Arnolfo Petri, Titta la Rossa, a cura di Annalisa Castellitti


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«Si chiamava Titta, ma alla Masseria Cardone, dove era nata, tutti la chiamavano La Rossa, per via della parrucca di capelli veri, color mogano, che aveva rubato un anno prima a un parrucchiere di Chiaia». Nell’incipit Arnolfo Petri fornisce al lettore gli elementi essenziali per ritrarre realisticamente la protagonista del racconto. La sua vita, tra le rapine e la droga, non l’aveva scelta lei, ripeteva, ma vi era capitata, ma un’esistenza diversa, come quella della gente cosiddetta “normale”, non saprebbe immaginarla.

Titta aveva imparato presto a calpestare i suoi sogni, in modo da restare con i piedi per terra. Della madre le restava solo il ricordo di quella mattina, alla villa Comunale, sulle giostre: lei sul cavalluccio e sua madre che la teneva per mano. Del padre, invece, la violenza assassina di quel giorno nefasto, che a cinque anni segnò per sempre la sua vita. Titta sapeva di appartenere ad un altro mondo, quel mondo in cui un’adolescente di tredici anni è costretta a fare a meno della fantasia: «Non avendo sogni non poteva immaginare niente di meglio di quello che aveva». Era rimasta per sei mesi in una casa famiglia, rifiutando la disintossicazione. Una volta uscita, capì che avrebbe potuto far sfruttare il suo corpo come meglio credeva. Inizia, così, la svolta di Titta, una figlia del dolore dagli occhi scuri come il cielo, con i graffi nel cuore e il vuoto nella mente. Proseguirà a vivere sola per strada, inseguendo la routine notturna, trascinata dal desiderio inconsapevole di provare un brivido di gioia, fino a quando i ricordi non si spegneranno per sempre.


Edizione di riferimento

Arnolfo Petri, Titta la Rossa, in La zona grigia. Scrittori per la legalità, a cura di Patricia Bianchi, Napoli, Guida Editori, 2014, pp. 105-126.