Umberto Lenzi, Napoli violenta, a cura di Giovanni Luca Montanino


 


napoli violenta

Agenti speciali che rischiano la propria vita giorno dopo giorno: infiltrati tra i malviventi, nei rioni popolari di una Napoli gestita e insanguinata dalla camorra. Professionisti impavidi, eroi disposti a qualunque sacrificio pur di avere la meglio sul malaffare. E poi piccoli commercianti in balia dei boss, che non lasciano respirare e chiedono (tramite loschi emissari) fior di quattrini ogni mese in cambio di “protezione”: la sorte di quelli che non pagano il pizzo è segnata; all’inizio avvertimenti come una vetrina in frantumi, poi l’intero locale al fuoco. È su questo sfondo violento e disperato che si muove – proprio come un soldato tra le atrocità di un fronte bellico – il commissario Betti, protagonista di Napoli Violenta.

Il film del 1976 – diretto da Umberto Lenzi – racconta appunto l’epopea di un giovane ufficiale di polizia, che dopo un periodo di lontananza torna in servizio a Napoli, nonostante possa scegliere di andare a lavorare in città più tranquille. Betti, però, conosce bene i malviventi partenopei (e loro conoscono lui, come ama ripetere) e così sente di dover raccogliere la sfida: spezzare la catena di crimini di cui l’intera città è vittima. Per esempio, rapine in banca, in abitazioni private e negli uffici di assicurazioni, dove i banditi non si fanno scrupolo a sparare contro innocenti. A loro non interessa che portare a casa il bottino: a tal fine, sono pronti a macchiarsi di stupri, omicidi ed altre efferatezze.

Uno speciale “comitato di accoglienza” riceve Betti in stazione, appena mette piede a Napoli: si tratta del temuto boss chiamato ‘o Generale. Un vecchio signore dallo sguardo di ghiaccio, avvolto in abiti eleganti: ci sono lui e quelli come lui dietro alle ruberie e ai delitti che rendono la città invivibile. ‘o Generale controlla attività da centinaia di milioni di lire, come il narcotraffico internazionale, ma nello stesso tempo gestisce la microcriminalità nel circuito urbano per conservare il rispetto della gente.

Prima una rapina nella sontuosa villa di un chirurgo (con tanto di stupro della moglie), poi una serie di gravi intimidazioni ai negozianti. Infine, l’incendio di un’autorimessa, il cui gestore perde la vita, mentre il figlio Gennarino resta mutilato. Betti è sicuro che ‘o Generale abbia a che fare con questi avvenimenti, ma non ha elementi per provarlo: per acquisirne, si serve di metodi poco ortodossi, come il frequente ricorso agli agenti speciali (che si inseriscono in incognito in ambienti criminali). Proprio a causa di queste spregiudicatezze, il commissario non è ben visto dai suoi superiori. Eppure, egli sente di andare avanti e così si interessa alle attività dell’ingegner Capuano, rampante professionista dai rapporti molto sospetti coi boss locali.

Le indagini proseguono e la violenza non fa che aumentare: durante le svariate rapine, alcuni innocenti perdono la vita e così anche negli inseguimenti tra polizia e delinquenti (particolarmente violenta la scena ambientata nella funicolare). Tre dei suoi più validi agenti restano uccisi, ma Betti non si ferma, anzi dà sempre più ascolto al suo istinto. Così, per un attimo sceglie astutamente di farsi da parte, lasciando libero l’ingegner Capuano di finire tra le mani del sanguinario Generale (determinato ad ucciderlo, essendo stato sfavorito in un grosso affare legato alla droga). Come previsto, il regolamento dei conti tra i due furfanti non tarda a consumarsi: Betti, dunque, in un sol colpo si libera di entrambi i suoi antagonisti, portando a casa la soddisfazione di aver riscattato i colleghi perduti sul campo. Siamo alle battute finali: il commissario pensa di abbandonare l’arma e la città, rassegna le dimissioni e si dirige verso la stazione. Lungo la strada, però, l’immagine di Gennarino, coraggioso e dolce, gli fa cambiare idea…

Esempio classico di “poliziottesco” all’italiana (genere ispirato ai polizieschi americani), Napoli Violenta nel 1976 ottiene un discreto successo di pubblico e di critica, tanto che di lì a poco viene girato un sequel, intitolato Napoli Spara! (regia di Mario Caiano). In quest’ultima pellicola, il commissario Betti (interpretato da Maurizio Merli) viene sostituito dal collega Belli (Leonard Mann), mentre a garantire la continuità c’è il piccolo Gennarino (Massimo Deda).

Il merito di entrambi i film, ma del primo soprattutto, è fornire allo spettatore (anche a distanza di decenni) uno spaccato realistico ed efficace del clima di terrore instaurato in città dalla camorra. Al di là delle suggestioni americane (musiche, inseguimenti nel traffico e sparatorie da gangster), la gente comune subisce gravi sottrazioni e perdite: rischia la vita ogni giorno, mentre lavora o passeggia per la strada, eppure non denuncia i furti, né le violenze subite, perché ha paura. Timore e vergogna sono le armi di cui la camorra si serve, allora come oggi.


Napoli Violenta

Regia di Umberto Lenzi

Con Maurizio Merli, John Saxon e Barry Sullivan

Produzione Italia 1976

Durata 95 minuti