Guido Trombetti,Vincenzino ʼo sciancatiello, a cura di Annalisa Castellitti


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Amava il mare Vincenzino Canale, detto ʼo sciancatiello, perché la «gamba secca secca non rappresentava un problema in mezzo al mare». L’acqua era il suo vero elemento, non la terra. Era un sub straordinario, dotato di enorme resistenza e quando si tuffava in acqua diventava un’altra persona: «lì era come gli altri e poteva aspirare a vivere e morire come gli altri».

Dettato dalla fantasia di Guido Trombetti, Vincenzino ʼo sciancatiello rientra nella galleria dei personaggi che si collocano nella cosiddetta “zona grigia”, una zona metaforica segnata dal confine tra la legalità e la devianza.

Figlio di Assunta Liberti, una donna magra e scura sia di capelli sia di occhi e di umore, il giovane Vincenzino viveva nel rione delle case popolari di Calata Capodichino: «un alveare di finestrelle aperte dentro mura sgretolate […]. Un alveare senza ape regina. Solo api operaie».

Bravo a scuola ma crudele nel suo piccolo regno, quello della strada. Il rione difatti rappresentava uno scenario perfetto per ordire scherzi maligni, quelli che insieme alla sua truppa indirizzava ogni giorno al malcapitato di turno. Si aspettava una preda, quella che egli stesso aveva scelto accuratamente: uno straniero del quartiere, meglio se ragazze. I passatempi di Vincenzino e della sua banda «non portavano vantaggi, né guadagni. Erano solo crudeli, di una crudeltà inutile, fine a se stessa. Quella crudeltà di cui sono capaci soltanto i ragazzi». Si giocava per beffare la vita che talvolta non si presenta generosa. Le risate esorcizzavano la rabbia e la sofferenza, sebbene non spegnessero quegli occhi pieni di fuoco.

L’unico modo in cui pensava di potersi riscattare era quello di lavorare in mare, ma uscire in mare con un invalido a bordo non sembrava a molti un’impresa fattibile, tranne che a don Giorgio Pescotti. Per quest’ultimo, un trafficante di droga napoletano che imponeva forti tangenti alla comunità cinese locale, Vincenzino era adatto alla qualifica di “tecnico subacqueo”. E avrebbe guadagnato bei soldi a ogni uscita, perché bastavano pochi mezzi per scaricare la roba nei porti in giro per l’Italia.

E mentre la madre e gli amici erano sempre lì, nell’alveare, Vincenzino avvertiva ormai come estraneo quel “parco della perfidia” in cui era cresciuto, e gli apparivano lontani gli anni in cui la stampella gli serviva solo a commettere scherzi inutili e non ad aiutarlo a camminare. In questo secondo tempo della sua vita in mare, si fece strada in lui un nuovo sentimento, quello della compassione: «Era una spigola. Vincenzino staccava l’amo e la adagiava con delicatezza sul fondo della barca. La guarda sussultare. Gli sembrava che i suoi occhi chiedessero pietà. No, non ce la faceva a vederla morire così bella e così innocente. Con uno scatto la afferrò e la buttò in mare. Ma le lucertole, i gatti, i colombi del rione non erano ugualmente innocenti?». Avvertendo il bisogno impellente di fuggire da una realtà segnata dalla violenza, Vincenzino iniziò a fantasticare per cercare qualcosa che gli desse emozione. Ma sulla terraferma non avrebbe mai trovato nulla di buono e nulla per cui valesse la pena essere buono. Meglio continuare a sognare di essere il protagonista di storie nuove ed avvincenti (come gli eroi dei romanzi di Conrad).

Complice di questa presa di coscienza il suo amico psicologo, Vittorio, che un tempo era stato anche sacerdote. Alla coppia Vincenzino-Vittorio si contrappone quella composta da don Giorgio e il cinese Cian e si affiancano le figure femminili: l’amata Frida e  Teresina, con il cui nome viene indicata sia la piccola maltrattata dai cinesi sia la sorella del boss, che era partita con Helmut, un tedesco conosciuto nel locale dove faceva la cameriera, e non aveva fatto più ritorno a Napoli. Lo schema dei personaggi si chiude con una terza coppia, quella dei due innamorati anonimi morti durante un incidente o forse vittime della disperazione per un amore avversato: «Perché ne era certo: abbracciati così, come li aveva visti dal finestrino attraverso l'acqua lurida del basso fondale, i due ragazzi si amavano».

In questo susseguirsi di storie di mare, storie di vita e di morte, lo stile descrittivo si alterna all'introspezione psicologica, arricchita dalle metafore di cui fa uso l'autore. Da quella della distesa limpida del "mare" (la speranza che non può morire), a quella della fiamma (la gioventù che si scaglia con crudeltà contro i più deboli per rispondere al proprio destino). Ed ancora la metafora dell'alveare per indicare i viali squallidi e spogli del rione in cui rimbombava il soprannome di quel «ragazzino strano con la gamba offesa», che esprimeva con la violenza la sua interiorità ferita.

Se da un lato gli (auto)ritratti dei personaggi si fondono con quadri di vita quotidiana, dipinti con dovizia di particolari ed eleganza narrativa, dall'altro risultano interessanti alcune indicazioni "topografiche" rintracciabili nel testo, a testimonianza del forte legame tra identità e territorio. Ne scaturisce una guida ideale di una città di mare, in cui i luoghi dell'io fanno da sfondo alla realtà caotica dei vicoli e dei quartieri popolari. Ed è proprio questa geografia dell'animo umano a fare del racconto di Trombetti un esempio significativo del modo di denunciare il tema della malavita nell’ottica di una dialettica capovolta tra bene e male: «Le lacrime invasero il viso di Vincenzino. In fondo si era affezionato a quell’uomo. Che cosa terribile è doversi vergognare di essere affezionato a qualcuno. Manco fosse una colpa grave. Conosceva don Giorgio, quel suo fingersi un vincente, e la sua storia».


Edizione di riferimento

G. TROMBETTI, Vincenzino 'o sciancatiello, in La zona grigia. Scrittori per la legalità, a cura di Patricia Bianchi, Guida Editori, 2014, pp. 85-104.