Tonino Palmese, Patì sotto il peso delle mafie-Via Crucis in memoria di tutte le vittime di mafia, a cura di Annalisa Castellitti


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Mafie e Pasqua: un accostamento in apparenza inaccettabile. In realtà anche quel mattino di duemila anni fa è in grado d’illuminare le negazioni di vita, giustizia e speranza che siamo soliti chiamare mafie. Un fascio di luce non solo per illuminare realtà che approfittano del buio, dell’ambiguità e della menzogna, ma anche per consegnare a chi è tentato dalla rassegnazione una logica nuova: di contrasto, di cambiamento, di rinnovata fiducia nella legalità. La riflessione di don Tonino Palmese muove in questa direzione: fare scendere alcune pagine di Vangelo - quei testi conosciuti come i racconti della Passione - proprio dove la violenza dell’ingiustizia sembra zittire ogni possibilità di cambiamento. Una riflessione intensa che si avvicina alla poesia per diventare preghiera e voglia di cambiamento. Il mio cambiamento, non quello degli altri. Ecco il valore più alto di queste pagine: iniziare da se stessi per cercare le ragioni di un cambiamento nel segno della giustizia e della ricerca di verità.

Stazione dopo stazione, si intuisce che la sola “arma” che vince il male è il Bene (Romani 12,21). Si comprende che “porgere l’altra guancia” (Matteo 5,39) non è debolezza né vigliaccheria, ma resistenza di fronte al male, rifiuto della spirale di vendetta e delle logiche disumane annidate in ogni proposta criminale. Porgere l’altra guancia significa restare allora in piedi davanti all’ingiustizia e alla violenza senza diventarne complici, né piegati dalla paura che blocca e paralizza. In piedi: disposti a cadere se qualcuno alza la mano contro di noi, ma non ad obbedire a chi ci chiede di diventare ciò che altri vogliono che si diventi. In piedi: pronti a tacere se la parola rivela compromesso e vigliaccheria, ma pronti a denunciare quando la parola è invece testimonianza di vita e di giustizia. In piedi: capaci anche di piangere e di offrire la propria debolezza, quando non si ha altro da offrire, ma non a chiamare “bene” o “male inevitabile” ciò che nega la dignità di ogni vita. In quest’offerta di debolezza c’è grande forza. Solo chi si riconcilia con la propria debolezza diventa infatti forte e autentico, così come è la tentazione del trasformare la forza in violenza a renderci irrimediabilmente deboli.

Tra Pilato seduto sul trono del tribunale e il condannato Gesù di Nazareth (legato, percosso, deriso e reso irriconoscibile da violenze che riducono la sua stessa capacità di reagire - Giovanni 19,1ss), la figura libera è quella di Gesù. Il vero debole non è mai chi subisce la violenza, ma chi la esercita. Chi stravolge il valore della forza per usare violenza, non ha sperimentato l’autentica forza della carezza ed ha scelto di restare prigioniero della propria debolezza. Grida con la violenza la propria paura, denuncia la sua incapacità di stare in piedi e sceglie il buio per nascondersi a se stesso.

Le pagine qui esposte propongono un sentiero nuovo. Una preghiera all’insegna dell’ascolto della Parola per imparare di nuovo la grammatica della giustizia. Un invito forte e attuale perché mai come oggi sono tante le persone uccise, perché non siamo stati capaci di essere abbastanza vivi. Perché, vivendo con poca responsabilità e partecipazione, ci siamo negati a noi stessi, agli altri, ma anche alla giustizia, fino a pervertirne la logica. È significativo, al proposito, il dialogo tra i due condannati che affiancano Gesù sul Calvario. “Uno dei due lo insultava... Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio benché condannati alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male.” (Luca 23,39ss). Parole che esprimono la logica sottile e paradossale capace di torcere la realtà della violenza fino a farle assumere una sembianza di giustizia. Una condanna a morte inflitta con pratiche di autentica tortura è sentita, dal condannato stesso, come giusta. Nessun accenno a proposte di riparazione del danno; nessuna porta aperta alla speranza o al cambiamento. Alla colpa si risponde solo con la violenza.

La ricerca della verità è ormai offuscata. La violenza si è fatta strada. È stata legittimata non solo da chi la amministra ma anche da chi la subisce. Fermare questo circolo vizioso è la grande speranza che scaturisce dal Vangelo. Nessuna violenza può mai essere giusta. Nessuna azione può legittimare la vendetta e l’omicidio. È questa la tragedia delle mafie e la loro logica perversa: indurci a credere che la loro pratica di violenza sia inevitabile, irrimediabile. E che tanto vale, allora, non impicciarsi, farsi i fatti propri, scegliere il silenzio, il compromesso, la rassegnazione.

La riflessione di don Tonino Palmese rompe questo schema insidioso. E ci ripropone la via della croce come cammino per ritrovare il sapore della legalità e della giustizia. Un pregare autentico di cui abbiamo tutti bisogno. Per fermare la debolezza della violenza e per riscoprire la bellezza del perdono come dono che restituisce alle relazioni umane libertà e giustizia. Pagine che ci aiutano a cercare la Pasqua perché ciascuno di noi ritrovi il proprio volto rivolto non solo al Crocifisso, ma anche a chi è in piedi sotto la croce e, proprio per questo, capace anche di riconoscere il Risorto nelle nostre strade, tra le nostre case e nelle nostre istituzioni.

Una speciale dedica. Possano, queste riflessioni, sostenere chi ha l’impressione di non avere più lacrime perché piegato dal dolore; aiutare chi rischia di perdere l’entusiasmo del proprio impegno perché oppresso da vissuti di solitudine; restituire alle nostre chiese la freschezza di una testimonianza che ci renda forti nella memoria, chiari nella denuncia e liberi nella ricerca della giustizia. A quanti, più giovani, guardano avanti con il desiderio di un progetto coraggioso, queste pagine ricordino che la vera passione del vivere non può attuarsi senza un costante confronto con la Passione che ha preparato il passaggio dalla morte alla vita, dal male al Bene. Perché la speranza non cessi di avanzare e perché fame e sete di giustizia continuino a nutrire le nostre esistenze.

(dalla Prefazione di don Luigi Ciotti)

 

Edizione di riferimento

TONINO PALMESE, Patì sotto il peso delle mafie-Via Crucis in memoria di tutte le vittime di mafia, Napoli, Officina Ecs (collana Mizar), 2008.