Alfonso Brescia, Napoli...la camorra sfida, la città risponde, a cura di Giovanni Luca Montanino


 


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Due stagioni prima di Napoli, Palermo, New York: il triangolo della camorra e un anno dopo  L’Ultimo Guappo, il regista Alfonso Brescia incontra di nuovo sul set il suo attore feticcio Mario Merola per raccontare la malavita a Napoli, il crimine che insanguina la città e toglie il respiro alla gente. Napoli… La camorra sfida, la città risponde appartiene al genere poliziottesco, molto in voga tra la fine degli anni settanta e inizio ottanta, chiaramente ispirato al cinema hollywoodiano poliziesco (con Clint Eastwood, per esempio) ma condito con ingredienti italiani (in questo caso napoletani).

Questa pellicola, al di là dello schema narrativo semplice e ripetitivo (l’eroe che difende la propria famiglia senza paura, combattendo il male e facendosi giustizia da solo), ha un significato sociale che si esprime già attraverso il titolo: i napoletani trovano per la prima volta il coraggio di denunciare i delinquenti, rompendo un muro di omertà. Non solo, dunque, si descrivono in maniera verosimile le dinamiche legate a racket e pizzo (il terrorismo psicologico che i negozianti sono costretti a subire), ma anche il desiderio di riscatto di una città ferita ed umiliata.

Don Francesco Gargiulo (Mario Merola) ha un cantiere navale che gli permette di mantenere un buon tenore di vita. Ha lavorato duramente per avviare la propria attività e grazie a una serie di sacrifici può offrire il meglio alla famiglia: al suo unico figlio Marco, per esempio, appassionato di fotografia, regala la macchina più tecnologica e all’avanguardia. La vita per i Gargiulo, insomma, è agiata e serena, fino a quando alcuni camorristi (presentandosi come agenti di una fantomatica compagnia assicurativa) visitano il cantiere per chiedere il pizzo. 500mila lire a settimana, in cambio di protezione.

I delinquenti iniziano a farsi conoscere da vari commercianti napoletani: titolari di negozi di abbigliamento e ristoratori. Ovviamente, scelgono di fare pressioni a quelli che guadagnano bene grazie al proprio onesto lavoro, distruggendone la tranquillità. In un primo momento don Francesco e gli altri esercenti decidono di non pagare, ma subito vengono puniti: la banda del racket fa esplodere bombe nelle loro attività. Gargiulo, in particolare, viene avvertito dell’attacco durante la festa di fidanzamento di suo figlio (l’unico momento del film che rimanda alla classica sceneggiata di Mario Merola, con tanto di canzone appassionata dedicata alla moglie).

Don Francesco non si piega ancora: nonostante il danno, manda via da Napoli per qualche giorno moglie e figlio, con l’intento di farsi giustizia da solo. Infatti, aspetta al cantiere i camorristi che vi fanno ritorno per la riscossione del pizzo e li coinvolge in una rissa all’ultima bastonata (scena tipica del poliziottesco, in cui il protagonista fa a botte contro un gruppo nutrito di assalitori, avendo incredibilmente la meglio). Purtroppo, anche stavolta i malviventi si vendicano dell’affronto, ma in modo più pesante: notte tempo aggrediscono il figlio di don Francesco, stuprando davanti a suoi occhi la fidanzata.

È a questo punto che la trama svolta in maniera originale, proprio grazie al personaggio di Marco. Il ragazzo, animato da coraggio e sete di giustizia, inizia a seguire con la moto i delinquenti del racket, fotografandoli durante le loro losche attività. Grazie a questi scatti (fatti arrivare alla polizia), i malviventi vengono arrestati. In una scena madre vera e propria, Marco convince, gridando, i commercianti vittima del racket (tra cui suo padre) ad ammettere di essere perseguitati. Devono identificare i camorristi arrestati e firmare la formale denuncia. Così, per la prima volta, a Napoli la città si ribella alla malavita, scegliendo di collaborare con le forze dell’ordine.

Purtroppo, la vittoria del giovane Marco dura poco. L’avvocato Rampone, che sta dietro alla banda di estorsori, fa in modo che questi escano dalla galera, obbligando con la violenza i commercianti a ritirare la denuncia. Agguati notturni, calci e pugni: l’inferno, perfino per Perez, il giornalista del Mattino che racconta la vicenda sulle pagine del quotidiano. Ma è Marco a subire il trattamento peggiore: mandato dai genitori a Roma (presso uno zio) per sicurezza, viene raggiunto dai criminali, sequestrato e drogato con un potente farmaco che ne altera l’equilibrio mentale. Per lui, c’è il ricovero in un ospedale psichiatrico (sono toccanti e crude le immagini degli “ospiti” all’interno della struttura sanitaria, perché rimandano a un contesto tragico).

Don Francesco vive un dramma senza confini: tutto ciò che aveva è stato distrutto. Non ha più niente da perdere e così chiama a raccolta le altre vittime del racket. Tutti insieme si procurano delle armi per farsi giustizia da soli e tendere un agguato ai propri aguzzini. I camorristi sono in un’osteria a brindare e festeggiare la ritrovata libertà; non sanno che ad attenderli fuori c’è la morte. La sparatoria è terrificante: cadono molti sia tra i delinquenti che tra i commercianti (ormai più sanguinari e spietati dei loro persecutori). Il finale è da manuale del cinema di genere, a cominciare dall’ambientazione: attraverso grotte e cunicoli sotterranei, tre dei malviventi riescono a scappare ritrovandosi al Cimitero delle Fontanelle (luogo sacro e caratteristico nel centro storico di Napoli); don Francesco li insegue determinato ad eliminare  chi ha distrutto suo figlio. Sul più bello, la pistola gli si scarica, ma il temerario protagonista non si perde d’animo: nascondendosi nel buio di un anfratto, assale il capo dei camorristi conficcandogli nello stomaco una grossa croce di legno.

L’indomani sul luogo della strage il giornalista Perez riconosce l’accendino di Don Francesco e ricostruendo l’accaduto lancia uno sguardo d’intesa al commissario di polizia.


Scheda Tecnica

Napoli… La camorra sfida, la città risponde

Regia di Alfonso Brescia

Con Mario Merola

Produzione Italia, 1979

Durata 90 minuti