Napoli, Napoli, Luigi D'Angelilli Editore, 1909.