La prima volta della camorra nella Relazione Parlamentare antimafia
di Antonella Migliaccio   



Spargimento di sangue e violente guerre di camorra, pentitismo, relazioni con la politica, conclamate speculazioni sul terremoto dell’Irpinia, ingenti somme di denaro di cui disporre, centinaia di morti sul campo, vittime innocenti.


Tutto ciò era stata la camorra negli anni Ottanta. Mai silenziosa, non si era mai nascosta. Eppure solo nel 1993, nel clima di antimafia diffusosi in tutto il paese dopo gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino, fu redatta da un organismo politico, ovvero dalla Commissione Parlamentare antimafia, la prima relazione organica sulla camorra.

Si tratta di un “
documento storico”, come Isaia Sales lo definisce nelle prime righe della prefazione, tale perché viene dopo anni di silenzio e perché, per la prima volta, si supera l’indifferenza e la sottovalutazione del fenomeno che si impone con forza all’attenzione dei politici superando la secolare sottovalutazione.

Mentre di mafia, infatti, si è spesso parlato, di camorra si è detto sempre troppo poco. Considerata a lungo fenomeno plebeo delinquenziale, espressione del popolino, non paragonabile alla mafia in quanto incapace di tessere relazioni con l’alto, la camorra ha subìto una lunga sottovalutazione.

A rompere il silenzio arrivò, dunque, il 21 dicembre 1993 il «Rapporto sulla Camorra», relazione della Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta da Luciano Violante. Per la prima volta la camorra viene guardata non attraverso la lente obliqua delle sue relazioni con mafia e trafficanti internazionali, ma nella sua presenza sul territorio, nella sua capacità di tessere relazioni – locali e nazionali - con la società e la politica. L’introduzione alla Relazione insiste sulla modernità della stessa camorra, fortemente “reattiva alle particolari condizioni economiche e sociali che di volta in volta si determinano […] Essa è capace di convivere con la modernità, di venirne quasi allevata, e ricompare più forte, violenta e insidiosa” di prima, «spia violenta» del fallimento dello sviluppo della società stessa. 

Carattere plebeo e meno interclassista e rapporto intermittente con i ceti possidenti la differenziavano dalla mafia, secondo il Rapporto, mentre l’estorsione è la cifra caratterizzante del fenomeno subalterno storicamente «rispetto al potere politico con il quale sembrava avere un rapporto “mercenario”, piuttosto che organico. La camorra faceva favori ai ceti dominanti in cambio di potere e di tolleranza sui proprio affari illegali».


Il salto di qualità della camorra viene collegato dal Rapporto alla crescita di potere di una specifica classe dirigente, quella della Democrazia Cristiana.
Questa idea di fondo di matrice ideologica, il guardare alla camorra nella chiave della differenza con la mafia e il fatto di basarsi su atti di inchieste giudiziarie (accuse, dunque, e non sentenze) sono i limiti di questo documento che resta, comunque, “storico”.

Divisa in tre parti, la Relazione prosegue con la descrizione della struttura delle organizzazioni camorristiche, delle realtà nelle quali si insinua, dello sviluppo e delle relazioni della camorra moderna.