Pino Daniele, Stella nera, a cura di Annalisa Castellitti e Rita Duraccio


 

Stella nera è una delle perle dell’album Musicante (1984) del cantautore napoletano Giuseppe, detto Pino, Daniele. Precursore di una produzione tanto sperimentale e innovativa quanto improntata alla più classica tradizione napoletana, il cantautore alterna la passione civile a una vena malinconica e nostalgica, con l’immancabile predominio della sua sapiente chitarra. L'album annovera tra gli altri la presenza alle percussioni del brasiliano Nanà Vasconcelos e incontra la tromba di Don Cherry. Tra la chitarra rock di alcuni brani (Keep on Movin'Io ci sarò) si insinuano, inoltre, le sonorità africane.

Il brano, che offre uno sguardo intimo ed accorato sulla Napoli di quegli anni, affronta in modo molto ovattato il tema-tabù del contrabbando in mano alla camorra, fenomeno che raggiunse il suo climax negli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, quando coinvolse un gran numero di persone. Le operazioni di importazione ed esportazione nelle città avvenivano generalmente di notte: le imbarcazioni uscivano dalle acque territoriali e dopo aver caricato le merci tornavano ai porti incorrendo spesso in sanzioni pecuniarie e pene detentive.

Scritta in tempo binario, Stella nera presenta una delicata, calma e malinconica melodia, nonché complessi giri armonici e sapienti progressioni che danno un carattere di indefinitezza e continua tensione al brano, il quale appare armonicamente stabile soltanto nella parte iniziale e in quella finale. L’organico strumentale è caratterizzato dalla predominanza della chitarra, da percussioni e, nelle battute conclusive, dal suono squillante del sassofono che conferisce al brano quel sapore blues/jazz misto alla canzone napoletana tanto caro al cantautore, caratteristica, quest’ultima, che nell’album Nero a metà (1980) aveva contribuito a segnare un importante punto di svolta nella carriera musicale di Pino Daniele.

Si tratta di un testo dall'intreccio apparentemente complesso, in cui è centrale la metafora dell’abisso del mare che, al pari della criminalità organizzata, dapprima accoglie e poi divora chi decide di sfidarlo. La gente di mare si aiuta, ma poi al sopraggiungere della difficoltà pensa a salvarsi per sfuggire alla sorte, così come i contrabbandieri, per sottrarsi ai controlli della Guardia di Finanza, mettono tutto a bordo cercando di scappare il più velocemente possibile. E mentre la terraferma sembra ancora lontana, il mare si fa più scuro a tal punto che non si riesce ad intravederne il fondo. Nel finale del brano il ritmo diventa incalzante, per rappresentare in maniera incisiva la solitudine di chi è fermo in mezzo al mare come una scogliera senza sole. Dall'altra parte, invece, c'è chi continua a sperare e a lottare nel nome di una città che rischia di essere oscurata da una stella nera.

È evidente la cifra peculiare dello stile di Daniele, riassumibile nella capacità di cogliere con leggerezza l’essenza della vita e di saperla descrivere con ritratti chiaroscurali che oltrepassano lo sguardo di chi ascolta. I suoi sono versi icastici, che si avvalgono della forza evocatrice e delle coloriture lessicali tipiche del dialetto napoletano. Ogni parola diventa il simbolo di un’emozione che il cantautore riesce a trasferire sul piano musicale attraverso suggestioni inconfondibili.

Forte è nei brani di Pino Daniele il connubio tra civiltà e legalità, espresso con particolare attenzione nella trattazione di tematiche sociali e discriminanti, in cui si impone costantemente l’appello del cantautore affinché Napoli torni ad essere una metropoli europea, una città d’arte e cultura, una città aperta, e non una città soffocata dalla «munnezza». Mantenendo lo sguardo fisso sulla sua strada (I know my way), Pino Daniele ha cantato l’anima di Napoli, una città difficile, che soffre e che come tutto il Sud Italia avrebbe bisogno di un provvedimento speciale: «Napoli città perduta? Lo dicono sempre, ogni volta che per qualche motivo conviene accusarci» («Il Mattino», 29 settembre 2006).[1] È una Napoli che si affaccia al Mediterraneo quella che ha voluto portare in Europa, sottolineandone il suo compito, il suo destino e la sua importanza strategica.

Luci e ombre di una Napoli che guarda al futuro, che per il suo pubblico non è ʼna carta sporca. Questo cantava Pino Daniele in quelle canzoni che (come egli stesso ha affermato in un articolo pubblicato sul Mattino del 18 luglio 2004), nascevano «per caso, da un verso, un giro di chitarra, un suono che ti ronza in testa», fino a quando non «riesci ad acchiappare un’emozione che devi buttare fuori per forza». Il suo omaggio alla cultura napoletana fu esplicito nel maggio del 2000, in occasione della sua presenza al teatro San Carlo al fianco di Luca De Filippo e di intellettuali come Francesco Rosi: «Parlare di Eduardo cent’anni dopo la sua nascita vuol dire per me continuare a tessere quel filo rosso che lui ci ha lasciato, che altri in questi anni, penso soprattutto a Roberto De Simone, hanno compreso. Credo che Eduardo, e Murolo, e Bruni e Carosone tanto per fare dei nomi, siano alla base della possibilità di una cultura artistica napoletana moderna» («Il Mattino», 22 maggio 2000). La sua improvvisa scomparsa, avvenuta sei giorni prima di quella dello stesso Rosi, entrambi avvolti dal clima delle celebrazioni per il trentennale della morte del maestro Eduardo, ci invita a consegnare alla storia quel fil rouge che ci ha lasciato in eredità e che lo terrà per sempre legato al ventre della sua Napoli.


Ecco qui di seguito il testo di Stella nera:


Chella è ‘na stella nera
chella è ‘na stella janca
gente ca nun se tene
e sta senza penziere
pe’ mare ‘o tiempo nun passa maje
è positivo e intanto sudano ‘e mmane.


Maronna e comm'è futo
ca nun se vede ‘o funno
me manca ‘o sciato e scengo
e intanto tengo mente
‘a muntagna è luntana assaje
‘o mare se fa gruosso
e arrassumiglia ‘o cielo

‘o cielo.


Se vede quacche luce
e ‘a finanza nun se fa vedé
gente ‘e mare s'aiuta
ma po' ognuno penza a sé
Penziere ‘e chi nun torna
e l'acqua è cavera ma che r'è?
miette tutte cose a buordo
fuje e nun penzà a me

fuje e nun penzà a me.


Nascette miez'‘o mare
forse int'‘a n'atu munno
scugliera senza sole
scengo sempe sulo
e ‘a muntagna è luntana assaje
'o mare se fa gruosso
e arrassumiglia ‘o cielo

‘o cielo.


Se vede quacche luce
e ‘a finanza nun se fa vedé
gente ‘e mare s'aiuta
ma po' ognuno penza a sé
Penziere ‘e chi nun torna
e l'acqua è cavera ma che r'è?
miette tutte cose a buordo
fuje e nun penzà a me

fuje e nun penzà a me.

Ecco il link per l’ascolto:

https://www.youtube.com/watch?v=7DI2tJPyxec

 

 

 

 


[1] Cfr. Napule è Pino Daniele. Il nero a metà,  raccontato da Federico Vacalebre, a cura di Titta Fiore, Napoli, Guida Editori, 2015.