L'Unità d'Italia: la camorra nella guardia cittadina
di Antonella Migliaccio   



Il periodo del passaggio dal Regno Borbonico a quello dei Savoia rappresentò per la camorra un’occasione servita su un piatto d’argento.


Liborio Romano, prefetto di polizia del regno borbonico, prese in mano le sorti della città di Napoli. Dopo l’abbandono della capitale da parte di Francesco II di Borbone, ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie che, di fronte all’avanzare di Garibaldi con i suoi Mille, riparò a Gaeta, toccò a Liborio Romano gestire l’ordine pubblico nel delicato periodo di passaggio dal vecchio al nuovo assetto.
Il prefetto, di fronte al doppio pericolo dei sanfedisti da un lato e dei saccheggi popolari dall’altro, pensò di garantire l’ordine in città convocando i più noti camorristi cittadini e concordando con loro l’ingresso di un cospicuo numero di camorristi all’interno della Guardia cittadina.

L’interlocutore privilegiato fu “Tore ‘e Crescienzo”,
Salvatore de Crescenzo, primo vero capo della camorra, chiamato nelle stanze della prefettura di Liborio Romano con una proposta: redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine. In cambio, i camorristi irregimentati avrebbero goduto di amnistia incondizionata e stipendio governativo. Solo un’ora bastò a Tore per decidere il da farsi. Il capo camorra tornò in prefettura con un suo compagno e accettò la proposta. A raccontare l’episodio è lo stesso prefetto nelle sue Memorie, definendo la camorra “partito del disordine”.

Nacque una nuova guardia di pubblica sicurezza. Nei gendarmi c’erano ormai decine di camorristi organizzati in pattuglie e compagnie pronti a controllare ogni quartiere della città. Periodo di assoluta confusione, si vide il totale ribaltamento dei ruoli. Un’insolita guardia cittadina (9.600 uomini, con 1200 fucili, che divennero poi 12.000 nell’agosto del 1860), contaminata da un numero non identificato di camorristi, tenne in pugno la città per circa 8 mesi. Fu questo uno dei periodi di maggiore forza della camorra in città. Non più combattuta, veniva accettata e legittimata come controparte e potere autonomo. 
L’artefice di tutto ciò, Liborio Romano, ottenne il risultato che cercava: la città apparve efficientemente ordinata all’arrivo di Garibaldi.

Ma
l’ingresso dei camorristi nella guardia cittadina comportò, risvolto della medaglia, una considerevole escalation criminale. La “camorra in coccarda tricolore”, ben lungi dall’essere disciplinata come sperava il prefetto, trovò nella divisa la sua legittimazione. Contrabbando ed estorsione aumentarono a dismisura con guadagni rilevanti per i camorristi che, anche fuori dalle ore di lavoro, non smettevano mai la divisa. Forti furono le perdite di introiti per la dogana: tutte le merci in entrata a Napoli venivano intercettate e controllate dalla camorra al grido di “è roba d’ ‘o si’ Peppe”, zio Peppe, ovvero Giuseppe Garibaldi. La camorra manifestò in quest’occasione per la prima volta il suo grande opportunismo, la capacità, ovvero, di sapere sfruttare, in barba a ogni ideale, congiunture e situazioni propizie.