Fortunato Calvino, Mancal'aria, a cura di Antonio Ianuale


 

Un testo di denuncia sociale, che vuole sensibilizzare sulla drammatica questione ambientale della Campania. Questo è l’intento del drammaturgo napoletano Fortunato Calvino, che  nel suo testo “Manca l’aria”, mette sotto la sua lente di ingrandimento l’avvelenamento della terra campana, oramai vera emergenza nazionale. È nella periferia napoletana che si muovono i personaggi del testo, circondati e sovrastati dal degrado,  non solo ambientale, che non lascia alcuna speranza. L’aria è sinonimo di libertà, ma nel testo si sottolinea la sua “mancanza”, perché ormai l’aria è inquinata completamente, non dà la vita ma al contrario la toglie. Un’aria che distrugge non solo vite umane, ma anche il paesaggio, costringendo i più giovani ad allontanarsi dalla propria terra, a cambiare aria per sopravvivere. I personaggi sono tutti delle vittime, ma allo stesso tempo sono anche i carnefici della loro stessa terra, della loro stessa gente. Sono corresponsabili della situazione creatasi, in maniera attiva, contribuendo all’inquinamento della propria terra, spargendo rifiuti sul territorio, ma anche in maniera passiva, non curandosi della questione ambientale, restando così nell’indifferenza e lasciando morire la propria terra, i propri cari, se stessi. Nel primo quadro, una donna piange la tragedia più grande che può colpire una madre,  perché “stà terra avvelenàta...cca sè purtàto 'a figlième l'ha cunsumàto e arrubbàto a vita”[Scena I]. Come già Eduardo aveva profetizzato con il suo fuitevenne, la fuga e l’abbandono del luogo natio sembrano le uniche soluzioni possibili se non si vuole essere sopraffatti dall’indifferenza e dalla malvagità. Questo è anche il consiglio del politico di turno che non ha altro che da dire a due genitori distrutti dal dolore che, appunto, andare lontano dalla propria terra, incontrando però la resistenza della donna che non vuole arrendersi e fuggire. La fuga diviene la soluzione più semplice ed immediata, ma anche quella più dolorosa, che non ammette possibilità di redenzione. Una scelta purtroppo intrapresa da moltissimi giovanissimi che lasciano la propria terra, senza sapere se vi faranno mai ritorno. Il teatro di Calvino è sempre stato attento alla condizione femminile, regalando ritratti di grande realismo e allo stesso tempo di estrema durezza. Così alla donna distrutta dal dolore, ma che ama la propria terra, fanno seguito due donne completamente diverse: volgari e rozze che non si fanno scrupoli a cercare tra la spazzatura l’anello perso di una “'piccerèlla” impegnata in una missione punitiva nei confronti e “nu nìro ca nun vulèvo pavà 'a merce”. Alle donne non può certo sfuggire il degrado che le circonda, evidenziato dalla battuta che conclude il quadro: Che posto 'e merda! [Scena II] Donne che sono vittime della cattiveria degli uomini, i quali non esitano a minacciare e a usare violenza contro di esse, sebbene indifese,  per regolare i loro conti, come gli spregiudicati Lama e Rasoio che terrorizzano una ragazza colpevole solo di frequentare il ragazzo sbagliato. Donne che amano, che soffrono, che cercano di ribellarsi, ma che non possono cambiare il loro destino, come Giulia che paga con la vita il coraggio di lasciare l’uomo di cui si era innamorata. Un uomo che non esitava ad uccidere con le proprie mani e ad inquinare la sua stessa terra, riversandoci rifiuti del Nord. Gli interrogativi della donna sono inquietanti, rendono impossibile continuare la vita di tutti i giorni.

La notte di rado dorme con me...all'inizio pensavo che avesse un'altra donna, così ho cercato di capire cosa facesse in quelle ore e dove andasse. L'ho seguito, una due  volte e l'ho visto fare il controllore di camion che scaricavano il loro carico di veleno in grandi fosse; bidoni, residui di fabbriche, quintali di amianto e qualche volta insieme ai rifiuti corpi di persone uccise altrove, morti che venivano dal Nord, dagli stessi committenti, persone che sul territorio davano fastidio. Alla fine non riuscivo più a stargli vicino e lui ha pensato che fosse il sistema nervoso e certo, come sì può vivere con sempre la polizia addosso e la paura che uno della famiglia rivale possa vendicarsi uccidendo i tuoi figli? Come sì può vivere così? [Scena IV]

