Il processo Cuocolo: la camorra diventa caso nazionale
di Antonella Migliaccio   



Una nuova aria tirava a Napoli a inizio Novecento
. Un rinato attivismo della magistratura napoletana dopo gli sviluppi dell’Inchiesta Saredo, numerosi processi e un clima di antimafia diffuso in tutta Italia in seguito all’omicidio Notarbartolo furono terreno fertile per l’esplosione di un caso di cronaca nera, accompagnato da una morbosa attenzione mediatica che ricorda l’attualità.

Nel giugno del 1906 i coniugi Cuocolo, coppia di basisti per furti d’appartamento, furono trovati uccisi, con evidenti tracce di delitto di camorra. Il corpo di Gennaro Cuocolo fu trovato sulla spiaggia di Torre del Greco, quello di Maria Cutinelli, sua moglie, nella loro casa di via Nardones. Per le modalità in cui si svolse l’omicidio, sembrò subito probabile la pista camorrista. Il delitto era da ricercare nel mondo della cosiddetta malavita elegante dove alcuni ladri erano entrati in conflitto tra loro probabilmente per la spartizione della refurtiva di una precedente rapina con omicidio. Altra ipotesi, di tipo associazionistico, era da collegare alla volontà della camorra di tenere sotto controllo il settore dei furti in appartamento nelle zone borghesi di S. Ferdinando. Il tribunale della camorra avrebbe decretato la condanna a morte del basista che avrebbe tradito un compagno di furti, tale Luigi Arena, macchiandosi di ‘nfamità, la peggiore delle accuse.

Al di là della
ricostruzione del caso Cuocolo, interessanti sono le tensioni di diverso tipo maturate negli anni precedenti che sul processo confluiranno. Innanzitutto una nuova, anomala attenzione mediatica, locale e nazionale, che si concentrerà sulle diverse fasi processuali, seguite con una nuova partecipazione dall’opinione pubblica che si dividerà tra colpevolisti e innocentisti e finirà per esercitare un ruolo fondamentale nell’orientamento dei magistrati. La città, divisa durante l’Inchiesta Saredo, sosterrà ora una compatta posizione colpevolista rispondendo positivamente alla tolleranza zero dei Carabinieri, con una netta inversione di tendenza rispetto alla tradizionale convivenza con la setta organizzata, nella richiesta generale di ordine pubblico dopo gli scandali di inizio secolo.

Il processo si svolse su due piani inestricabili: quello morale, che invocava la rigenerazione dei costumi di Napoli, e quello giuridico che tendeva all’accertamento dei colpevoli. Con in mano il vessillo della lotta alla camorra, e in barba a ogni regola garantista, Carabinieri e una parte della magistratura seguirono la pista dell’organizzazione camorrista e il filo della battaglia moralizzatrice a tutti i costi.