Alfonso Brescia, Napoli, Palermo, New York - Il triangolo della Camorra, a cura di Giovanni Luca Montanino


 


napoli1981: a Hollywood (e nel mondo intero) riecheggiano ancora le musiche de Il Padrino; la storia della televisione italiana sta per essere incisivamente segnata dallo sceneggiato La Piovra; in Campania, a livello locale, imperversano i cosiddetti musicarelli interpretati da Nino D'Angelo.

È proprio nel bel mezzo di questi modelli diametralmente opposti, tra scenari malavitosi e canzoni “strappalacrime” in dialetto, che si colloca Napoli, Palermo, New York - Il triangolo della Camorra, per la regia di Alfonso Brescia.

La pellicola è di gusto e sensibilità popolari; ricorda molto nello stile (anche se non nei contenuti) le commedie italiane degli anni settanta verso cui ultimamente si è riacceso l’interesse di addetti ai lavori e appassionati. Si pensi, per esempio, alla curiosità manifestata nei confronti di quel filone dal regista hollywoodiano Quentin Tarantino.

Come i capolavori della sceneggiata, di cui Mario Merola è stato il massimo esponente, Napoli, Palermo, New York è testimone di dinamiche sociali reali, ma insaporite da una comicità semplice. Anche la trama rispecchia uno schema lineare, che ritroviamo in diversi altri film interpretati dalla voce di Zappatore: don Gennaro Savarese è proprietario di un delizioso ristorante sul mare, in cui riserva ai clienti affezionati pesce gustoso e struggenti canzoni. Egli nasconde, però, un passato da camorrista e una rete di amicizie pericolose messe da parte per amore della famiglia.

La svolta drammatica non tarda a venire: don Gennaro partecipa insieme alla moglie Teresa alla cena di compleanno del suo compare, il boss don Francesco 'o Biancone. Proprio mentre sta dedicando una delle sue canzoni al festeggiato, viene interrotto dall’irruzione di un gruppo di rapinatori. Ha inizio così una sparatoria, in seguito alla quale l’innocente Teresa rimane accidentalmente uccisa.

A questo punto, contro la sua volontà, don Gennaro si ritrova nuovamente coinvolto in giri malavitosi, per scoprire chi gli ha rubato per sempre la felicità e vendicarsi. Ad aiutarlo in questa temeraria impresa i due goffi camerieri del suo ristorante (uno dei quali interpretato dalla maschera della commedia napoletana Giacomo Rizzo), la cui funzione è assicurare al racconto alcune parentesi di comicità.

Facendo ricorso a metodi poco ortodossi (l’uso della forza e i sequestri di persona, per esempio), don Gennaro stabilisce che sua moglie non è rimasta uccisa in una rapina, ma in un vero e proprio agguato di camorra, orchestrato dal boss Coppola. Passando rapidamente da un indizio all’altro e da un sicario piccolo a un guappo di rango più elevato, il protagonista si avvicina progressivamente al suo obiettivo, superando in quanto a velocità le forze dell’ordine. In particolare, il commissario Galante, la cui figura – nella rappresentazione realistica di dinamiche sociali e malavitose – ha una sua centralità all’interno della pellicola. Galante, infatti, vorrebbe mettere le mani sul boss Coppola (oltre che sui suoi vassalli, che controllano in città prostituzione, narcotraffico e gioco d’azzardo), ma ha le mani legate da assurde procedure burocratiche e da superiori (alte cariche dello stato) che non hanno troppo interesse a combattere il malaffare.

Dopo aver arrestato don Gennaro – colpevole di volersi fare giustizia da solo –, sarà proprio il commissario Galante a farlo evadere, permettendogli di continuare a cercare Coppola e seguendolo, in modo da raggiungere più facilmente l’obiettivo. Inevitabile in questo schema narrativo il lieto fine: il protagonista, ovvero Merola lo “spacca cuore”, riabbraccia tra le copiose lacrime il suo figlioletto, dopo aver vendicato l’uccisione dell’amata moglie Teresa, eliminando il boss Coppola.

Trentacinque anni dopo, la popolarità del linguaggio e dei temi affrontati all’interno della pellicola suscitano particolare interesse: l’invocazione di sentimenti come l’amore paterno; il senso di responsabilità nei confronti della famiglia; l’orgoglio e la rispettabilità di un vero guappo che deve a se stesso il riscatto da qualunque torto subito. Il binario drammatico e quello farsesco procedono di pari passo nel racconto, sulla strada della semplicità e dell’immaginario popolare.


Scheda Tecnica

Napoli, Palermo, New York – Il triangolo della camorra

Regia di Alfonso Brescia

Con Mario Merola

Produzione Italia, 1981

Durata 95 minuti


Le canzoni

Spusalizio 'e marenaro (Di Domenico - Marigliano) cantata da Mario Merola

'Nnammurato 'e te (Fiorini - Schiano) - cantata da Mario Merola.

Chiamate Napoli 081 (Alfieri - Giordano) - cantata da Mario Merola.