La ragazza di Scampia


Autore: Francesco Mari

Casa editrice: Fazi Editore
Anno: 2014
Genere: romanzo


Recensione di Ugo Cundari (pubblicata su «Il Mattino», 7 ottobre 2014)


Se non c’è il sesso, nei titoli dei libri più venduti, un’altra parola in grado di far impennare le vendite è «Napoli», nelle sue più svariate declinazioni di «camorra», «gomorra», «Secondigliano», e tra poco anche «Rione Traiano». Lo sa bene l’esordiente Francesco Mari, l’io narrante di "La ragazza di Scampia" (Frazi Editore, pp. 252). Laureato in antropologia, impiegato presso l’«Unità operativa progetti speciali» dell’undicesima municipalità del comune di Napoli, ha un sogno nel cassetto: diventare il «talentoso eversivo che tutti aspettano, un traghettatore di idee, un disseminatore di provocazioni, uno sperimentatore inesauribile… un gran figo culturale insomma!».

E così Mari, per arrivare al suo scopo, batte il ferro di Scampia finché è caldo, scrive un reportage su questo quartiere infernale e lo propone a un editore, uno di quelli con il fiuto per il mercato coma Alberigo Trieste, editor della casa editrice milanese Ibiscus e autorità riconosciuta in materia di narrativa giovanile. Trieste, quando inizia a leggere il dattiloscritto, attratto da un titolo del quale subito intravede il valore commerciale e da un sottotitolo che calca ancora di più la mano, «Reportage dall’inferno», si entusiasma: «I napoletani vanno sempre forte, è un fatto: vendono ed è merito della loro città: Napoli bella e dannata». Il suo unico dubbio sono le parti in dialetto, ma ormai quelle sono state sdoganate anche nei film, in fondo danno un senso di straniero, di esotismo che male non fa. E poi la verità  è una sola, come dimostrano in continuazione le cronache e i libri su Napoli: «i napoletani abitano dentro un noir a cielo aperto!».

D’altra parte, a convincerlo è stato anche l’incipit del testo. La vicenda ha inizio con la confessione di un cinquantenne mezzo cantante e mezzo guappo, Jenny Marvizzo, un tempo re delle cerimonie del quale si diceva che era «l’uomo che con le sue canzoni prima li fa innamorare e poi li porta all’altare». È un esperto di Scampia e rivela l’identità di una donna che vive lì e che, senza andarsene dal quartiere, ha deciso di sfidare i clan egemoni della zona dopo aver preso un fratello per overdose.

Stella Cannavacciuolo, «a ʼuagliona», abita in un appartamento buio come se ne vedono in ogni periferia abbandonata, e appena apre bocca non solo conferma di volere denunciare tutto e tutti - «tutti i nomi, dottò, tutti, uno per uno» - ma sottolinea anche un’altra cosa. Ha trovato il segreto per togliere di mezzo la camorra di tutto il mondo.

Succede quindi che l’autore è convocato dall’editore e non potrà più tirarsi indietro. Anche se inventato, il suo reportage deve per forza essere vero se vuole aspirare alla vetta delle classifiche: l’inferno di Scampia non può non esistere. A questo punto entra in scena ancora più prepotente la fantasia di Mari e quel sottofondo continuo che sta dietro ad ogni scena del libro ci appare chiaro. Come si fa a uscire da una situazione in cui se parli male della tua città fai il tuo dovere ma poi rischi anche la strumentalizzazione, mentre se ne parli bene fai la figura di chi vive con le mani sugli occhi?