Traffici criminali. Camorra, mafie e reti internazionali dell’illegalità

 
Autore:
 Autori vari a cura di Gabriella Gribaudi

Casa editrice: Bollati Boringhieri
Anno: 2009

Genere: Raccolta di saggi 

 
Recensione di Chiara Marasca (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)

traffici criminaliLa principale novità del volume «Traffici criminali.  Camorra, mafie e reti internazionali dell’illegalità», a cura della storica Gabriella Gribaudi, è l’approccio multidisciplinare all’analisi del fenomeno criminale.  Ventiquattro sguardi: storici, sociologi, geografi, un pubblico ministero e uno scrittore indagano le principali trasformazioni (e la loro continuità con il passato, descritta nel contributo di Marcella Marmo, ma anche nel lavoro sul contrabbando di Nicola Guarino) che hanno interessato le mafie, oggi strutture perfettamente inserite nella postmodernità.  Punto di partenza è l’esigenza di (provare a) tracciare i confini della relazione tra i gruppi criminali e la popolazione più vasta, con la città. Operazione difficile oggi, «dire che tutto è mafia o è camorra significa, alla fine, dire che tutti sono colpevoli e dunque che nessuno lo è» (Gribaudi), esattamente come ieri (Marmo).

Nell’ultima delle quattro sezioni del volume, Criminalità economica e traffici internazionali, il giovane Marcello Anselmo, già coautore del volume «Questa corte condanna» sulla prima sentenza Spartacus, mette a frutto quelle conoscenze per descrivere l’impero del calcestruzzo messo su dai casalesi in Terra di Lavoro, attraverso il monopolio imposto dai loro consorzi.  Premessa di quest’approfondimento è il saggio del sociologo Amato Lamberti, che analizza, citando molti casi specifici, quella che considera la principale ragione di vitalità del sistema: la «saldatura che, in molte situazioni, si realizza tra ceto politico e amministrativo locale e imprenditoria criminale», motore di «distorsioni profonde, a tutti i livelli».

Il pm Filippo Beatrice, prima in forze alla Procura partenopea, oggi passato alla Direzione nazionale Antimafia, delinea ruoli, competenze e dinamiche interne alla camorra-impresa ma, in via preliminare, mette le mani nel «miscuglio» e chiarisce che a Napoli è arduo parlare di microcriminalità: «chi taglieggia il quartiere con scippi, rapine o estorsioni ai commercianti, da un lato è costretto a versare ai boss del sistema una parte dei proventi che ne conseguono, dall’altra è in ogni caso serbatoio per le aggregazioni criminali più forti».

Luciano Brancaccio traccia l’ascesa compiuta dai clan cittadini, precisa il ruolo giocato dalle singole «guerre» di camorra, e mette in discussione il paradigma sulla «mutevolezza e fluidità dei rapporti e delle alleanze» generalmente usato per il crimine partenopeo: «Se si guarda il fenomeno da un angolo visuale più ampio», spiega il sociologo, «ci si accorge della persistenza di famiglie e capi e del controllo sostanzialmente invariato che questi hanno di determinati territori e traffici.  Le fratture che spesso si verificano all’interno dello spazio criminale, non sembrano inficiare gli assetti di fondo del potere camorrista, che evolve secondo tempi più lunghi».  Infatti, da circa quarant’anni è sulla scena il clan Mazzarella di San Giovanni a Teduccio, una delle due famiglie criminali che la Gribaudi prende in esame per indagare sulla tipicità di dinamiche e strutture.  L’altro gruppo analizzato nel suo saggio (si parte dall’albero genealogico, per poi ricostruire storia e traffici del clan) è quello dei Di Biase, storici avversari dei Mariano, ancora oggi protagonisti su quello che rischia di diventare il nuovo set di scontro criminale, i Quartieri Spagnoli.  E, come Gabriella Gribaudi, anche il geografo Luigi Mascellaro, che nel suo lavoro traccia gli elementi spaziali dell’azione criminale, sottolinea «tutte le caratteristiche di un agire postmoderno (da modernità liquida, o ipermodernità) della camorra, che si muove nell’attuale sistema socioeconomico con piena coscienza dell’essenzialità del rapporto locale-globale per il mondo contemporaneo».  Controllo dei rioni, insomma, ma anche reti di traffici internazionali.  Sul rapporto tra territorio e clan si concentrano poi i saggi di Libera D’Alessandro, che parte dai dati statistici e utilizza il tema del commercio come chiave interpretativa, e di Rosario Sommella, che ripercorre le trasformazioni del tessuto urbano napoletano degli ultimi vent’anni relazionandole alla crescita locale degli spazi di illegalità, «che essenzialmente si consolidano nelle distorsioni dell’intervento pubblico e nelle carenze dei controlli».

Nel cuore dei territori ci portano anche le interviste a giovani che vivono all’interno o a margine del sistema, raccolte dallo scrittore Maurizio Braucci.  Simona, vent’anni, che nel suo negozio di Scampia vende siringhe ai tossici della zona ed è «orgogliosa» del marito finito in cella per spaccio, così come il padre e lo zio, «perché alla mia famiglia la vita non gli ha dato niente».  O Enrico, che vive ai Quartieri Spagnoli, e rapina Rolex come fosse «un’esibizione: il mio pubblico è la gente che vede che ho i soldi, che sto bene, che non paura di niente, sono coraggioso».

La ricerca della sociologa Annamaria Zaccaria, poi, ha il merito di avviare l’analisi di una «storia vecchia ma poco letta»: il ruolo delle donne nella camorra.

Interessanti anche i contributi sulla mafia, sulla ’ndrangheta e sulla Sacra corona unita, (Coco, Lupo, Sciarrone, Blando, Moe, Massari, Ingrascì), sulle esperienze di lotta al crimine nelle città brasiliane (Carreras i Verdaguer), sulla normativa antimafia (Castellano), sui traffici internazionali che interessano le coste francesi e marocchine (Haddaoui e Peraldi) o che conducono i migranti da una sponda all’altra del Mediterraneo (Monzini).  Quasi nessun saggio appare come una storia a sé, ma piuttosto come una porzione di una visione più ampia sull’attuale stato di salute del crimine organizzato.  Un lavoro ampio (600 pagine) e ben strutturato, che mette insieme voci di studiosi autorevoli e impressioni di giovani e validi ricercatori.  E che, ci piace pensare, è forse anche una risposta a quell’invito all’aggiornamento delle analisi che, proprio a molti di questi studiosi, l’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità aveva rivolto a pochi mesi dalla sua nascita, nel giugno del 2005.