I clan di camorra. Genesi e storia


Autore: Luciano Brancaccio
Casa editrice: Donizzelli
Anno: 2017

Genere: Saggi. Storia e scienze sociali

Recensione di Salvatore Di Marzo


clan brancaccio

L’approccio allo studio della genesi del fenomeno della camorra necessita di un approccio che tralasci un metodo meramente analitico del fenomeno in favore di un’osservazione a lunga gittata. La storia della nascita della criminalità organizzata è dunque oggetto di studio di Luciano Brancaccio in “I clan di camorra. Genesi e storia” (Roma, Donizzelli, 2017). Già dal titolo del volume di Brancaccio si comprende come egli faccia coincidere la storia della camorra con la storia dei clan di camorra, analizzando particolari aspetti storici e sociali che vanno dai nomi tanto di quelle famiglie che hanno resistito o  resistono nel tempo, tanto di quelle o che si estinguono in un processo di fagocitazione criminale o che trovano «una loro collocazione in ranghi inferiori oppure sul limite che circoscrive le attività di tipo camorristico» (p. 7). Lo studio di Brancaccio è, dunque, uno studio diacronico sui processi di origine e trasformazione del fenomeno criminale campano, avendo come coordinata temporale il secondo Dopoguerra.

A tal proposito egli identifica nel contrabbando, in primo luogo marittimo, l’elemento con cui la camorra manifesta i sintomi più vistosi della sua imposizione. Si tratta comunque di un’ascesa, come sottolinea Brancaccio, che deve molto alle alleanze con la mafia siciliana (pp. 24-26). I rapporti tra le famiglie siciliane e quelle campane, presso le quali esse possono coperture e alimento di traffici, definiscono le alleanze criminose per cui « [...] tra gli anni settanta e ottanta la malavita napoletana  effettua il salto di qualità» (p. 26). Tra i nomi ricordati da Brancaccio figurano i gruppi Zaza-Mazzarella e Potenza-Presutto, mediante i cui esempi egli rileva come la trasmissione del potere, basato sulla violenza di imposizione, e della rete di soprannomi legati all’indole criminale si basi su un processo di ereditarietà familiare dei caratteri tanto a livello macroscopico che microscopico: «Proprio come le  famiglie aristocratiche, i clan di Napoli città hanno tutti relazioni di parentela con gruppi storici. I casi di genesi di nuove formazioni sono numerosi, ma si tratta sempre di gruppi che emergono all’interno dello stesso melieu parentale e criminale» (p. 32).

La crisi del contrabbando degli ultimi anni del Novecento porta così all’imposizione vistosa di altre forme redditizie di guadagno, quali l’usura e il traffico illegale. Brancaccio rileva come la fitta rete di rapporti consenta alle famiglie criminali di dislocare e in qualche modo investire il proprio patrimonio, consolidando il potere criminale attraverso anche matrimoni combinati. Si tratta insomma di un substrato sociale sommerso a sua volta stratificato, che corre parallelo a quello normalmente visibile nella società, di cui è possibile comprenderne le dinamiche attraverso lo studio della trasformazione di quelle leggi fittizie su cui esso si fonda.

A tal proposito, Brancaccio evidenzia come l’imposizione di famiglie criminali sul mercato e dello stesso mercato criminale si fondi su principi di violenza. Da questa forma di imposizione si innesca una forma di carattere violento causato da quella che può essere definita “concorrenza” tra le famiglie, soprattutto quando non esiste tra esse un netto divario sociale. Le guerre, insomma, sono intese proprio come quei processi di affermazione nel mercato illecito: «I clan di camorra costruiscono circuiti di autorità attraverso la violenza, producendo forme di regolazione e stabilizzazione dei rapporti economici. [...] Talvolta danno vita a configurazioni di attori persistenti negli anni, più spesso a un affollato panorama di regolatori del mercato violenti e individualisti, tra loro in continua e irrisolta concorrenza» (p. 47). Tali guerre di potere, inoltre, sono causate anche da scissioni interne alle fazioni ed alla creazione di nuove gerarchie criminali, come accade tra i gruppi capeggiati da Cutolo contro la Nuova famiglia, tra i Bardellino-Alfieri contro i Nuvoletta-Gionta e tra l’Alleanza di Secondigliano e i Misso-Mazzarella-Sarno (p. 59).

Dopo aver posto queste premesse, Brancaccio si addentra maggiormente nelle dinamiche sociali e storiche della malavita organizzata. La storia, dunque, del passaggio ad una forma più complessa della camorra trae origine dal traffico illegale e dal contrabbando regolato dai cosiddetti “magliari”, in quanto generalmente si tratta di individui provenienti dal settore tessile, di cui l’autore fornisce anche un esempio di importante nomenclatura e gerarchizzazione: «Alla base troviamo la figura del venditore ambulante. Un gradino più su c’è il caposquadra che coordina i viaggi e a volte controlla alcune produzioni. I magliari possono partire per le spedizioni in auto da soli oppure in squadre (a due o a quattro persone) che vengono dette “paranze”. Al vertice della filiera troviamo la figura del capo magliaro che controlla ditte di produzione e reti di vendita» (p. 72).

La forte gerarchizzazione dei ruoli, affiancata a una non preponderante forma di imposizione violenta, è dunque il tratto peculiare della magliareria. Inoltre, Brancaccio evidenzia quelle che sono le differenze tra il capo magliaro e il boss di camorra. Si tratta di una differente impostazione di strutture in quanto il capo magliaro fonda le basi del suo potere sull’ampiezza del suo mercato, seppur con elementi di espressione violenta; il boss di camorra, diversamente, fonda completamente la sua autorità sulla violenza. Questo consente a Brancaccio di rilevare come nel “capo magliaro” siano presenti elementi di stampo camorristico che consentono loro di effettuare la scalata nel mondo camorrista (pp. 90-97). Dalla pagine di Brancaccio si evince come la struttura della magliareria si sostenga su leggi prevalentemente economiche, mentre quella della camorra su quelle intimidatorie.

Il motivo di tale differenza, inoltre, risiede nella gerarchizzazione tra il “capo magliaro” e il “boss di camorra”. Dopo gli anni ‘80 si sviluppa fittamente il commercio del falso, a partire da quelli che Brancaccio definisce «i clan della cintura periferica» (p. 101), ossia gruppi attivi nella periferia napoletana. A questo punto emerge come il “capo magliaro” costituisca il punto più basso della gerarchia camorrista, in quanto si occupa dello smercio del prodotto contraffatto, rispetto al “boss di camorra” che ne determina la produzione.

In conclusione, dallo studio di Brancaccio emerge come la storia della camorra non possa basarsi sull’analisi di stampo giornalistico delle forme e manifestazioni violente delle associazioni criminose, ma sulla genesi e trasformazione delle famiglie o dei gruppi a seconda del contesto storico in cui operano. Si tratta, dunque, di una materia che va storicizzata e contestualizzata per capirne le possibili manifestazioni e poterla in qualche modo contrastare.