Bosseide


Autore: Nando Vitali
Casa editrice: Gaffi Editore
Anno: 2015

Genere: Romanzo

Recensione di Bernardina Moriconi



bosseide

Qualcuno ricorderà che negli anni in cui il genere  western furoreggiava al cinema, comparve anche il filone del western crepuscolare:  perché mai, allora, in era gomorriana, in cui storie di e su camorra vengono coniugate in tutte le molteplici possibilità, perché mai, verrebbe da chiederci, non può nascere anche una “camorra crepuscolare”? E se il sottogenere non è finora contemplato, mi sembrerebbe che a colmare la lacuna ci abbia pensato Nando Vitali con la sua ultima notevolissima prova narrativa, Bosseide (Gaffi editore, 2015).

Chiariamo subito: nessuna concessione al sentimentale, al patetico, né tantomeno a un buonismo ipocrita. Anzi. Nulla di ciò che è truce, efferato , finanche bestiale viene risparmiato al lettore di questo romanzo, ambientato nei pressi di Napoli, in un non meglio identificato castello (una reminiscenza cutoliana?) situato in un non meglio identificato paese : un luogo temuto all’esterno e claustrofobico al suo interno dove abita Boss, l’indiscusso capo che regge i fili del malaffare locale, in compagnia della sorella Carmela, cionca e profeta di sciagure, del suo amico d’infanzia, Antonio, e dei suoi scagnozzi: una piccola comunità dedita ad accudire e proteggere Boss, che mescola però affetto e devozione a rancori mai sopiti e desideri di rivalsa che possono spingersi fino al tradimento. Una condizione da tragedia imminente e al tempo stesso di sospensione, o di consunzione, aleggia nel castello, a tratti diluita o forse estenuata dalle esecuzione di una nota canzone del repertorio napoletano Indifferentemente, molto cara a Boss e quindi spesso suonata alla chitarra dall’amico Antonio. Questi, divenuto cieco in seguito a un’esplosione provocata dallo stesso Boss che doveva punire un’intemperanza sentimentale del suo giovane compagno, vive ora della carità e dell’ospitalità di colui che lo ha reso  menomato.

Il truce tran tran a base di torture, esecuzioni e conseguenti  disfacimenti di cadaveri , è interrotto dall’arrivo al castello di un nuovo attesissimo “ospite”, un bambino figlio del capoclan rivale, reo di aver ammazzato tempo addietro il giovanissimo figlio di Boss. Occhio per occhio. L’eliminazione del piccolo, il successivo scioglimento del corpicino nell’acido, rituale per il quale è già stato attivato il “chimico” che va e viene dal castello per approntare perfettamente l’operazione, dovrebbe costituire l’atteso momento topico del protagonista, la nemesi cruenta e salvifica che egli brama da tempo. Eppure, gli incontri serali che Boss ha col bambino, i giochi e le chiacchiere col piccolo, piuttosto che lenire le antiche ferite, ne aprono di nuove: l’anziano capoclan si interroga su quella vita fanciulla che sta per stritolare e molti dubbi  concorrono a far traballare le sue certezze improntate a una deforme visione etica.

Qualcosa dei dubbi e dei tentennamenti di Boss trapela nel suo piccolo clan, che vive come una minaccia la presenza del bambino, la cui soppressione viene rinviata di giorno in giorno, ma soprattutto percepisce un’incrinatura nella dura scorza del capo, lo stigma di una debolezza umana  imperdonabile finanche dalla sorella, che progetta il tradimento e farnetica nella sua mente di donna sgraziate e derisa di assumere lei comando e potere.

Vitali, già autore dei romanzi Chiodi storti. Da Ponticelli a Napoli centrale (2008) e I morti non serbano rancore (Gaffi,2011) racconta una storia forte e attualissima, un repertorio di eventi luoghi e situazioni che ci rimanda alla “nera” dei quotidiani prima ancora che alle tante narrazioni letterarie e cinematografiche, perché è questa la realtà quando si affronta tale tematica: le guerre tra clan e le guerre di clan a uno stato troppe volte assente o connivente; i traffici illeciti di prodotti svariati; le forti e vacue passioni dei camorristi: il gioco, le corse dei cavalli, le moto e le auto potenti e truccate, il fumo e la sniffata, e poi il sangue che scorre e scorrendo delimita i territori con la sua vivida scia. Ma oltre e al di là di tutto ciò, e torniamo a quel tratto crepuscolare cui si accennava in apertura, serpeggia, nel romanzo di Vitali, un senso di inquietudine e disfacimento: il Castello è una rocca di potere, ma è anche il luogo di una solitudine angosciosa o rancorosa, che suscita raccapriccio per i fantasmi che lo percorrono, quelli di tanti morti ammazzati, ma anche quelli dei vivi condannati a una esistenza priva di vita: «Noi siamo fatti così. Non ci fidiamo l’uno dell’altro. Non manifestiamo mai i nostri veri sentimenti. Siamo prigionieri di un mondo fuori dal mondo. Il Castello è visibile a tutti eppure è invisibile a tutti. Porta dentro di sé il segreto di Boss, e i mille segreti del mondo. E’un’Area  51 dove nemmeno lo Stato deve entrare, perché se entra trova la sua immagine capovolta».

La stessa crudeltà irrefrenabile di Boss, che arriva al punto di farsi egli stesso esecutore materiale della fine dei suoi nemici, del cui fegato cucinato dalla sorella poi si nutre in un rituale ferino e pagano, questa stessa crudeltà sembra arrivare a un punto di non ritorno proprio nel momento della sua apoteosi: la vendetta suprema e attentamente predisposta. La pesantezza degli anni e ancor più quella del cuore condizionano le azoni e i pensieri di Boss che nella sua  solitudine cerca un confronto solo in un Dio in cui non crede ma cui pure si rivolge e che ama sfidare: un Dio che atterra ma non suscita, che affanna ma non consola, che per Boss neanche esiste, ma se ci fosse sarebbe un dio di crudeltà.

In un’epoca in cui le dame i cavalier l’armi e gli amori hanno perso spessore e credibilità letteraria, un nuovo epos - sembra indicarci Vitali -  deve andare alla ricerca  di nuovi eroi , fossero pure antieroi per eccellenza, capaci di suscitare fosche e ambigue suggestioni e di richiamare aspetti e fatti dell’oggi proprio come accadeva un tempo attraverso le antiche mitologie. D’altronde lo stesso titolo del romanzo di Vitali, Bosseide, canto sul boss, evoca la classica tradizione letteraria rinverdita e rinvigorita da una tematica iperattuale. E non manca neanche un novello Omero, il cantore cieco don Antonio, che si fa in parte voce narrante della storia di cui, proprio a cagione della sua cecità, è lucido e disincantato testimone. Ed è lui che alla fine ci informa che il bambino nei giorni della prigionia è rimasto sempre sedato. Quindi i momenti di scherzi e le chiacchierate col piccolo sono stati solo immaginati da Boss, che ha giocato a rimpiattino con se stesso, o forse ancora con quel Dio, che egli considera il solo valido interlocutore: un Dio di crudeltà in cui non crede e a cui alla fine soccombe.