Eduardo De Filippo, Interpellanza al Senato, a cura di Pasquale Sabbatino


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Autoritratto di Eduardo e impegno civile per i ragazzi a rischio - Nella galleria dei ritratti di Eduardo è tempo ormai di collocare un singolare autoritratto velato, rintracciabile  nell’interpellanza al Senato nella seduta del 23 marzo 1982.

Le parole di Eduardo  partono dalla realtà napoletana dei numerosissimi “ragazzi che spesso, a causa di carenze sociali, hanno dovuto deviare dalla retta via”,  per estendersi poi  al quadro nazionale, delineando un  dramma che preannuncia l’immane tragedia dei decenni successivi e dei nostri giorni: “si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro ed è essenziale che un’Assemblea come il Senato prenda a cuore la riparazione delle carenze dannose, posso dire catastrofiche, che da secoli coinvolgono quasi l’intero territorio dal Sud al Nord dell’Italia”.

Tutto ruota, non a caso, intorno all’immagine capitale del prendere a cuore, che implica un coinvolgimento passionale e fattivo totale, senza tentennamenti e senza risparmio, del Senato e quindi della Repubblica, di chi ci rappresenta, dunque,  e di chi è rappresentato.

Per non demandare agli altri e in alto una questione che tocca ciascuno di noi, Eduardo racconta la personale esperienza: “Mi sono sempre domandato quale potrebbe essere il mio contributo affinché la barca di questi ragazzi che sta facendo acqua da tutte le parti possa finalmente imboccare la strada giusta. Sono convinto che se si opera con energia, amore e fiducia in questi ragazzi molto si può ottenere da loro”.

Da qui la necessità di sviluppare “un progetto” all’altezza della gravità e delle dimensioni del problema, “da prendere sul serio in considerazione”.  È l’inizio di un breve racconto autobiografico, che tocca il cuore dei lettori di ogni tempo e spinge ciascuno di noi a chiedersi, con Eduardo,  “quale potrebbe essere il mio contributo”.  Si sancisce così e si consolida il patto tra autore e lettori.

Nel racconto autobiografico, in risposta alla critica dei critici Eduardo ci propone un interessante caso di critica d’autore. Con sottile ironia sembra prendere sul serio i critici che lo accusavano di non aver scritto dei capolavori e pronosticavano come cassandre la morte delle sue commedie, ma rivendica con forza “il merito di aver sempre trattato” aspetti e  problemi della società italiana  e di averli proposti dal palcoscenico.

Sempre,  anche durante il fascismo, “quando le allusioni alle malefatte sociali e politiche erano, a dir poco, mal viste”, per cui nei testi della prima stagione, confluiti nella Cantata dei giorni pari, “i granelli di satira bisognava nasconderli tra lazzi, risate e trovate comiche”. Dal 1945, tutte le commedie della seconda stagione, raccolte nella Cantata dei giorni dispari, riflettono snodi della società italiana.

A questo proposito Eduardo ferma l’attenzione su Napoli milionaria, in cui pose questioni che  - lo ammette con amarezza – “sul tappeto sono rimaste”, come quella morale, che è questione primaria “poiché solo su una base morale l’uomo attraverso i secoli ha edificato società e civiltà”. Pur avendo alle spalle il fascismo e la guerra, e davanti la ricostruzione, il protagonista Gennaro Jovine afferma significativamente: “La guerra non è finita, non è finito niente”. E nel finale pronuncia la celebre espressione: “Adda passà a’ nuttata”.

Sono parole semplici,  con le quali il reduce esprime il pensiero eduardiano: sono ancora molti i nemici da combattere, dal disordine alla borsa nera, dalla corruzione alla prepotenza e alla disonestà, che ostacolano e frenano la costruzione di una società nuova e  giusta, alla quale collaborano “tutti insieme, Governo e popolo”, ciascuno con le proprie funzioni.

Napoli milionaria, allora,  addita e svolge profeticamente alcuni problemi sociali, come il rapporto cittadino-Stato e la necessità di rendere l’individuo responsabile e partecipe della ricostruzione della società.  E sono problemi cruciali, ieri come oggi, nel secondo dopoguerra e negli anni Ottanta, anzi si sono persino aggravati dal momento che in 30-35 anni si è consumata la frattura tra politica e cittadini, tra classe dirigente e popolo,  tra governanti e governati.

Le vicende storiche, dal dopoguerra agli anni Ottanta, sottolinea Eduardo,  hanno influito negativamente sulle sorti degli istituti di rieducazione dei minori, al punto che i Governi (centrali  e locali) non hanno stanziato finanziamenti congrui  e soprattutto non hanno elaborato adeguate politiche sociali nei riguardi della gioventù, che chiede rieducazione e lavoro. Con la strategia del discorso diretto Eduardo fa sentire finalmente in Senato la voce dei ragazzi a rischio, vittime di una società carente:  “Non usciamo da qui con il cuore sereno,  in pace e pieno di gioia, - mi dissero - perché se quando siamo fuori non troviamo lavoro né un minimo di fiducia per forza dobbiamo finire di nuovo in mezzo alla strada! La solita vita sbandata, gli stessi mezzi illeciti, illegali per mantenere la famiglia: scippi, furti, la rivoltella, la ribellione alla forza pubblica. Insomma siamo sempre punto e a capo”.

L’interpellanza, che nasce dal teatro, è un prezioso documento della lotta contro la corruzione e la retorica della politica, contro lo sfilacciamento del rapporto tra lo Stato e le fasce più deboli dei cittadini. Ma soprattutto contiene una lezione di metodo, valida anche per noi, oggi: bisogna studiare il problema nella sua complessità e nei suoi particolari per sviluppare un progetto credibile e possibile. E contiene una lezione di vita:  impegnarsi  affinché la barca, “che sta facendo acqua da tutte le parti” con migliaia e migliaia di ragazzi a rischio, non solo italiani, come giustamente ripete da tempo Luca De Filippo,  ma anche extracomunitari provenienti dai Paesi che si affacciano sul continente liquido del Mediterraneo, “possa finalmente imboccare la strada giusta”.

Anche lungo questa strada dell’impegno civile, Eduardo, divenuto classico, si incarna nella nostra contemporaneità.