La camorra nelle pagine de «Il Mattino»
di Antonella Migliaccio   



Ma come agiva la camorra dell’Ottocento?
Quali erano il suo linguaggio e i suoi codici? In che cosa differiva da quella di oggi? La osserviamo attraverso le pagine de «Il Mattino», quotidiano nato a fine Ottocento e rivelatosi subito osservatorio interessante sul fenomeno.


Dal giornale trapela una lucida percezione del fenomeno camorra. Sullo sfondo di una delinquenza dilagante, la camorra si delinea come fenomeno distinto, con caratteri peculiari ben chiari.
“Noto” e “conosciutissimo” sono infatti gli epiteti con cui i giornalisti definiscono i camorristi, mentre le aule dei tribunali si affollano quando compaiono i campioni della mala vita. Esiste dunque un gruppo chiuso, distinto dalla violenza generica, gruppo che si impone su diverse aree di mercato, sia lecite che illecite, usando la sua principale risorsa: la violenza, di fronte alla quale il silenzio delle vittime si spiega con la paura.

Vicaria, Pendino, Porto e Mercato sono i regni della camorra di fine Ottocento. Zone povere della città ma anche naturali crocevia delle attività economiche, sedi di ferrovia, porto, dogana, mercati ortofrutticoli e del pesce, piazza degli orefici. Ma se i quartieri popolari risultano i luoghi di maggiore concentrazione della camorra, non c’è dubbio che il fenomeno si presenti anche nella città “alta” (nei bordelli e nei luoghi di socialità borghese, come caffè e case da gioco) e in provincia.


Dalla rubrica “Intorno a Napoli” emerge un’organizzazione presente a Casoria, Castellammare, Nola, Frattamaggiore, Ercolano, Acerra e numerosi altri comuni. Ma anche nel territorio casertano sembra ben radicata, a tal punto che in un articolo del 6 settembre 1896 si legge che distruggere l’“intricatissima matassa della camorra aversana sarebbe opera titanica”.

L’estorsione è l’attività principale della camorra. Il mestiere del camorrista è il prelievo di lucrose tangenti su aree di mercato sia lecite che illecite. Dalla prostituzione alle aste pubbliche, dai furti lungo le arterie che collegano all’hinterland ai numerosi mercati cittadini. Numerose le tracce di violenza per chi si opponesse al “diritto di camorra” (espressione ricorrente sul giornale).

Il gioco – legale e clandestino - è uno dei settori principali su cui applicare la tangente, accoppiata alla funzione d’ordine dei camorristi, che si impongono pacieri e pretendono il “diritto di camorra”. Prostituzione e tangenti sui guadagni delle donne costrette a versare una parte dei loro guadagni “a titolo grazioso di camorra, per l’esercizio di questo protettore non voluto”.

Regole e rituali, gerarchie e linguaggi testimoniano l’appartenenza al gruppo delinquenziale che non sembra mai nascondersi, ma piuttosto ostenta il suo potere. I camorristi non vogliono agire in silenzio, ma al contrario esibiscono il loro potere sul territorio; rendono visibile anche esteticamente la loro appartenenza al gruppo chiuso. Il tatuaggio è il segno di riconoscimento e  appartenenza al gruppo, ricorrente sul giornale.

Ieri come oggi il luogo di formazione dei camorristi è il carcere, dove l’organizzazione è forte, con una struttura gerarchica e un’attività estorsiva che ricalcano quella esterna e che con quella esterna intrattengono relazioni. Anche la camorra alta (che a inizio Novecento verrà fuori con l’Inchiesta Saredo) e i rapporti con la politica trovano spazio nelle pagine del giornale, soprattutto in occasione delle tornate elettorali. Ma bisogna sempre fare attenzione all'utilizzo della parola camorra, usata anche in riferimento al clientelismo politico o ad atteggiamenti prepotenti.

In "Percorsi tematici", un'intera sezione è dedicata a
 
«Il Mattino» di fine Ottocento dove vengono riportati numerosi articoli presi dal giornale dell'epoca che raccontano la camorra e danno un quadro della sua percezione. Le pagine sono state raccolte da Antonella Migliaccio e Iolanda Napolitano nella tesi di laurea dal titolo "Camorra e ordine pubblico a Napoli attraverso le pagine de «Il Mattino» 1892-1899".