La donna non può certo restare al fianco di un uomo del genere, vorrebbe solo vivere una vita normale, ma purtroppo non le sarà possibile. Il degrado in cui versa la terra campana non sfugge al giovane Giò, che vive di piccoli furti e che proprio per un furtarello come tanti perderà la vita, ucciso da un ladruncolo che aveva adocchiato il suo telefonino nuovo. Un alone di speranza, in questo scenario di sconfortante desolazione, viene dallo scemo di paese, che, dopo aver allontanato a suo modo tre donne che si intrattenevano in pettegolezzi, vede una margherita e se ne vorrebbe prendere cura. Ma è solo un attimo, l’uomo è aggredito e costretto a strappare il fiore, eliminando così l’unico segno di speranza apparso in uno scenario terribile. Calvino si rifà al teatro-canzone, inserendo alla chiusura di ogni vicenda strofe musicali, dove riecheggiano le vicende trattate, ma dove c’è posto anche per una sana ribellione, che passa per una lucida consapevolezza, per una forte denuncia della gravosa situazione ambientale:

terra 'e campania avvelenata e bruciata.  cu' 'a vita stamme

pavamme chelle ca vuje avite affussato dint'a sta terra.

figlie, pate, mamme e sore ca nun c'e' stanno cchiu', lacrime pe

chi resta. aiere nun se' sapeva, mo' ca sapimme mo' nun putimme

nun ver'e', nun putimme sta' zitto! dint'a' sta guerra 'e parole

nuje vulimme sulo 'a verita' e adda pava' chi sta' jenno contro

'a legge 'e dio! guagliu' nuje l'avimma ferma'! lla' fore c'e' sta

nu futuro ca e' 'o nuosto! 'o nuosto...sta' gerra e chi e'? nun e'

'a mia, nun e'  'a toja...nun 'a vulimme. ripigliammece stu'

futuro cca e' sulo 'o nuosto!...

[Scena I]


La consapevolezza deve spingere alla ribellione, all’azione per cambiare questo stato di cose,  così alzare la voce diviene l’unica arma a disposizione del popolo che subisce ingiustizie, ma che vuole continuare a lottare, senza gettare la spugna, come purtroppo si è spesso tentati di fare. Nelle canzoni ritroviamo questo senso di ribellione, ma l’epilogo non lascia spazio alla speranza: al termine della scena con lo «scemo» del paese, Calvino non inserisce alcuna canzone, lasciando prevalere il pessimismo ma donandoci anche una preziosa lezione: non può certo un singolo porre rimedio alle ingiustizie, ma tocca al popolo, alla collettività riprendere in mano il proprio destino, dimostrando di non volersi arrendere, di non voler fuggire lontano dai problemi e dalla propria terra. La scrittura asciutta, spigolosa, essenziale di Calvino ci permette di entrare nelle drammatiche pieghe di una Napoli lontana dagli stereotipi che conosciamo, sullo sfondo di una terra inquinata e marcia, dove ritroviamo vittime e carnefici intrappolati in un destino che non lascia loro scampo. Interessante è l’utilizzo della lingua, il dialetto che può sfociare anche nel volgare per i “cattivi”, un italiano vicino allo standard per le vittime innocenti come Giulia, quasi a marcare una notevole distanza tra i personaggi in scena. Un registro linguistico popolare, perfettamente consono alla tipologia dei personaggi teatrali di Calvino,  che si mescola con l'italiano medio, evidenziando anche da un punto di vista linguistico, la diversa estrazione sociale e culturale dei personaggi. Se la cornice è quella della denuncia ambientale, Calvino non rinuncia a fornirci un tableau vivant della mafia napoletana: dai continui riferimenti alla religione, al mercato della droga, alla violenza che imperversa nelle strade, al drammatico e sempre più preoccupante fardello della micro-criminalità. La nostra è una terra che va protetta dall’inquinamento ambientale, ma anche da atteggiamenti mafiosi presenti persino nei più giovani, che così non cresceranno sicuramente con la cultura della legalità e del rispetto dell’ambiente. Un testo di una drammatica attualità che senza fronzoli sbatte in faccia al lettore la cruda realtà che spesso si preferisce ignorare.



Edizione di riferimento

Fortunato Calvino, Mancal’aria, Napoli, 2014

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