Il secondo dopoguerra e gli anni Sessanta: il contrabbando
di Antonella Migliaccio   



Nel corso di tutto il ventennio fascista, la camorra restò in sordina, attese tempi migliori, ma non scomparve
. Con personaggi come Aria e Barraccano si affacciò su nuovi mercati, si fece conoscere oltreoceano, ma soprattutto prese confidenza col contrabbando, grande fortuna della camorra che esce dal secondo conflitto bellico. Fu la borsa nera, infatti, il campo intorno al quale si formò e rafforzò una nuova generazione di camorristi. Il dopoguerra con la sua disperazione e le sue innumerevoli opportunità di illegalità rappresentò un momento propizio per chiunque volesse cercare fortuna illegalmente.


È proprio a partire dagli anni ’50 del Novecento che la camorra iniziò ad assumere alcune delle caratteristiche riscontrabili attualmente ed è in questo periodo che, dopo il momentaneo tacere della parentesi fascista, la camorra si ricostruì e riapparve nuovamente organizzata. Diversi fattori giocarono nella “rinascita” della camorra. Borsa nera, sigarette di contrabbando, commercio con gli americani furono i campi nei quali i delinquenti napoletani si rifecero le ossa. In questo frangente si fecero strada alcuni camorristi come Antonio Spavone detto “‘o malommo”, primo grande capo della camorra del dopoguerra che cerca di ricostruirsi, e iniziarono a circolare nomi di famiglie camorriste destinate a restare ancora a lungo al centro delle cronache: i Giuliano di Forcella, i Zaza e i Mazzarella tra centro e zona orientale, i Nuvoletta a Marano; i Bardellino nella zona aversana; gli Ammaturo in quella flegrea.   

Col suo porto nel centro del Mediterraneo, a lungo snodo del commercio di sigarette, Napoli godeva di una posizione ideale. Decisivo fu in questo momento il confino di esponenti mafiosi di rilievo che vennero mandati proprio nella provincia napoletana, così come prevedeva la legge antimafia del periodo. Fu l’occasione, questa, per tessere nuove e strettissime relazioni tra clan mafiosi e famiglie criminali napoletane che ne mutuarono atteggiamenti e codici. I Zaza e i Mazzarella in città, i Nuvoletta e i Bardellino in provincia divennero i referenti locali delle cosche mafiose e si parlò di "mafizzazione". Nel mercato del contrabbando, tra napoletani e siciliani si affacciarono i marsigliesi, portando la rivoluzione dello scafo blu, più veloce e snello per sfuggire a ogni inseguimento. E il contrabbando iniziò a fare gola anche ai calabresi delle ‘ndrine.
I primi anni ’70 fecero contare duri scontri tra scafisti e Guardia di Finanza. In questa lotta i marsigliesi ebbero la peggio, mentre tra napoletani e siciliani nacquero in questi anni sodalizi destinanti a durare nel tempo. Nel comune interesse per le bionde i gruppi si unirono e dal dopoguerra lungo gli anni Settanta la camorra seppe ricostruirsi in clan, prendendo dai cugini siculi il forte radicamento nel territorio.  

Ma accanto alla camorra inserita nei traffici internazionali di sigarette ce ne fu un’altra, negli anni Cinquanta, altrettanto forte, che si imponeva nei commerci dei mercati ortofrutticoli. È soprattutto una camorra di provincia, che godeva del controllo dei prodotti che dalle zone limitrofe finivano nel centro città, nel grande mercato ortofrutticolo di corso Novara. Era qui che si decidevano i prezzi dei prodotti che finivano poi nelle case dei napoletani. A deciderli era il presidente dei prezzi, ovvero il più importante tra i mediatori, figura che si imponeva tra i produttori e i venditori dei prodotti agricoli, lucrando sulle loro attività. Anche questo era campo di scontro. Figura di spicco della cosiddetta camorra rurale fu Pascalone 'e Nola, sposato con Pupetta Maresca. La loro storia ebbe un’eco nazionale.