Daniela De Crescenzo, Il figlio, a cura di Poala Improda


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La storia raccontata dalla giornalista Daniela de Crescenzo analizza il rapporto tra una madre e suo figlio. Il legame riferito non è quello di tipo “tradizionale” poiché, in esso, il termine famiglia non trova esplicazione tramite gli usuali sentimenti di affetto e di protezione ma si dispiega, e meglio si chiarisce, con l’espressione «sangue che non ti lascia, che ti chiama, che ti comanda».

La vicenda ha come protagonisti una madre carcerata, perché boss di un quartiere malavitoso di Napoli, e suo figlio, di cui la scrittrice non rivela il nome. Procedendo nella lettura, ci si rende conto che è il racconto di un bambino, poi, di un ragazzo, che cresce senza la spensierata gioventù: per lui, voce narrante della storia, non si prospetta alcun futuro. Costretto a diventare un killer, ne avverte il male. Non si sente più normale e percepisce che la sua vita è ormai perduta. Imbocca dunque una via che forse, in altre circostanze, non avrebbe scelto.

Non è appagante per un figlio, specialmente se bambino, incontrare la madre dietro ad un vetro, non sapere nulla di lei, non ricordarsela neppure e avvertire per questo un vuoto, un buco. Inoltre, non può considerarsi infanzia rendersi conto della mancanza del proprio genitore, avvertita come diversità rispetto agli altri; sapere che la propria mamma non ti sta aspettando all’uscita da scuola; celare il proprio disagio dietro all’innocente bugia «mia madre sta in ospedale»; presentarsi alla propria recita scolastica senza genitori; sentirsi voluto bene da tutti ma percepire qualcosa di strano senza conoscerne il motivo; crescere imparando a non chiedere della propria mamma e a non assaporarne l’amore corporeo. Ma tutto questo è quello che accade al figlio-bambino nella prima parte della storia e che lui stesso ci rivela, con un linguaggio informale, che scorre piano per tutto il racconto.

Dopo tempo, il ragazzino può finalmente vedere la propria mamma e, seppure di aspetto non gli appaia più giovane, la reputa ugualmente «bella, bellissima». Ne rimane addirittura incantato, ne è risucchiato ma non trova le parole per comunicare con lei. Può continuare ad andare a trovarla nei tempi e nei modi consentiti. Gli è infatti concessa solo un’ora al mese per starle vicino. Sessanta minuti con la propria mamma, che il figlio avverte come pugnalate perché costretto a lasciarla ogni volta, all’ultimo tocco di lancetta. Il ragazzo si domanda «come si fa ad avere una madre per un’ora al mese?» e «come si fa ad essere madre per un’ora al mese?». Non possono avere risposta interrogativi così struggenti e inammissibili e, come tali, risultano i divieti di tenere separati una madre e suo figlio dietro un vetro di un parlatorio di un carcere di massima sicurezza. Ma purtroppo questa è la realtà per i protagonisti di questa storia, i quali in un'unica ora di tutti i primi martedì di ogni mese possono vedersi. Per cui, solo in quella manciata di minuti mensili, la madre può svolgere il suo ruolo, dicendo al figlio tutto quello che deve sapere, insegnandogli tutto quello che serve, facendogli assaporare, a suo modo, tutto l’amore di cui il figlio è stato privato. Quei martedì dopo martedì dettano la crescita del figlio. In quelle ore impara il senso (distorto) della famiglia come «sangue che ti comanda». Impara che i compagni d’infanzia e poi quelli che inizia a frequentare per la strada non lo hanno mai guardato con compatimento ma con rispetto e capisce che il rispetto deve essere conquistato. Impara a comandare e, così facendo, pregusta il mestiere di boss. Impara a non abbassare lo sguardo davanti a nessuno, avvertendo come essenziale necessità di dignità l’inaccettabilità dell’abbassare la testa. Impara dunque a comandare con gli occhi e sviluppa un senso di appartenenza, facendo parte del proprio clan. Inizia ad occuparsi dei conti della propria piazza e la madre ne è orgogliosa. È lei a dargli istruzioni sul da farsi nel rione. Dopo l’iniziale timidezza del loro primo incontro al parlatorio, trai due si sviluppa un linguaggio di intesa, basato essenzialmente sui gesti, per meglio intendersi, senza essere compresi da altri, sul procedere dei propri affari. Giorno dopo giorno, il figlio diventa la controfigura della madre, il suo interprete, la sua voce. Pertanto, una sua proiezione fuori le carceri. Ha persino tatuato il nome della madre in petto. È l’essenza vitale della sua genitrice nel rione. Si è quindi di fronte al dispiegamento del concetto di famiglia malavitosa: obbedienza sempre e comunque, come si fa in un clan.

Ma il figlio è anche un ragazzo adolescente, che manifesta problematiche tipiche di quell’età: si mostra impacciato davanti ad una bella fanciulla, non riuscendo a tenere alti gli occhi (quegli stessi occhi che in altre circostanze non dovevano mai essere abbassati) di fronte ad Annalisa, la ragazza che gli piace. Peccato che si riveli una conoscenza sentimentale che non ha modo di svilupparsi, poiché costretta ad arrestarsi prima ancora di nascere, nel momento in cui il ragazzo apprende che il padre di Annalisa è colui che ha denunciato sua madre.

Qualche mese dopo, anche il giovane viene arrestato. Ne è sollevato. Sono pochi i mesi in cui resta in carcere, perché viene spostato in una comunità. Lì riceve le visite dei sui “amici”. Il «chiattone», ai suoi ordini, va infatti a trovarlo e riferisce il messaggio, da parte della madre, di scappare da lì per svolgere un lavoro. Il ragazzo ha il compito di uccidere «il Biondo», un delinquentello della malavita che vuole mettersi in proprio e per questo motivo va punito con la morte, perché così si fa con chi sfida gli affari di famiglia. È la stessa madre a ordinargli di spararlo ed è anche la prima volta che il figlio deve usare la pistola. Perciò, il figlio-ragazzo compie la metamorfosi in Omicida. Il proiettile che spara va a segno. Poi, sebbene tutto continui ad andare avanti come sempre, il giovane sente che la sua vita ormai è persa e patisce il colpo che ha sparato.

Un giorno, però, ha la bella notizia: può andare a trovare la madre e questa volta non ci sarebbe stato un vetro e un microfono a separarli. Può finalmente abbracciarla! Per l’occasione, si veste bene e mette la pistola nel calzino, come gli era stato insegnato. Stranamente, il ferro passa inosservato al controllo dei carcerieri. Il figlio, così, entra nella stanza dove lo aspetta sua madre. Poi, però, spara. Il racconto si arresta, lasciandoci sospesi e in dubbio su cosa effettivamente sia successo in quella stanza.

 

Edizione di riferimento

Daniela De Crescenzo, Il Figlio, in Storie di ragazzi tra legalità e camorra. Narrativa, testimonianze e teatro, a cura di L. Merola, Napoli, Guida Editori, 2014, pp. 107-111.