Claudia Brignone, La malattia del desiderio, a cura di Armando Rotondi

 

 

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Napoli, Fuorigrotta. Sullo sfondo c’è lo stadio San Paolo e sotto la curva A sorge il Ser.t: servizio per le tossicodipendenze. In questo quartiere, che la domenica si popola di tifosi, c’è un luogo che custodisce le storie di medici e pazienti. Per più di due anni ho frequentato il Ser.t ascoltando la voce di chi prova a uscire dalla “dipendenza”, definita dai medici “la malattia del desiderio”. Ognuno sembra avere la sua terapia, anche se spesso si rivela soltanto un tentativo.

L’argomento è chiaramente difficile, anche affrontato altre volte (la tossicodipendenza), ma ciò non è un ostacolo per la riuscita dell’opera. Ha scritto bene Daniela Abbrunzo, sul “Corriere del Mezzogiorno” nell’ottobre 2014, quando descrive il documentario di Brignone come un film di osservazione “che s’ispira ai grandi maestri del documentario narrativo, come lo statunitense Frederick Wiseman e il francese Nicolas Philibert”.

Non un’opera sulla camorra o sul crimine, ma su una realtà che ad essa è vicina, complementare, a Napoli come altrove. Sono le storie delle vittime di un sistema e di chi lavora per dare loro supporto per uscirne.

La malattia del desiderio è un film di osservazione, ma senza tutti quegli elementi che penalizzano documentari su tematiche simili. Non vi è sensazionalismo nel descrivere medici e pazienti, non si vira assolutamente verso il patetico. Questo nonostante si pianga e si strappino anche sorrisi, momenti che non sono costruiti o cercati dalla regista, ma naturali, insiti nella narrazione e nei “personaggi”. L’osservazione è la nota chiave di un lavoro che, nella sua durata di 57 minuti, è costata 3 anni di lavoro della regista che ha seguito il lavoro dei medici del Ser.t e dei pazienti. Ma la sua è stata un’osservazione “evolutiva” che si è fatta sempre più intima e che ha accorciato le distanze per instaurare un “dialogo”, arrivare a una partecipazione nell’osservazione che è anche una partecipazione dello spettatore. È evidente come la regista diventi parte dell’ambiente, conquistando la fiducia, ad esempio, delle persone che sta filmando. Una partecipazione delicata e non invasiva. E in questo senso è emblematica la frase finale, che chiude un film che avrebbe potuto continuare, ma che lì la regista ha deciso giustamente di interrompere. Una frase da sentire, che mostra come per tutto il film l’osservare si leghi all’ascoltare le parole dei medici e i pazienti.

A questi elementi, si lega una sapiente regia che non cerca la bella immagine, ma la realizza egualmente (si pensi all’immagine di apertura), che guarda alle persone ma non solo. Perché la storia delle persone è anche la storia del luogo. Chi è quindi il protagonista de La malattia del desiderio? Le persone o il luogo? Entrambi.


Scheda tecnica

La malattia del desiderio

regia di Claudia Brignone

sceneggiatura di Claudia Brignone

produzione Italia, 2014

durata 57 minuti