L’impero della camorra

 
Autore:
 Simone Di Meo

Casa editrice: Newton Compton
Anno: 2008

Genere: Romanzo-inchiesta


Recensione di Chiara Marasca (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno) 

impero della camprra«Romanzo». È definito così, in copertina, il genere del libro del giornalista napoletano Simone Di Meo, «L’impero della camorra.  Vita violenta del boss Paolo Di Lauro» (Newton Compton).  Romanzo, perché l’autore, per sviluppare il filo della narrazione, usa un espediente letterario, immaginando una lunga conversazione, varie volte interrotta e poi ripresa, tra un collaboratore di giustizia e un pm.  Due figure che incarnano l’insieme dei pentiti, da un lato, e i diversi magistrati dell’ufficio inquirente partenopeo, dall’altro, protagonisti delle indagini sulle cosche di Napoli nord.  Ma, in fondo, il volume può essere definito anche una lunga inchiesta, perché il corpo della storia raccontata, e i principali aneddoti che l’arricchiscono, provengono dalle fonti interrogate da Di Meo nel corso del suo lavoro di cronista: fonti ufficiali, in primo luogo atti giudiziari, e non.  La vicenda narrata è quella di Paolo Di Lauro, il boss di Secondigliano, dal 2005 in carcere, per circa vent’anni a capo di una delle più potenti organizzazioni criminali campane: l’uomo, scrive Di Meo, «che ha destinato una porzione gigantesca della terza metropoli d’Italia alla malavita; l’ha condannata al degrado sociale e all’emarginazione, identificandola con il commercio di stupefacenti».

Una narrazione agile e ricca di spunti, curiosità, puntuali ricostruzioni.  Sei capitoli, che ricostruiscono la carriera di Ciruzzo ’o milionario, il cui soprannome arriva per la prima volta alle orecchie dei magistrati attraverso la voce del superpentito di Forcella, Luigi Giuliano che, racconta Di Meo, «durante un processo ricordò che il boss di Secondigliano era acclamato — all’entrata nella sala da gioco — da ovazioni e applausi, perché con lui al tavolo verde lo spettacolo era assicurato».

Un’ascesa, quella di Di Lauro, il cui inizio coincide con la fine della carriera di un altro criminale, Aniello La Monica, «il primo capo dei secondiglianesi», ucciso, nel 1982, dai fedelissimi del futuro boss.  Un boss poco appariscente, certamente più simile a un mafioso che a un camorrista, nel modo di mostrare il proprio potere, con «un’unica passione, le moto».  Di Lauro vuole fare soldi, sviluppare affari, senza dare nell’occhio.  Per questo dai suoi uomini pretende un uso limitatissimo delle pistole e forte motivazione nell’attività «imprenditoriale».  Stile molto lontano, ad esempio, da quello dei Giuliano, che negli stessi anni consolidano il proprio potere criminale a Forcella, e che consente al boss di Secondigliano di svolgere le proprie azioni criminali praticamente indisturbato per un lungo periodo.  Di Lauro, «top manager della camorra», costruisce una vera e propria impresa, gestendo in sostanziale monopolio lo spaccio di sostanze stupefacenti, vendute dalla sua organizzazione, sia al dettaglio che all’ingrosso, ad altri clan.  E poi le attività parallele, «per assicurare alle sue finanze un flusso ininterrotto di soldi» : le estorsioni ai cantieri, il contrabbando di sigarette, l’abusivismo edilizio e, soprattutto, la contraffazione di marchi industriali.

Oltre alla forte diversificazione degli affari, non sempre formalmente illegali (spesso gestiti da imprese "legali"), altro «punto di forza della holding è — fa raccontare ancora Di Meo al pentito che svela la storia del boss — la capacità di veicolare il messaggio che identifica il sodalizio criminale come una grande "famiglia".  Un messaggio a cui lo stesso boss non si è certo sottratto, anzi lo ha rafforzato sposando la sorella di Enrico D’Avanzo», il suo braccio destro.  Una formula, quella della «federazione familiare», simile a quella delle cosche calabresi, e vincente «perché per un pentito è sempre più difficile accusare un proprio parente che uno sconosciuto».  Ma i pentiti spuntano anche nel clan Di Lauro, e con loro la forte offensiva della magistratura che, tra il 2004 e il 2005, sferra pesanti attacchi a un clan già decimato da una violenta guerra interna, che porterà all’affermazione, come cosca egemone, della fazione degli «Spagnoli», detti anche scissionisti,  guidata da Raffaele Amato.