La mala setta


Curatore: Claudio Camarca
Casa editrice: Einaudi
Anno: 2015

Genere: Saggio storico

Recensione di Amelia Crisantino (pubblicata su «laRepubblica.it», 27 settembre 2015)



malasetta

Appena arrivato in libreria, l'ultimo saggio di Francesco Benigno – storico di nascita palermitana, docente a Teramo – ha il grande merito di allargare l'orizzonte. S'intitola "La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878" (Einaudi, 448 pagine), e con fluidità insolita in un testo di storia ci conduce a osservare come si sedimenta la percezione di mafia e camorra mentre si forma l'Italia.

Il libro ricostruisce gli eterni rapporti fra la politica e gruppi variamente dediti ad attività delittuose. L'aspetto più intrigante è però il capovolgimento della prospettiva consueta, che usa studiare il crimine ottocentesco a partire dall'oggi. Benigno sceglie invece di immergersi nella confusione dei discorsi di allora (poliziesco, giudiziario, politico e letterario) e indaga, va a ritroso, arriva in Francia e nell'Inghilterra di inizio Ottocento per osservare come si faccia strada la distinzione fra classe lavoratrice, formata da operai devoti al datore di lavoro, e classe pericolosa che ha costumi, credenze e moralità decisamente inquietanti.

Il buon borghese si sente assediato dai bassifondi, e il crimine sembra mescolarsi con la sua rappresentazione romanzesca. Nella Comédie humaine di Balzac troviamo l'imprendibile Vautrin – ispirato dall'ex galeotto Vidocq – a capo di tutti i delinquenti di Francia. La paura dell'insorgenza plebea nutre l'immaginario, il modello della setta segreta dilaga sino a creare un genere letterario e l'aliena popolazione dei bassifondi viene pensata divisa in "tribù criminali": lo sfondo dei Misteri di Parigi di Eugène Sue è la foresta urbana; nell'insicura e malfamata Rue Morgue è ambientato un racconto di Poe che inaugura il detective novel.

Presto la categoria delle classi pericolose arriva in Italia, Benigno legge i resoconti di questori e delegati mostrando quanto siano ricalcati su modelli letterari. A Napoli e a Palermo la scoperta di "società segrete" evoca una gigantesca organizzazione, che trova casa nei romanzi di Victor Hugo e di Verne prima di approdare nei rapporti di polizia: è la piovra, creatura destinata a sicura fama televisiva.

In Sicilia il prototipo della mala setta si incarna a Monreale, negli "stuppagghieri": se ne cercano le diramazioni, le indagini sono poco confortanti ma permane il bisogno di trovare collegamenti fra gruppi criminali e strutture eversive. Del resto per il ministro Nicotera i socialisti siciliani sono mafiosi, utopia e malandrinaggio sono la stessa cosa. Nell'incerto Paese costruito dal Risorgimento tutta la Sicilia appare sfuggente, trasformandosi in orizzonte obbligato per molte paure: è patria di pugnalatori, è terra di confine selvaggia per definizione, dove le sette mafiose di sicuro prosperano.

La realtà è molto più complessa, ma che importa? La polizia "scopre" le sette segrete, mentre la letteratura francese si fonde con le leggende siciliane. E presto a Palermo tutti saranno sicuri che la mafia discende dai Beati Paoli.